fratelli in erba di Tim Blake Nelson

                                                                      CITAZIONISMO COENIANO

                                                                       voto:***             (USA-2009)

Bill Kincaid (Edward Norton) è un luminare professore di  storia della filosofia antica alla Brown University, molto apprezzato da colleghi e alunni, impegnato nella ricerca accademica e molto conosciuto nel settore. Le sue origine, a differenza della maggior parte dei suoi conoscenti universitari, sono molto umili e quando verrà a sapere che il suo fratello gemello Brady Kincaid (Edward Norton), un importante coltivatore e spacciatore di marjuana , è stato ucciso con una balestra, turbato e non entusiasta del suo ritorno a quella vita ormai abbandonata,  prende il primo aereo per l’ Okalhoma per partecipare al funerale del fratello. Ben presto scoprirà che è stata tutta una messa in scena ordita da Brady a cui serve un’ alibi (tutti in paese penseranno che Bill è Brady)  per  risolvere dei gravi problemi  di “mercato” con Pug Rothbaum, un milionario ebreo estremamente potente e capostipite del traffico di stupefacenti della città.

Quanti spettatori entrando nella sala e avendo guardato il trailer avranno pensato di trovarsi davanti una commedia dissacrante, leggera e comica incentrata sulla coltivazione, il consumo e il traffico di marjuana?! Molti, sicuramente la maggior parte di coloro seduti in parte alla mia poltroncina. Il film, tradotto malissimo in italiano (l’ originale sarebbe “Leaves of Grass”, titolo di una poesia dia Walt Whitman ), si rivela una commedia tragica di forte impatto sull’ inconfondibile stile dei fratelli Coen. La pellicola è circolare nella sceneggiatura e nella scenografia, la comicità è sottile ed elegante, mai banale o scontata, la sceneggiatura è legata da profonde riflessioni filosofiche e etiche che accompagnano il protagonista in una affascinante disquisizione sul valore delle proprie origini e come esse siano intrinseche in ognuno di noi; e soprattutto sulla funzione del caso nell’ evoluzione degli eventi nella vita di ognuno di noi (uno dei maggiori temi coeniani), una sorta di cabala che causa diversi avvenimenti. Lo stile di tutta la pellicola è lineare e costante con durissimi picchi di violenza inaspettata e amara(come l’ uccisione di Rothbaum da parte di Brady).  La scena iniziale è dichiarativa per l’ intera storia del protagonista, infatti Bill sta spiegando davanti ai suoi alunni il principio di Socrate per cui ogni uomo va alla ricerca di un proprio personale equilibrio che verrà prima o poi inesorabilmente perduto, così è per il protagonista Bill , il cui pseudo equilibrio lavorativo verrà disgregato dal suo ritorno alle origini, dalla vista della madre (chiusa in un’ ospizio), dalla riconciliazione col fratello Brady e dalla conoscenza di Janet (Keri Russell), di cui si innamorerà. Colmo di citazioni letterarie da Catullo a Whitman, da Shakespeare a Plauto, la pellicola fa anche molti riferimenti semitici e si ricollega spesso all’ ideologia ebrea e ai suoi principi.

Grande originalità (inaspettata dopo aver visto il trailer) e fascino travolgente per una tragicommedia dai caratteri  noir e in pieno stile Coen. Buonissima direzione da parte del regista Tim Blake Nelson che nel film interpreta l’ amico fraterno di Brady, Bolger.

Pochissimi incassi in Italia causati dall’ inconcepibile presentazione e distribuzione della pellicola.     Vi propongo il trailer italiano, quello americano e qui sopra la locandina americana del film ben diversa da quella italiana, tenendo conto del titolo).

Annunci

la solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo

                                                              DRAMMATICA SOLITUDINE

                                                          voto: ** e mezzo           (Italia 2010)

Alice (Alba Rohrwacher) e Mattia (Luca Marinelli) sono due ragazzi di Torino diversi da molti altri ragazzi (che spesso  li emarginano) e diversi fra loro ma accomunati da un segreto e da uno forte trauma infantile. Le loro vite si incroceranno spesso perché legate quasi da un legame imprescindibile come il legame che c’è tra i numeri primi (disibili solo per  1 e se stessi). Anche un lungo allontanamento di Mattia che riuscirà ad emanciparsi a livello lavorativo in Germania e un matrimonio finito male di Alice, non scalfirà questo rapporto unico e nella parte finale del film i due protagonisti si ritroveranno in un’ ultima scena drammatica e carica di pathos che esprime la sofferenza che gli ha provocato la loro naturale solitudine. La pellicola segue l’ omonimo  libro nel raccontare una parte della vita dei due protagonisti, partendo dall’ infanzia, l’ adolescenza, fino all’ età  adulta ma invece di raccontare la loro storia in modo lineare e cronologico (come avviene nel romanzo), per rendere più dinamica la sceneggiatura (scritta da Saverio Costanzo e Paolo Giordano), si serve di numerosi flashback e analessi, curate in modo ordinato e coerente.

Tratto dall’ omonimo best seller di Paolo Giordano, questo film è diretto in modo lineare e curioso da Saverio Costanzo (uno dei migliori registi emergenti in Italia) che rende onore al libro, dando spesso una grande carica espressiva alle proprie scene, caratterizzate da molti silenzi, sguardi, frasi non dette e da un pathos sempre crescente che mostra la desolazione e la sofferenza dei due protagonisti. Attori che realizzano un’ ottima interpretazione, soprattutto Alba Rohrwacher, ottime colonne sonore, onnipresenti,  sempre molto vicine a adeguate alle scene e che aumentano la tensione espressiva di molte sequenze. Ottimo unhappy-end, drammatico nella sua cruda rappresentazione. Le scene in cui Alice e Mattia sono rappresentati nell’ infanzia e nell’ adolescenza sono recitate da attori quanto giovani , quanto inesperti e quindi ciò risente nell’ economia totale del film. In ogni caso un ottimo prodotto italiano apprezzato anche al Festival di Venezia e  che ha permesso la conoscenza internazionale di un buonissimo regista, Saverio Costanzo.

somewhere di Sofia Coppola

                                                  CINEMA, DONNE, FERRARI, DISPERAZIONE

                                                             voto: ***           (USA/Italia-2010)

Johnny Marco (Stephen Dorff) è un attore hollywoodiano di grande importanza , è lo stereotipo della superstar, conosciuta in tutto il mondo e invidiata da molti. Seguito abitualmente da molti fan e diversi giornalisti, egli possiede tutto ciò che si possa desiderare e tutto ciò che apparentemente renda felici: donne bellissime, conoscenze illustri, grande disponibilità economica,  innumerevoli successi professionali e auto di lusso (la sua ferrari nera lo accompagna per tutto il film e si rivela di importanza cruciale e paradigmatica per tutto lo scheletro  della pellicola). Marco pur possedendo tutto ciò, ha una vita scandita dai normali problemi e preoccupazioni di una persona comune e in particolare ha una figlia, Cleo (Elle Fanning), di 11 anni che vede pochissimo. Complice un viaggio (probabilmente senza ritorno) della madre di Cleo, l’ affascinante attore passerà molto tempo libero con la figlia, riscoprendo la semplicità e la dolcezza di uno stretto rapporto con la figlia. L’ ennesima lontananza da Cleo, impegnata in un campo scuola, rivelerà a Marco una snervante insoddisfazione e malessere interiore, provocato da una forte sensazione di inutilità e incompletezza che lo porta ad una visione lucida della propria esistenza, che si rivela frustrante e superficiale, dopo che anche l’ unica persona che sembra tenere a lui (Cleo) se ne andata. Solo nell’ ultima parte del film e in particolare nel finale (davvero diretto magnificamente), emerge implicitamente, una presa di coscienza dell’ attore che si rende conto che l’ unico modo per raggiungere una sorta di equilibrio sereno nella propria vita è quello di spogliarsi di tutta quell’ aura di superficiale e apparente benessere che non gli ha dato le soddisfazioni e la felicità che è riuscita a dargli Cleo in pochi giorni.

Una pellicola che vuole rappresentare in modo originale la normalità  presente nell’ esistenza di uno dei cosiddetti “vip” internazionali, la cui vita non ha nulla di così incredibile ma anzi è costellata dai vari problemi quotidiani di tutti i giorni, ed è per questo che il film può risultare monotono e faticoso da seguire. Si ha spesso la sensazioni che il film non decolli, che resti in un costante inizio, mancante di snodi o evoluzioni sceneggiative ma questa scelta è coerente con l’ intera struttura del film che si rivela, sceneggiativamente parlando, costante e lineare, mai confusionario o complicato. Buoni attori, ottima direziona da parte di Sofia Coppola  che riesce a proporre uno spaccato sociale e culturale della realtà moderna. Ottime le musiche e un finale dichiarativo che è davvero la ciliegina sulla torta di un buonissimo film, vincitore di un meritatissimo Leone d’ Oro al festival di Venezia 2010.

Urlo di Rob Epstein e Jeffrey Friedman

                                                                                 URLO NEL VENTO

                                                                  voto: **                       (USA 2010)

Un giovane poeta scrive il suo primo libro di poesia. Questo sconosciuto scrittore è Allen Ginsberg (James Franco). Dopo aver conosciuto a fondo la miseria e la degradazione della “big generation” e della “cultura beat”, scrive e pubblica quest’ opera che scandalizzerà gli Stati Uniti, tanto da processare questo libro, intitolato “The Howl-L’ urlo”, come osceno e offensivo alla pubblica morale. Questo film si sviluppa secondo un triplice schema, una triplice sceneggiatura coesa e continua. Una parte riguarda il processo all’ opera, con tanto di avvocati, teste e prove, controversie, risposte e domande a sorpresa, colpi di scena ecc… (ciò che le pellicole americane ci hanno abituato a vedere…); seconda è la storia della crescita culturale e personale dello stesso autore e cosa lo ha portato a scrivere “The Howl” e a leggerlo in pubblico per la prima volta nel 1955 nella “Six Gallery” di San Francisco; ed infine una terza parte che immagina il poema in chiave animata e spesso pindarica, passando da scenografie diverse, immagine mitiche, oniriche e spesso terribili che cercano di trasmettere la vera essenza della  vita di quel periodo.  Questa scelta risulta affascinante e sicuramente originale all’ inizio della pellicola ma con i minuti si tramuta in qualcosa di stucchevole e ridondante, a tratti pleonastico e la noia fa ben presto capolini. Le sequenze del processo che vengono rese in pieno stile “americano” diventano paradossalmente le più attese, le più distensive e interessanti ma non tanto perché lo siano realmente ma perché le precedenti due non si rivelano così entusiasmanti anzi, a tratti parecchio statiche e monoespressive. Il protagonista,  James Franco, è eccezionale e realizza un’ ottima interpretazione; la scelta di introdurre parti animate è originale ma poco più;  alcune scelte nel processo sono scontate e aspettate, troppo vicine all’ “happy end hollywodiano”. Le uniche sequenze davvero apprezzabili sono quelle in casa di Ginsberg,  che sta rilasciando un intervista ad un giornalista ma che diventano sempre meno frequenti verso il finale. Buone musiche e buon finale ma una regia che dà pochissimo spazio all’ affascinante realtà sociale di quel  periodo storico che meriterebbe più spazio. Buona la scelta di utilizzare parole provenienti direttamente da “The Howl” che viene però spesso esasperata perché utilizzata in modo eccessivo durante tutto il film.