addio grande sceneggiatrice

                                                                   SUSO CECCHI D’ AMICO

                                  “Lo sceneggiatore non è uno scrittore , è un cineasta”

Queste le parole di una delle donne più importanti del Cinema italiano e mondiale. Un’ artista che è cresciuta nel Cinema, ritagliandosi un ruolo sempre più centrale, grazie alla collaborazione con autentici geni  come De Sica, Visconti, Pasolini. Si è spenta la notte scorsa Giovanna Cecchi, lasciando al mondo del Cinema un patrimonio sconfinato, caratterizzato da grandi lavori e moltissimi  premi, tra cui l’ onorificenza come “Cavaliere di Gran Croce”. Questa grandiosa artista firmò alcune delle maggiori sceneggiature del “Neorealismo”, tra cui “Ladri di biciclette” di De Sica ma anche altri  importantissimi progetti come “Miracolo a Milano” sempre di De Sica, “Vacanze Romane” di Wyler, “I Soliti Ignoti” di Monicelli, “Bellissima” di Visconti, “Il Gattopardo”  sempre di Visconti, per cui firmò personalmente la conosciutissima scena del ballo e molte altre produzioni soprattutto insieme a Visconti e Monicelli. Con quest’ ultimo firmò l’ ultimo suo lavoro nel 2006 (“Le Rose del Deserto”), prima che una grave malattia la colpì.

Un saluto  ad una sceneggiatrice unica e ad un’ artista cinematografica completa che ha dato molto al Cinema italiano.

brotherhood-fratellanza di Nicolo Donato

                                                         OMOSESSUALITA E MEIN KAMPF

                                                          voto: ***          (Danimarca-2009)

Dopo una delusione lavorativa ed una mancata promozione a maggiore dell’ esercito, a causa di accuse di omosessualità verso i propri soldati, il tenente Lars (Thure Lindhardt) decide di lasciare l’ esercito e di tornare a casa. Ormai civile inizia a lavorare con il padre in un’ azienda agricola e parallelamente si avvicina con crescente entusiasmo ad una confraternita fondamentalista di stampo neonazisti che perseguita in particolare extracomunitari e omosessuali, seguendo alla lettera le parole del “Mein Kampf” e dell’ ideologia  nazionalsocialista che tutti i componenti elogiano e perseguono fermamente. Lars è sempre più parte integrante del gruppo e ciò lo porterà ad andarsene di casa ed entrare a far parte a  tutti gli effetti della “fratellanza”; lui verrà affiancato a Jimmy (David Dencik) uno spietato skinhead, che gli farà da mentore e da insegnante verso questa sua metamorfosi. Vivranno insieme per molto tempo ed insieme alla loro ideologia nazista cresce un affiatamento particolare, un sentimento difficile da affrontare soprattutto per Jimmy, che sfocerà in una passione travolgente davanti a cui tutti passerà in secondo piano, persino la “fratellanza”. Il loro rapporto clandestino verrà minato dal razzismo omofobo del gruppo e li costringerà a scegliere tra il loro amore e la loro ideologia.

Un buon film che affonda la propria realizzazione nella “Nuovelle Vague” francese, infatti ogni artificio che possa compromettere la realtà è omesso, le scenografie sono naturali, senza lavorazione o accurate modifiche, la luce è quasi sempre quella naturale e molte scene infatti sono girate all’ aperto, gli attori non sono conosciuti e le riprese sono spesso effettuate con telecamera a mano. La regia è attenta e precisa e si concentra soprattutto sui due personaggi principali (Lars e Jimmy) . Essa insiste sugli  sguardi e sul linguaggio corporeo dei due, andando a rintracciarne pensiero, psicologia, istinti;  molti sono i silenzi e le frasi strozzate dei due protagonisti, che compiono una buonissima interpretazione . Buone musiche e affascinante scenografia accompagnano un film di livello medio alto che va chiaramente a rintracciare le contraddizioni dell’ ideologia nazista, andandone a colpire la base ideologica, quella della coerenza naturale tra uomo e uomo, considerando inammissibile la possibilità di attrazione fra individui  del medesimo sesso. Aspetto che si è già visto in alcuni film dove la ferrea ideologia nazista viene accostata in modo antitetico all’ omosessualità come avviene in “American Beauty” di Sam Mendes o “American History X” di Spike Lee. Un film quindi con una sceneggiatura e dei messaggi non propriamente originali che però risulta di buon livello cinematografico. Meritato “Marc’ Aurelio d’ oro” al festival di Roma; scarso e sconfortante successo di cassetto. 

 

blow di Ted Demme

                                                             COCA, DELIRIO E DISPERAZIONE

                                                                   voto: **              (USA 2001)

Ascesa e caduta di George Jung (Johnny Depp) che, dopo l’ adolescenza e la difficile situazione familiare  per i grossi problemi economici, nella maggiore età, cerca l’ emancipazione sia economica che personale, cominciando a spacciare marjuana  ma diventando poco alla volta, alla fine degli anni ’70, il più importante spacciatore degli Stati Uniti e colui che importa la maggior quantità di cocaina di tutto il Nord America, grazie anche all’ amicizia con Pablo Escobar (Curtis). Ma i grandi affari e  la quantità spropositata di denaro diventeranno un ricordo e ben presto il protagonista verrà tradito da “colleghi” lavorativi, dalla moglie (P. Cruz) e addirittura dalla madre, fino all’ ultimo tradimento che gli costerà l’ ergastolo.

Una tipica parabola del sogno americano, della scalata alla ricchezza  partendo dal nulla, tratta dal libro di Bruce Porter su George Jung , personaggio realmente esistito e ancora in carcere  e adattata da McKenna e Cassavetes, che racconta l’ ascesa di un uomo e la sua inesorabile caduta con la conseguente perdita delle persone care (come in questo caso l’ unica figlia) e la crescita di una costante disperazione per la vita buttata.

Un film diretto da Ted Demme (nipote del grande Jonathan  Demme) diventato icona generazionale e pellicola preferita per molti teenager che, però, non ha molto da dire. I personaggi sono eccessivamente stereotipati e poco originali, la sceneggiatura non è innovativa ma è vecchia, quasi logora. Finale esaltato da molti che però si rivela eccessivamente patetico e melodrammatico , in cui il protagonista dovrebbe essere compatito  e giustificato. Gli attori non riescono mai ad essere emblematici e la regia è spesso  vicina (forse troppo) a quella di Scorsese, non riuscendo ad arrivare all’ unicità espressiva e concettuale del regista di “Taxi Driver”. Storiche e ben concepite alcune scena come quella in cui Deep , quasi soffocato fisicamente dal denaro guadagnato non sa più dove riporre le banconote in casa.

Per chi, dopo aver visto questo film, fosse interessato, la figli di Jung (Kristina) andò a trovarlo in carcere nella primavera del 2002, affermando di essere dispiaciuta di non esserci mai andata prima.

la grande abbuffata di Marco Ferreri

                                                           EROS , THANATOS e CONSUMISMO

                                                  voto: *** e mezzo       (Francia/Italia 1973)

Quattro notabili amici, quattro rispettabili professionisti in carriera: un raffinato cuoco (Tognazzi), un sanguigno pilota (Mastroianni), un colto giudice (Noiret) e un compito produttore televisivo (Piccoli) si riuniscono in un’ affascinante villa a Neuilly, vicino a Parigi, decisi a soddisfare i loro bisogni primari cioè quello di cibarsi e di avere rapporti sessuali in modo iperbolicamente continuo e disperato, senza sosta alcuna, decisi ad autodistruggersi, una sorta di harakiri comune che non lascia speranza. Le quattro vittime, lungo il loro viaggio verso la fine,  sono costantemente accompagnate da una giunonica e insaziabile professoressa (che acquisisce il ruolo di angelo della morte)-Andèa Ferrèol-che aiuta la loro lenta e nevrotica distruzione.

Diretto da M. Ferreri e scritto insieme a Rafael Azcona il film, che diede molto scandalo, per la sua progressione espressiva e sceneggiativa che non si ferma davanti a nulla, acquista le caratteristiche di un pamphlet satirico con toni cupi, situazioni penose e scenografie mai serene o spensierate ma sempre scure, peccaminose, caratterizzate da una tristezza noir. Il lirismo col quale viene narrata l’ autodistruzione dei protagonisti è lucido, freddo e non dà mai niente per scontato ma va fino in fondo, senza condizionamenti moralistici. Il film non fa altro che descrivere metaforicamente la società e la realtà storica del tempo, la fioritura del consumismo che mercifica e mistifica l’ uomo e di conseguenza i suoi bisogni primordiali come quello del sesso e del cibo e ciò non porta che all’ autodistruzione. I quattro protagonisti infatti sono il veicolo, il paradigma dell’ uomo sottomesso a questa terribile inclinazione sociale. L’ iperrealismo con il quale viene diretto il film è secco e immediato e porta anche a chiamare gli attori con il loro vero nome. Buonissime le interpretazioni dei quattro protagonisti con qualche dubbio verso Mastroianni che sembra l’ unico a non essere mai immerso fino in fondo nella sceneggiatura e nel suo personaggio. Possibile il parallelismo fra questo film e il “Salò…” pasoliniano anche se rispetto a quest’ ultimo, l’ opera di Ferreri è molto meno aspra e terribile e con un’ impostazione politica molto meno esplicita del capolavoro di Pasolini. Premio  Fipresci e fischi al festival di  Cannes nel 1973 e grande successo al botteghino.