Hunger di Steve McQueen

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                                                                              Voto ***   anno: 2008

All’ inizio degli anni ’80, l’ abolizione dello statuto speciale di prigioniero politico, per mano del primo ministro inglese Margaret Thatcher , rende tutti  i carcerati appartenenti alla resistenza irlandese dell’ IRA alla stregua di criminali comuni e porta a continue e articolate proteste dei medesimi,  appartenenti a questo movimento. Nella prigione di Maze, a Long Kesh, le proteste proseguono con perentorio costanza. Si va dallo sciopero “delle coperte” a quello dell’ “igiene”, sotto la guida di Bobby Sands (Michael Fassbender), uno dei leader del movimento. Dopo la richiesta e la pretesa di poter indossare abiti civili e l’ ennesima repressione violenta e schernitrice degli agenti del carcere, accompagnata dal  rinnovato  rifiuto di acconsentire alle pretese dei detenuti da parte del primo ministro,  la rivolta prende una piega più aggressiva e Sands indice uno sciopero  generale della fame, che tutti gli altri detenuti avrebbero dovuto seguire.  Questa scelta assoluta e suicida durerà sessantasei  giorni. Più di due mesi  di passione e sofferenza  volontaria che porteranno Sands  alla morte di inedia , nell’ ospedale della prigione, insieme ad altri nove detenuti, ribattezzati dalla Storia: “martiri dell’ IRA”.

Film del 2008, di un regista emergente londinese, Steve McQueen, che dopo i successi alla 52^ e 53^ Biennale d’ arti visive di Venezia esordisce sul grande schermo con “Hunger”, pellicola passata in sordina e distribuita pochissimo in Italia ma che è stata molto apprezzata alla 61^ edizione del Festival di Cannes, dove è stata premiata con la Camèra d’ Or, come miglior opera prima (premio meritatissimo, visto che siamo di fronte  ad un  esordio veramente inaudito. La corporeità e la fisicità sono al centro di una regia cosciente e matura che ha nell’ inquadratura la sua punta di diamante, un’ attenzione esasperata alla forma e all’ immagine che ricorda  la centralità scenica del decoupagè classico della Kummerspiel  e della scuola espressionista  tedesca degli anni ’20, Un Cinema di grande impatto scenico e di grande suggestione visiva  pro filmica.  Il dettaglio e l’ inquadratura in primo piano spadroneggiano nell’ esordio del film, concentrandosi sulla tragicità omologante della vita di una guardia penitenziaria  del carcere e  nel finale , quando la catarsi  espressiva si focalizza sul dramma emotivo e fisico di Sands, che si vede morire poco alla volta, in nome di un’ idea. La scenografia è attenta e rispecchia lungo tutte le inquadrature il clima della scena stessa e mi riferisco alla freddezza glaciale delle scene della passione e del sacrificio finale lungo le stanze d’ ospedale del carcere o al calore delle riprese del dialogo tra il protagonista Sands e l’ amico Padre Dominic Moran (Liam Cunningham) , scena che mostra un’ enorme tecnica di regia. Questa sequenza narrativa infatti,  che risulta essere il vero snodo del film, in cui tutte le carte vengono mostrate e tutte le dinamiche della vicenda vengono svelate,  è quasi completamete girata con un lunghissimo long take, un’ inquadratura lunga che assomiglia molto al piano sequenza (ma che non esaurisce il segmento narrativo) della durata di 20’, che interrompe il silenzio della parte iniziale e anticipa quello finale e che esalta le capacità interpretative dei due attori, e soprattutto quelle di Michael Fassbender, che realizza un lavoro superbo, andando quasi oltre la recitazione, mostrando e vivendo sulla sua pelle una magrezza quasi insostenibile allo sguardo. Altro long take di una decina di minuti riflessivo e dilatato mostra la pulizia del corridoio di fronte alle celle del carcere e svela   il ritmo cadenzato  e dinamico del film che alterna inquadrature soggettive,  semisoggettive e sguardi in  macchina accompagnati a dialoghi affilati e perentori a riprese esasperate e dilatate, enormi silenzi e lunghi intervalli espressivi, narrati sempre con sottile e misurato equilibrio formale.

Una pellicola di livello molto alto che non ha paura di arrivare a livelli di violenza e sofferenza pura, che non si nasconde e che, pur concentrandosi poco sulla parola, riesce sempre ad essere chiara e lineare, contestualizzando sempre lo scenario sociopolitico del periodo, anche con immagini di repertorio e registrazioni reali di discorsi di Margaret Tatcher, che aiutano alla perfetta comprensione dell’ intreccio. Una regia cosciente a accurata che manifesta un grande talento e una profonda conoscenza della tecnica registica, espressa con uno stile personale e maturo.

Film, ridistribuito in questo periodo nelle sale (anche bresciane ) con colpevole  ritardo, a causa di distribuzioni troppo timide. Malgrado molti critici in Europa gridassero al capolavoro, “Hunger”, in Italia, non trovò nemmeno una casa disponibile nel 2008. Grazie a “Bim Distribution” e anche alla grandiosa ascesa di Michael Fassbender, protagonista anche del secondo film di McQueen “Shame”, per il quale l’ attore tedesco ha vinto la “Coppa Volpi” come miglior attore al Festival di Venezia del 2011, finalmente anche il pubblico italiano può godersi questo grande prodotto.

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One thought on “Hunger di Steve McQueen

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