donnie darko di Richard Kelly

                                                                      TRA REALTA’ E FANTASTICHERIE

                                                                              voto: ***                 (USA-2004)

Donald Darko (Jake Gyllenhaal), chiamato da tutti Donnie, è una adolescente atipico e molto diverso dagli altri. Pur avendo una famiglia unita che lo aiuta e pur essendo un ragazzo brillante nelle relazioni scolastiche e interpersonali, lui soffre di seri problemi mentali, una sorta di paranoica schizofrenia che lo porta ad avere allucinazioni visive continue che lo spingono spesso a vagare di notte per il tranquillo quartiere in cui abita e di risvegliarsi il mattino seguente, frastornato e confuso. La famiglia lo porta in cura da una psicanalista alla quale confida di avere un nuovo amico immaginario, un certo Frank, un coniglio gigante che, dopo averlo salvato da un’ assurda morte, lo obbliga a fare ciò che vuole per sdebitarsi. Lo strano personaggio gli dirà anche la data esatta della fine del mondo che sarà di lì a ventiquattro giorni circa. Durante questo periodo, il giovane, dopo aver recuperato un libro riguardante i viaggi nel tempo, scritto da una sua vicina pazza, decide di fare in modo di tornare indietro nel tempo, proprio nel giorno esatto in cui è scampato alla tragica morte.

Siamo di fronte ad un film che sta a metà strada tra realtà e finzione, vita vissuta e immaginazione, creando una miscela davvero affascinante fra esoterismo e fantascienza, dicendo tutto e niente e lasciando in più parti un alone di mistero che spesso è molto più incisivo di mille parole. Questa caratteristica ha permesso alla pellicola di diventare un vero e proprio cult tra i giovani, grazie ai quali ha riscosso un grandissimo successo di pubblico. A livello stilistico il film è ben fatto e, al di là della misteriosa sceneggiatura, la regia non scivola mai e non si sfilaccia mai moltissimo. La scenografia è regolare ma attenta e precisa, diventando sempre più inquietante e oscura. La scelta dei costumi è azzecatissima e gli attori sbagliano davvero poco. Il protagonista Gyllenhaal, grazie a questo film , è entrato a far parte a pieno diritto degli attori emergenti migliori di Hollywood.

Ma il grande limite del film sta proprio nel suo pregio. Questa sua oscurità e misteriosità sceneggiativi non permette mai al film di decollare e di trasmettere dei veri e propri messaggi ma rimane in una sorta di aura incomprensibile ma è da apprezzare il coraggio di aver riportato alla luce un genere drammatico dimenticato dall’ edonismo del cinema contemporaneo come detto da Farinotti.

Un sequel, nelle sale nel 2009, in cui la protagonosta è la sorella di Donnie, Samantha. Il regista è Chris Fisher, non più Richard Kelly che si è distaccato più volte da quest’ ultima pellicola.

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dorian gray di Oliver Parker

                                                          CAPOLAVORI INADATTABILI

                                                    voto: **             (Gran Bretagana-2009)

Nella Londra Vittoriana, arriva Doriana Gray (Ben Barnes), un giovane di straordinaria avvenenza e grandissima sensibilità artistica ed emotiva che affascinerà molto un pittore, Basil Hallward (Ben Chaplin) che si avvicina molto a questa personalità equilibrata e delicata, senza sbalzi o vizi alcuno, tanto da ispirarlo per la realizzazione di un ritratto di questa figura  così affascinante e superba. Realizza così il leggendario ritratto di Dorian Gray. Ma la vita tranquilla di Gray cambierà a causa della conoscenza di Lord Wotton (Colin Firth), un nobile individualista e cinico che diverrà il profeta e personale maestro di vita del giovane, che seguirà ogni sua ideologia. Dorian inizia così una vita sregolata, caratterizzata dalla soddisfazione di qualsiasi impulso e istinto primordiale. Esperienze che diverranno sempre più estreme quando scoprirà che il suo corpo non viene corrotto dal tempo e dalle sue azioni, rimanendo sempre giovane e perfetto. L’ opera che lo raffigura, d’ altra parte, invecchia al suo posto. Questo è il suo grande segreto che deve proteggere a qualsiasi costo. Ma questa vita lo farà impazzire , traghettandolo verso la follia.

 Adattare un libro ad un film è un progetto ambizioso e complicato. Lo è ancora di più se si tratta di un capolavoro assoluto della letteratura, come in questo caso e  di uno scrittore della carature di Wilde. Il film non rispetta totalmente il libro , soprattutto nella parte finale. Al personaggio  manca in più occasioni la componente fondamentale del conflitto interiore tipica degli eroi romantici e della letteratura vittoriana. Anche la critica sociale , presente nel libro, è solo abbozzata superficialmente e non entra mai in profondità. Ma notare le ovvie sbavature del film rispetto all’ opera scritta è troppo facile e non penso che sia il modo migliore per criticare il film.

La regia della pellicola è regolare ma un po’ frammentata con numerosi cambi repentini di scena. La fotografia e la scenografia sono buone nel riproporre degli ambienti sempre oscuri e inquietanti ma  anche malati quando si rappresentano i sobborghi popolari. Gli attori sono buoni e il protagonista, pur non meritando, a mio parere, un ruolo come quello del bellissimo Dorian Gray, entra bene nel personaggio con un charme davvero apprezzabili e tipicamente dandy. Nella parte finale però il film perde un po’ d’ intensità, perdendo di fascino sceneggiativo, sfilacciandosi un po’. E nel complesso il film risulta deludente, sebbene il risultato non sia proprio deprecabile.

Certe storie e certe opere narrative dovrebbero essere lasciate dove stanno, senza disturbarle in rappresentazioni che saranno sempre, più o meno, discutibili.

into the wild di Sean Penn

         L’ ESSENZA DELLO SPIRITO DELL’ UOMO STA NELLE NUOVE ESPERIENZE

                                                             voto: ***               (USA- 2007)

Christopher McCandless (Hirsch) è un ragazzo di una famiglia della medioalta borghesia americana che, dopo la laurea in scienze sociali nel ’90, dona tutti i suoi risparmi all’ Oxfam e abbandona tutto ciò che aveva, famiglia, amici, , conoscenze,  per evadere dall’ ipocrisia della società capitalistica e consumistica. Facendosi aiutare dalle sue letture di grandi autori anticonformisti come Thoreau e London, viaggia due anni tra Stati Uniti e Messico, partendo infine per la sua più grande avventura: l’ Alaska, intraprendendo una vita d’ asceta. Il luogo in cui , isolato, e immerso nella natura selvaggia, può finalmente sentirsi libero ed estraneo alla società moderna. Nel finale tragico lui riuscirà a sfiorare con mano la libertà più estrema e a raggiungere il suo obiettivo.

Basato sul romanzo di John Krakauer, “Nelle terre estreme” in cui viene raccontata la storia vera di Christopher McCandless che, negli anni ’80 abbandonò la sua famiglia, iniziando un un viaggio verso l’ Alaska, il film è diretto da Sean Penn che, oltre a essere un grande attore, dimostra grandi doti anche di regia. La pellicola tiene ,  pur essendo piuttosto lungo (2h e 35). Tempo che però viene organizzato benissimo con un buon equilibrio tra la vita del protagonista in Alaska, dove ha raggiunto il suo obiettivo e vent’ anni prima quando ha intrapreso il viaggio. Una costruzione strutturale atipica che però rende il film molto appasionante.

La fotografia e la scenografia è buona ed è sempre molto attenta e serrata, con pochissime sbavature. Gli attori sono buoni ma ovviamente tutto è incentrato, giustamente , sul protagonista Emile Hirsch , sulla cui immagine è affidata il novanta per cento della pellicola. La sua interpretazione è buona e gli ha consentito anche di vincere il premio come miglior attore dal National Board of Review.

Forse il film eccede un po’ troppo nei dialoghi in massime e aforismi  spesso banali che vogliono dare una carica filosofica, spesso forzata al protagonista. Ce ne sono molte, per esempio “Se vuoi qualcosa nella vita, alluga la mano e prendila”.

Grande la colonna sonora, composta da Michael Brook con canzoni di Eddie Veder. Il brano “Guaranteed” ha vinto il Golden Globe per la migliore canzone originale.

Film simbolo dei giovani anticonformisti che esaltano questa pellicola come profetizzante quasi e come unica e sola possibilità di vita reale. Penso che tutto ciò sia condizionato da una sorta di orgoglio giovanile, profondamente romantico. Un senso di evasione e di liberazione che spesso viene enfatizzato. E’ comunque molto difficile non farsi affascinare dalla figura di Christopher McCandless.

l’ aria salata di Alessandro Angelini

                                                                                    PUNTARE SUI GIOVANI…

                                                                         voto: ***                               (Italia-2006)

Fabio (Pasotti) lavora in un carcere come psicologo educatore che segue i prigionieri a fondo, valutando se siano ancora delle minaccie per la società e meritino o meno un permesso speciale o uno sconto sulla pena. Tutto è ordinario finchè in carcere arriva un nuovo detenuto (Colangeli) che come gli altri è seguito da Fabio che, leggendo le sue generalità e parlando con lui , si accorgerà di essere davanti a suo padre. Quel padre ergastolano che aveva abbandonato la famiglia, una moglie , due figli, senza mai una voce, una parola. La mancanza del padre è sempre stata un dramma per il protagonsta che quando si accorge della realtà prova un sentimento duplice che nel film è descritto in modo molto articolato con grandi scene di introspezione psicologica, che risultano perfettamente riuscite. Da un parte c’è la rabbia di un figlio abbandonato e la delusione di avere un padre del genere, dall’ altra c’è il sollievo e la felice speranza di colmare finalmente un’ assenza fondamentale della sua vita.

Siamo di fronte a un film italiano molto interessante di livello medio- alto, che è passato in pochissime sale, incassando 470,000 euro in Italia e che ha avuto pochissima risonanza e successo di pubblico, Per fortuna la critica si è accorta della pellicola, forse anche grazie al cast, abbastanza conosciuto.

Gli attori recitano davvero bene e Pasotti mi ha piacevolmente stupito. Grande anche l’ interpretazione di Giorgio Colangeli, da cui , però, non ci si poteva aspettare meno, essendo , a mio parere, uno dei migliori attori italiani, attualmente in circolazione. La regia è ottima e riesce a mischiare splendidamente tragicità sceneggiativa e semplicità scenografiche con delle sequenza davvero suggestive e splendide. Il regista esordiente dimostra tutta la sua capacità derivante soprattutto dalla sua esperienza nel documentario, offrendo una realtà nuda e mai banale che riesce a trasmettere perfettamente quell’ aria salata che infastidisce e ostacola gli occhi.

Finale inaspettatamente splendido con un’ accelerazione scenica e sceneggiativa  vertiginosa che incrementa la tensione, che prima si riusciva solo a percepire parzialmente, accompagnata da un brano musicale unico di Antony and the Johnson “Hope there’s someone” che dà anche la musica al treiler che vi ripropongo.

Quesa pellicola dimostra che il Cinema Italiano non è morto, basta saperlo cercare…

munich di Steven Spielberg

                                                                                               DRAMMI INTERIORI

                                                               voto: ** e mezzo                  (USA/EUROPA-2005)    

Dopo il massacro alle olimpiadi di Monaco nel 1972 , i servizi segreti israeliti assoldano una squadra speciale per eliminare coloro che l’ hanno architettato. A capo di questo gruppo di cinque uomini, ognuno specializzato attività terroristiche e di spionaggio, c’è Avner Kauffman (Bana), agente del Mossad. Gli agenti speciali non hanno né limiti di denaro, né di armi o attrezzature e , pur essendo a tratti inesperti, riescono ad uccidere sette degli undici obbiettivi , spostandosi continuamente in tutta Europa , alla ricerca degli obbiettivi. Avner riesce a tornare a casa , da sua moglie e dalla figlia, nata durante la sua lunga assenza da casa. Ma la sua vita non sarà più la stessa e il peso delle sue azioni non lo abbandona.

Ispirato al libro «Vengeance» di George Jonas, il film è una riflessione personale di Spielberg sull’ eterna disputa tra israeliani e palestinesi, raccontata attraverso uno degli episodi più oscuri e sanguinari della storia delle due popolazioni.  Tuttavia il regista non riesce a prendere una posizione ma descrive le due realtà senza biasimarne nessuna ma mantenendo un profilo piuttosto basso e succube alla trama, come se nessuno avesse torto e la situazione non possa cambiare. Il film forse non ha questa finalità cioè descrivere e analizzare l’ infinito conflitto tra i due popoli ma, piuttosto, quello di elaborare un’ introspezione psicologica del protagonista che diviene un sicario per vendicare il suo popolo. Ma questa volontà viene perseguita in modo alternato e riesce mai, a parte forse nel finale, a raggiungere livelli alti. Questo perché la pellicola ha varie sbavature. Il film è lungo , forse eccessivamente e la sceneggiatura , pur essendo di forte impatto, non lascia il segno. Inoltre la trama in molti punti diviene confusionaria e ripetitiva con rari aspetti retorici. Gli attori sono buoni ma non eccezionale, compreso il protagonista Eric Bana che è riuscito rarissime volte a convincermi. La fotografia e la scenografia sono ugualmente buone ma la regia onestamente mi ha un po’ deluso e non riesce mai ad essere efficace. Certo, la durata (esagerata) non aiuta ma certo è che da Spielberg mi sarei aspettato maggiore intensità espressiva e di regia che non ho denotato.

il corvo di Alex Proyas

SBALORDITO IL DIAVOLO RIMASE QUANDO COMPRESE QUANTO OSCENO FOSSE IL BENE

                                                                      voto: ** e mezzo               (USA-1994)

In una città oscura ed inquietante, un gruppo mafioso organizzato, in tutte le notti di Halloween, ormai divenuta la “Notte del diavolo”, appicca incendi , trasformando la città in un rogo gigantesco. Il gruppo di malviventi capeggiato da un certo T-bird uccide atrocemente una coppia di futuri sposi Eric Draven e Shally Webster, soltanto per divertimento, gettando nello sconforto una ragazzina molto amica delle vittime. Un anno esatto dopo un Corvo risveglia l’ anima dell’ ex chitarrista Eric , mostrandogli la via per la vendetta contro T-bird e i suoi uomoni.

Tratto dal fumetto di James O’Barr e scritto da David Schow e John Shirley, il film è diventato un autentico cult, grazie ad una avvincente storia che colleziona scene e istanti davvero affascinanti. La scenografia è perfetta e , per essere aderente al protagonista, è sempre notturna e spesso piovosa. Le musiche rock sono emblematiche per tutto il film. Gli attori non sono sempre perfetti ma riescono a rimanere legati al loro ruolo in modo costante. La fotografia tiene e anche la regia, che mostra solamente delle imperfezioni nella parte finale, in cui tutto il fascino funereo del film viene un po’ lasciato da parte e anche la tensione ne risente.

Il film è rimasto nella storia del Cinema perchè sicuramente ben fatto e ben diretto dall’ esordiente Proyas ma soprattutto per l’ alone di mistero e morte che oltre ad essee interno alla sceneggiatura , pervade tutta la realizzazione del film. Brandon Lee muore infatti sul set a causa dello sbagliato caricamento di una pistola e viene in più occasioni sostituito da effetti speciali. Ciò fa rabbrividire, pensando che la vittima interpretasse proprio un defunto ritornato in vita. Dedica nei titoli di coda per Brandon ed Eliza , la sua ragazza con la quale si sarebbe dovuto sposare a breve, proprio come Draven , prima di venire ucciso nel film.

Due pessimi seguiti non riescono a scalfire la leggenda di The Crow divenuto un ‘ icona moderna del Cinema, pur non essendo di livello altissimo.

Vi ripropongo la sequenza, a mio parere, migliore del film per pathos e tensione strutturale, seguita, subito dopo , dalla corrispondente in americano. Sarebbe sempre meglio guardare film in lingua originale, c’ è poco da fare…

il pianista di Roman Polanski

                                                                                         AMORE E SOFFERENZA

                                        voto: ****            (Francia/Polonia/Inghilterra/Germania 2002)

pianistaNella Varsavia di inizio anni ’40 del ‘900 la benestante famiglia di ebrei Szpilman conosce la sofferenza e il dolore della persecuzione nazista. Uno dei figli è l’ affermato pianista Wladyslaw (Brody) . Molto sensibile e compassionevole, egli soffre molto per le disgrazie che vede ogni giorno e per le difficoltà continue della sua famiglia per vivere nel ghetto della città. Egli sarà costretto anche a vendere il suo piano per mangiare ma riuscirà a trovare un ‘ occupazione in un circolo di nobili ebrei. Nel ‘ 42 inizierà la massiccia deportazione e tutta la famiglia verrà accompagnata sul binario della fine ma Wladyslaw riuscirà a salvarsi e a non partire grazie ad un ufficiale della polizia. Comincerà così la sua fuga che culminerà col tentativo di vivere al di fuori dal ghetto, grazie alla compassione di alcuni suoi vecchi amici.

Pellicola che parla dell’ olocausto in prima persona ma , a differenza di altri film che parlano di questa atroce pagina della storia contemporanea, quest’ ultimo cerca di raccontarlo attraverso l’ universo personale di un soggetto, il protagonista. Il regista cerca infatti di rintracciare sensazioni e drammi psicologici del personaggio principale e fa ciò per gradi. Inizialmente in modo leggero, quando la situazione è difficile ma sottocontrollo e Wladyslaw vive ancora con la famiglia ma con i minuti qusta situazione muta poco a poco , divenendo sempre più difficile, fino ad arrivare al picco più basso in cui lui cammina irriconoscibile tra le macerie del ghetto che rappresenta, oltre alla distruzione della guerra, anche la devastazione personale e psicologica del grande pianista.

Ottima fotografia e musiche perfette accompagnano una regia che non scivola mai e riesce a fare ciò che raramente si vede , cioè migliorare costantemente, impennando continuamente e mantenendo sempre la medesima tensione espressiva e scenica. La scenografia è infatti perfetta e rispetta sempre la storia. Ottime interpretazioni degli attori, tra cui si evidenzia il protagonista Adrien Brody che impersonifica perfettamente le paure e la disperazione di un artista che in molte sequenza non ha altro appoggio che la musica , la sua musica che, come è chiaro che sia, spesso riprende Chopin.

Molte scene davvero indimenticabili, come quella in cui il pianista finge di suonare il piano muovendo solamente le dita al di sopra dei tasti, per non farsi scoprire o il colloquio con il generale SS che scopre il suo nascondiglio ma decide , miracolosamente, di lasciarlo  vivere dopo averlo ascoltato suonare. L’ happy end amaro è perfetto e rispetta l’ alto livello di tutto il film.

Grande successo di critica con Palma d’ Oro a Cannes e tre Oscar, a Polanski, Brody e Harwood (lo sceneggiatore).