the duel di Steven Spielberg

                                            TEATRALITA’  MITOLOGICA TRA LAMIERE E CLACSON

                                                                                      voto: ***      (USA-1971)

Durante un viaggio per questioni di lavoro in auto, il pacato ed elegante commesso David Mann (Dennis Weaver) , con la sua Plymouth Valiant del 1970 rossa (un auto quasi aristocratica, una sorta di puro sangue della strada),  incontra davanti a sé  un’ autocisterna, una Peterbilt 281 del 1955 (a differenza della precedente un mezzo popolare, sporco, come un vecchio stallone sgangherato). David, cominciando a superarlo, scatenerà l’ ira del conducente “ignoto” dell’ autocisterna  che tenterà per tutto il film di sconfiggere e uccidere il suo sfidante, il suo duellante, scandendo il proprio urlo di battaglia con l’ assordante suono del clacson.

Malgrado una sceneggiatura (apparentemente) forse troppo lineare e semplice, siamo di fronte ad  un vero e proprio gioiello degli anni ’70 e per tecnica cinematografica e per teatralità scenica. La tensione è curata in modo preciso e raffinato, i colpi di scena sono costanti e inaspettati (almeno nella prima parte), riuscendo a dar vita ad un duello cavalleresco, ad una sfida mitologica d’ altri tempi nella realtà moderna, in cui al posto di armi e cavalli, ci sono automobili, quasi a mostrare la degenerazione della modernità  sull’ uomo che non fa altro che puntare all’ autodistruzione mascherata da sviluppo tecnico. Il film, girato in sole due settimane, fu concepito per il piccolo schermo ma ben presto, per l’ enorme successo riscosso, venne adattato al Cinema, aumentandone il minutaggio a 74’ e 90”. La fotografia e la scenografia sono essenziali e nette, una spada che arriva dritta al petto dello spettatore che è stupefatto quanto il povere conducente David per la situazione, non riuscendo a razionalizzare ciò che sta succedendo. La tragicità catartica è curata attentamente e l’ inquietudine è quasi palpabile. Il secondo  lungometraggio  di Spielberg, allora venticinquenne, che si è presentato così  al panorama cinematografico americano e all’ apprezzamento costante di critica e pubblico, che gli hanno aperto le porte a grandi produzioni immediatamente successive, come “Lo squalo” nel 1975. L’ happy end, tipicamente americano e che, di fatto, ci si aspetta, spezza in un attimo il terribile incubo e il camion cade in un dirupo prendendo fuoco  ma, mentre l’ autocisterna sta cadendo, la portiera rimane misteriosamente aperta, quasi come se l’ autista si fosse salvato. Ovviamente l’ identità del folle guidatore non viene mai mostrata ma durante la sequenza in cui l’ autocisterna punta dritto su David Mann (fermatosi in una cabina telefonica per chiamare la polizia), sul parabrezza del camion si può intravedere il volto dell’ autista impazzito.

Ormai un cult del Cinema americano, una leggenda di Hollywood, che mostra anche l’ avanguardia cinematografica americana , a livello soprattutto tecnico, rispetto all’ Europa, in quegli anni ‘70 in cui il Cinema americano raggiunse la sua consacrazione assoluta, grazie anche all’ arte di un regista come Steven Spielberg.

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