ACADEMY AWARDS – 2013

OSCAR 2013, Mediocrità infranta da un  unico raggio di Cinema

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Si è conclusa una nuova puntata degli Academy Awards, quella del 2013,  e come al solito essa ha tenuto sospesi davanti al televisore svariate centinaia  di migliaia di telespettatori. O meglio, li ha tenuti sospesi  solo nei primi istanti di  spettacolo, perché la presentazione e lo humour tipicamente americano, accompagnati  dalle varie apparizioni eccellenti (e non)  e affiancati  da un  buonismo diffuso  miseramente dissacrato dallo stile del presentatore Seth MacFarlane, difficilmente saranno  riusciti a mantenere svegli tutto il pubblico che ha iniziato a guardare  lo show degli Oscar.  Complice anche la scansione inevitabile dei premi, che concentrava chiaramente quelli più prestigiosi  nel finale. Infatti   la tensione da risultato e la curiosità cinefila scema minuto dopo minuto, inesorabilmente, vittima di una simpatia ed un’ affabilità forzata e ripetitiva. Ma, di fatto, il livello dello spettacolo interessa poco e lascia presto la strada ai vincitori, ai risultati veri e propri. E in questo senso, gli Oscar vestono di successo “Argo”, il film diretto ed interpretato da  Ben Affleck, che riesce a raggiungere un risultato storico per la sua fresca carriera da regista, iniziata soltanto nel 2007 con lo sbiadito “Gone baby gone”.  Il film, tratto dall’ omonimo romanzo di Mendez e Baglio,  vince il premio  come “Miglior film” e come “Miglior sceneggiatura non originale” di Chris Terrio. Una pellicola buona ma a cui sta piuttosto larga la statuetta come opera cinematografica  n. 1 di quest’ anno. Tra i candidati nella categoria  infatti spiccano almeno due pellicole migliori della precedente, cioè “Amour” di Michael Haneke, che si è aggiudicato il premio come “Miglior film straniero” e sicuramente “Vita di Pi”, che tuttavia si porta a casa  4 statuette, profumando  da reale  trionfatore  del 2013. Non ci si può aspettare un plebiscito straniero in un concorso nato, creato e sostenuto da Hollywood, ma l’ enorme successo di  Ang Lee dimostra quanto la sua pellicola abbia profondamente condizionato l’ Academy. Risultato giusto,  anche se davanti alle 11 nomination,  forse “Vita di Pi” avrebbe meritato un risultato più rotondo, malgrado il prestigio dei premi vinti come “Regia”, “Fotografia”, “Effetti Speciali” (superando   la spietata concorrenza di “Prometheus” e soprattutto “The Avengers”) e “Colonna Sonora”.

Grande e meritato il risultato di “Amour”  nella categoria “Miglior Film Straniero” ma misera e inaspettata la reazione dell’ Academy al nostro grande “Cesare deve morire” dei Taviani che, dopo aver vinto lo scorso Festival di Berlino ed essere stata la pellicola scelta per rappresentare l’ Italia nell’ 85esima edizione degli Oscar, è stata scartata da osservatori  purtroppo troppo miopi. Un vero e proprio scandalo se si pensa alla qualità cinematografica di quest’ ultima  e della pellicola vincitrice della statuetta come “Miglior Film”. Stilisticamente e artisticamente i Taviani hanno realizzato infatti un’ opera unica, cinematograficamente superiore ad “Argo” e  “Amour” e di enorme consapevolezza e raffinatezza formale. Stesso destino al buon “Quasi Amici” di Nakache e Toledano,  escluso fin da subito. L’  Italia ha partecipato alla serata soltanto con il brano di Ennio Morricone ed Elisa, intitolato “Ancora qui”, presente all’ interno del tarantiniano “Django Unchained”

Il “Miglior film d’ animazione” se l’ è aggiudicato il buon “Brave” della Disney che, onestamente, gareggiava da solo, senza concorrenza reale per la categoria  quest’ anno. Ottimo e meritatissimo premio come “Miglior Corto d’ animazione” a “Paperman”, il romantico e dolce gioiello di John Kahrs e prodotto sempre dalla Disney.

Daniel Day-Lewis e Christoph Waltz si confermano (non soltanto per il premio) due dei migliori attori hollywoodiani  ora in circolazione con le pellicole di “Lincoln” e “Django Unchained”, che gli valgono l’ Oscar come “Migliori Attori” 2013, rispettivamente come protagonista e non protagonista.

Il premio come “Miglior attrice protagonista ”  è andato a Jennifer Lawrence per “Il lato positivo” e quello per la  “non protagonista ”  alla stupenda Anne Hathaway per il musical “I Miserabili”.

“Miglior sceneggiatura originale”, infine,  al non eccezionale “Django …” che , nel complesso, raggiunge un buon risultato e che favorisce il grande Tarantino con il premio più ambito per un regista completo come lui.

Una serata noiosa ed infinita che, senza sorprese, non innalza grandi prodotti cinematografici ai vertici del Cinema mondiale e che, alla luce delle scelte fatte, non fa nemmeno nulla per scovarli,  premiandoli come si meritano. Molta medietà  e conformismo in quest’ 83esima edizione , ottenebrata soltanto  dell’ ottima pellicola di Ang Lee che è il vero gioiello di tutto il 2013 e che dimostra senza alcun dubbio l’ enorme statura artistica del regista ed una forte propensione qualitativa dell ‘ Oriente, che  sta esplodendo Festival dopo Festival  e diffondendo i suoi prodotti  in un Occidente saturo e ripetitivo , figlio di una tendenza  cinematografica statunitense ormai solamente spettro di se stessa e che ha sempre meno cose da dire.

Tutti i premi:

Miglior filmArgo di Ben Affleck

Migliore attrice protagonista: Jennifer Lawrence per Il lato positivo

Miglior attore protagonista: Daniel Day-Lewis per Lincoln

Migliore attrice non protagonista: Anne Hathaway per Les Misèrables

Migliore attore non protagonista: Christoph Waltz per Django Unchained

Miglior regista: Ang Lee per Vita di Pi

Migliore sceneggiatura originale: Quentin Tarantino per Django Unchained

Migliore sceneggiatura non originale: Chris Terrio per Argo

Miglior film in lingua stranieraAmour (Austria)

Miglior film d’animazioneRibelle – The Brave di Mark Andrews e Brenda Chapman

Miglior fotografia: Claudio Miranda (Vita di Pi)

Migliori effetti speciali: Bill Westenhofer, Guillaume Rocheron, Erik-Jan De Boer e Donald R. Elliott (Vita di Pi)

Migliori costumi: Jacqueline Durran (Anna Karenina )

Miglior montaggio: William Goldenberg (Argo)

Miglior sonoro: Andy Nelson, Mark Paterson e Simon Hayes (Les Misérables)

Miglior montaggio sonoro: Per Hallberg e Karen Baker Landers (Skyfall) e Paul N.J. Ottosson (Zero Dark Thirty )

Migliori trucco e acconciatura: Lisa Westcott e Julie Dartnell (Les Misérables)

Migliore colonna sonora: Mychael Danna (Vita di Pi)

Miglior canzone originale: Adele Adkins e Paul Epworth (Skyfall)

Miglior scenografia: Rick Carter e Jim Erickson (Lincoln)

Miglior cortometraggioCurfew di Shawn Christensen

Miglior cortometraggio animatoPaperman di John Kahrs

Migliore documentarioSearching for Sugar Man di Malik Bendjelloul e Simon Chinn

Migliore cortometraggio documentario: Inocente di Sean Fine e Andrea Nix Fine

“Viva la Libertà” di Roberto Andò

DUPLICITA’ E RINNOVAMENTO NELL’ OPPOSIZIONE

voto: ** e mezzo

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In un’ Italia politicamente provinciale e apatica, il partito di opposizione, malgrado il suo ruolo secondario negli ultimi anni, cala vertiginosamente nei consensi e sembra non rialzarsi più da una crisi che ormai la trascina verso un baratro di immobilità e disillusione, senza possibilità di recupero. Leader ormai consumato e frustrato di una sinistra che somiglia molto a quella della più recente tradizione politica italiana, Enrico Oliveri (Toni Servillo) è un politico ormai depresso che, senza più carisma e passione, pare più l’ ombra di se stesso e trascina irrimediabilmente il partito verso una nuova sconfitta elettorale. Stanco e sconsolato, il Segretario si rende conto di tutto ma, ormai incapace di invertire questa tendenza e di far rinascere nel suo elettorato le speranze di un tempo, decide di fuggire, di auto esiliarsi per un breve periodo. Ritrovare l’ entusiasmo perduto e dimostrare ai suoi colleghi che senza di lui il partito non può far nulla, sono gli scopi di questo suo allontanamento volontario, che avverrà in Francia, da una sua vecchia amica, Danielle (Valeria Bruni Tedeschi). Il movimento entrerà effettivamente in crisi e quest’ inaspettata mancanza ingiustificata rischia di alimentare i problemi già presenti all’ interno del partito. Sarà un’ intuizione geniale di Andrea Bottini (Mastandrea), il braccio destro di Oliveri, a ristabilire l’ ordine. Infatti quando il collaboratore si spingerà alla disperata ricerca del politico scomparso, conoscerà Giovanni Ernani (Servillo), fratello gemello di Oliveri, uomo dalla personalità istrionica e originale, intellettuale e scrittore ma anche ex paziente di un ospedale psichiatrico, che accetta con leggerezza la proposta di sostituire il fratello per un breve periodo. Inaspettatamente Giovanni entrerà pienamente nel personaggio e (a suo modo) interpreterà il politico, indossando i panni di un riformatore convinto e colto rinnovatore, brillante oratore e trascinatore di masse, riuscendo a ribaltare i consensi e navigare spedito verso la vittoria finale.Il tutto mentre il vero Oliveri, che viene presto a conoscenza della sua sostituzione, tra nuove passioni e ritrovate emozioni, cerca e pare ritrovare se stesso.

 

Una commedia amara. Si presenta in questo modo l’ ultimo film del regista (più conosciuto nel teatro che nel Cinema) Roberto Andò, che mette in scena il suo romanzo “Il trono vuoto”, vincitore del Premio “Campiello” 2012 come miglior opera prima. La pellicola, che segue perfettamente le dinamiche letterarie del libro, ha di fatto lo stesso incipit, che lo rende quasi un pamphlet satirico, cioè la domanda legittima di dove sia finita la sinistra negli ultimi anni, nella politica italiana.   Continua a leggere

CULTURA E DIRITTI ALL’ IDRA

“DUE VOLTE GENITORI” DI CLAUDIO CIPPELLETTI

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Fra  le stazioni di Milano, Torino, Lecce e Palermo, lungo tutta l’ area nazionale  e le profonde varietà culturali che vestono il nostro paese, si aggirano varie reazioni e ideologie legate all’ omosessualità e ai suoi diritti. Ed è proprio  in dialoghi veloci e frettolosi sui vari treni, in situazioni quotidiane e ordinarie, che emerge spesso il profondo provincialismo e la gravosa ottusità ideologica della nostra società.  Inquadrature nascoste e clandestine, che raffigurano confronti e dialoghi intorno a questi temi,  connettono fra loro cinque capitoli narrativi , durante il film, che cercano di interpretare ed addentrarsi  ,  grazie a numerose testimonianze,  nelle  reazioni di genitori di ragazzi gay, dopo la presa di coscienza dei loro gusti sessuali e necessità sentimentali.  Si vanno a rintracciare e ricercare, lungo i vari discorsi  che si susseguono,  sentimenti e sensazioni,  in una prospettiva inusuale e poco conosciuta  come quella dei genitori,  che inaspettatamente si vedono dichiarare verità di cui non erano minimamente a conoscenza.

Servendosi di numerose interviste e conversazioni  spontanee, l’ intero film appare ruvido in certi passaggi inevitabili di genere ma la scelte in sede di montaggio aiutano il dinamismo dell’ intera pellicola, alternando sequenze drammatiche a  scene più leggere e divertenti, creando una buona armonia espressiva. Un documentario inchiesta che dà voce a molte persone e a una serie di famiglie, entrando anche in casa loro, riuscendo ad ottenere interventi diretti e  onesti, che descrivono le difficoltà quotidiane, davanti a certe realtà, ancora per lo più rifiutate o biasimate dalla collettività. Il realismo contenutistico ed artistico necessario  viene sempre rispettato e coerentemente perseguito, andando a rintracciare i vari momenti interiori e personali  in modo cronologico (iniziando dal rifiuto  fino all’ accettazione, passando dalla repressione, dall’ angoscia  allo scontro sociale, fino all’  ideo del sesso) vissuti  dai  genitori di alcuni ragazzi gay e ragazze lesbiche.

Progetto ambizioso e coraggioso, che risale al 2009, e che si serve di un documentario ampio e dai forti contenuti emozionali e intimi, per esprimere il principio fondamentale di parità dei diritti per tutti e soprattutto per moralizzare la società ed allontanarla da un’ omofobia  ancora incatenata alla nostra cultura.  Ambizione oltre che della pellicola anche  dell’ associazione “agedo” (parenti e amici di persone omosessuali) che ha prodotto  l’ intero film e si muove in tutta Italia e non solo, soprattutto fra i giovani,  per sperare ed augurarsi che ci sia un’ evoluzione reale nella società, nella politica  e nei diritti umani, anche per gli omosessuali.  Processo sicuramente lungo e faticoso ma che ha già dato risultati, se riflettiamo alla situazione sociale e culturale di alcuni anni fa.

Film vincitore di vari premi e proposto a Brescia presso la “Residenza di produzione teatrale Idra”, all’ interno della settimana (iniziata il 13 febbraio) dedicata al “Festival Wonderland”. Una settimana di eventi culturali dedicata al tema dell’ omosessualità e sulla realtà omosessuale italiana,  nella speranza futura che la lotta per i diritti di ogni cittadino, chiunque esso sia e qualunque siano le sue inclinazioni intime e sessuali, prosegua  grazie ad una maturazione cosciente e concreta della società che ci circonda.

“Lincoln” di Steven Spielberg

STEREOTIPO PEDESTRE, L’ ULTIMA FATICA DI SPIELBERG

voto:* e mezzo     (USA-2012)

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Alla fine della guerra di secessione americana, dopo quattro anni di sanguinose battaglie e migliaia di giovani vittime, nulla si desidera più della pace tra gli Stati ribelli Confederati del sud e le forze dell’ Unione, capeggiate dal presidente Abramo Lincoln (Daniel Day-Lewis). Malgrado il desiderio di concludere il conflitto fratricida, il Presidente non ha intenzione di arrivare alla pace senza intervenire sulla costituzione e modificare il 13^ emendamento, che permette la liberazione dei Neri e la conseguente fine della schiavitù americana. Progetto ambizioso che nasconde intrighi burocratici e controversie sociali ma che alla fine, grazie alla diplomazia dello stesso Lincoln  e alla politica repubblicana (che ricorrerà anche alla corruzione in alcuni casi)  verrà approvato dalla Camera, rivoluzionando per sempre la storia degli Stati Uniti d’ America.

Ultimi quattro mesi di Lincoln, prima della tragica morte dell’ aprile 1865, narrati da un opaco Spielberg,  che segue in parte il testo di D. K. Goodwin “Team Of Rivals”. Film storico che cerca di riprendere fedelmente, sia dal punto di vista scenografico che narrativo uno dei momenti più delicata della storia americana. Uno stile asciutto e scevro da virtuosismi e magniloquenza  accompagna in modo essenziale tutte le sequenze del film, rischiando tuttavia di impoverire una pellicola discretamente lunga, almeno di 150′. La mancanza di dinamismo rappresenta un limite costante dell’ intera sceneggiatura  e l’ ambizione di rendere l’ intera opera riflessiva e misurata quanto il carattere e il fascino politico del presidente Lincoln, rimane un desiderio smorzato. Il soggetto, la figura portante dell’ intera opera,  risulta infatti  coerente  e perentoria ma sbiadita; artefatta nei dialoghi e mai del tutto efficace, malgrado sia impersonata da uno dei migliori attori hollywoodiani degli ultimi dieci anni. L’ impianto delle scenografie e gli spazi riprodotti, come in generale tutto l’ impianto profilmico, sono accuratamente organizzati e dettagliati, una vera e propria proiezione del passato, ma l’ intera organizzazione narrativa non risulta mai all’ altezza del precedente aspetto e non riesce mai  ad esaltarsi né per tensione,  né per vigore espressivo. Un monostilismo e un monolinguismo stilistico  che rispetta i canoni del genere ma che non dona nulla in più ad una produzione cinematografica monocorde  e tediosa. Il tentativo del regista durante tutto il film è quello di narrare l’ intima coscienza politica e diplomatica di uno dei padri fondatori americani, restituendone un’ immagine ricurva e saggia, che si esprime solo tramite aneddoti e storie paradigmatiche. Uno statista che vive

profonde  inquietudini personali ma che è disposto a tutto per le sue convinzioni e i suoi ideali, al di là delle convenzioni e delle convenienze. Ma questo ambizioso progetto rimane un colpo inesploso, non riuscendo mai ad andare al di là dello schermo e a raggiungere lo spettatore.

Le speranze all’ uscita di questo film erano che l’ intera pellicola focalizzasse la propria attenzione su Lincoln, sul presidente che ha cancellato la schiavitù, certo, ma non solo ed esclusivamente su quest’ ultimo aspetto. L’ auspicio era quello di un  film di genere storico documentaristico che offrisse l’ immagine generale, politica e intima di uno dei presidenti più rivoluzionari d’ America e che non ci si concentrasse solamente sull’ avvenimento politico che banalmente è  anche l’unico che si ricorda della sua presidenza  e che è entrato nello stereotipo comune di Abramo Lincoln. La cinematografia americana rivela anche in questa occasione la sua convenzionale e prosaica tendenza. Pedestre vocazione legata ad una cinematografia attempata di “grandi” del passato che probabilmente non hanno più molto da dire oggi.
Il film è candidato a 12 Premi Oscar e ha già vinto un Golden Globe per l’ interpretazione di Day-Lewis.

Babbo Natale ha gli occhi a mandorla

“VITA DI PI”, Unico diamante fra misere patacche

voto:*** e mezzo  (Cina/USA-2012)

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La fine del 2012 e l’ inizio del nuovo anno nelle nostre sale cinematografiche sono stati caratterizzati da varie pellicole che, come spesso capita in periodi come questo, non hanno invertito la misera tendenza valutativa delle maggiori distribuzioni . Da una parte molti riflettori hanno puntato sul ritorno di Jackson che in pompa magna realizza l’ “originario” e autoreferenziale “Lo Hobbit”, che non ha nulla da dire dopo la fortunata trilogia del “Signore degli anelli”, dall’ altra un thriller d’ avventura in classico stile hollywoodiano: il deludente “La regola del silenzio” , in cui un cast ampio e conosciuto quanto attempato e fiacco non riesce a suscitare la benché minima tensione emozionale e la regia di un Redford d’ altri tempi non dona altro che noia e schematismo classico all’ intera pellicola. Segue l’ ennesimo adventure-movie di Cruise che sembra voler fare di tutto fuorché rendersi conto dell’ età che ha e continua a scorrazzare in mezzo a prevedibili sceneggiature nei panni di un militare implacabile in “Jack Reacher”; accanto, un ritorno “british” e caotico di Tornatore che con “La migliore offerta” mette in scena oltre che un ottimo cast, che mantiene il film su buoni livelli, anche le sue qualità espressive su una sceneggiatura complessa e articolata che naviga fra apparenza e realtà. Il tutto condito da alcune insicure opere animate con “Ralph Spaccatutto” e “Sammy 2” e le immancabili espressioni popolari del Cinema Italiano che sforna il ritorno nazional popolare di Albanese in “Tutto tutto niente niente”, la meteora da 7 milioni di euro incassati “I due soliti idioti” e la commedia (che si presenta come brillante, rivelandosi poco più che un cine-panettone) “Mai stati uniti”. Continua a leggere

“Reality” di Matteo Garrone

UN PAMPHLET SULLA CORRUZIONE, SULLA POTENZA DEI MEDIA, SULL’ OMOLOGAZIONE DELLA NOSTRA SCASSATA SOCIETA’

voto: ***     (Italia-2012)

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Luciano Ciotola (Aniello Arena) vive a Napoli con la moglie e i suoi figli. Commerciante e gestore di una pescheria, grazie anche a delle truffarelle rionali di prodotti casalinghi automatizzati riesce a sbarcare il lunario e tirare avanti.  Per assecondare un desiderio della figlia più piccola, in un centro commerciale, partecipa alle selezioni per entrare nella casa del Grande Fratello. Il semplice gioco si trasforma in realtà e il verace napoletano verrà chiamato a Roma per sottoporsi ad altri provini.  Raggiunge la capitale con la famiglia e , malgrado l’ iniziale timidezza, sosterrà l’ audizione che a detta sua è stata molto positiva e che lo proietta direttamente nella casa: la sua partecipazione al reality sembra sicura. Accolto a casa come un eroe da parte di tutti, Luciano vive momenti di popolarità cittadina e si crogiola nell’ attesa della fatidica chiamata da Roma. La comunicazione tuttavia stenta ad arrivare e in queste settimane di attesa spasmodica e trepidazione  ansiosa , mentre l’ inizio del programma si avvicina sempre di più, Luciano perde giorno dopo giorno ogni contatto con la realtà. Teme di essere perseguitato da spie del programma  che vogliono scoprire la veridicità delle sue affermazioni in provino e  per le quali comincia ad essere eccessivamente magnanimo con tutti, regalando mobili e oggetti di casa sua a totali estranei. La sua ossessione lo porta a intravedere astuti informatori televisivi dietro sommesse e austere signore devote e a stupirsi innaturalmente della presenza in casa sua di un grillo che lo guarda insistentemente. La pescheria verrà venduta perché per le future interviste non ci si può permettere di mostrarsi dei fetenti e il bagno verrà trasformato in un confessionale. La situazione è insostenibile e, capito ormai che Luciano non parteciperà a nessun programma televisione, la famiglia si unisce intorno a lui per aiutarlo in questo complesso momento. Entrerà quindi a far parte attivamente della vita religiosa cittadina,  partecipando a funzioni, celebrazioni e opere di carità, fino a recarsi a Roma per un’ importante celebrazione religiosa ai piedi del Colosseo. Ma l’ occasione è troppo allettante per l’ irrecuperabile Luciano che sgattaiolerà via per recarsi là, nella casa tanto bramata, tanto desiderata. La raggiungerà e dopo esserci misteriosamente entrato si sdraierà in giardino, dove si lascerà andare  ad  una risata liberatrice e beata  in quell’  ambiente a lungo agognato.
Una commedia satirica la nuova fatica di Matteo Garrone,  che ha realizzato un film di forte teatralità espressiva e molto vicino  alla farsa napoletana  che va a rintracciare con occhio cinico e critico la reazione sociale del pubblico di massa alla rivoluzionaria stagione dei Reality Show. Un condizionamento alienante e mediatico che si instaura nella quotidianità, disequilibrandola e rompendone  gli schemi. Un’ iperbolica visione del potere mediatico e di medium di massa della Continua a leggere

“La bicicletta verde” di Hifaa Al-Mansour

LA DONNA ISLAMICA IN UN DRAMMA OCCIDENTALE

voto:** e mezzo    (Arabia Saudita-2012)Immagine

Immersa nell’ Islalismo più profondo, in quell’ Arabia Saudita integralista e profondamente radicata nella cultura maomettana, la piccola Wadjda (Waad Mohammed) cresce con la madre (lasciata dal marito perché incapace di avere figli maschi) in un ambiente ostico e misogino. Tuttavia con brillante furbizia ed enorme pervicacia essa riesce a conservare gelosamente i propri desideri e passioni che vanno dalla musica rock ai videogiochi, contrari al canonico modello di comportamento e moralità di una virtuosa donna musulmana . Simbolo di questa contrarietà e irriverenza giovanile sono le calzature della ragazzina, unica ad indossare un paio di “Converse” colorate invece dei classici sandali delle sue compagne di scuola. Secondo la visione comune è bene che le donne non usino la bicicletta poiché rischiano di rimanere sterili ma la giovane Wadjda non desidera altro e vuole riuscire ad averne una per sfidare l’ amico Abdullah (Algohani) ma il prezzo è troppo alto e la madre non se la può permettere. Sarà in questo modo che la ragazza comincerà ad intensificare la sua attività di composizione di braccialetti che vende clandestinamente all’ interno della scuola esclusivamente femminile. Ma i profitti non bastano e la gara di Corano di lì a pochi mesi, che prevede per la vincitrice un premio di mille corone, sembra un’ occasione perfetta per realizzare il proprio sogno, sebbene lei non sia una studentessa modello e la preside della scuola sia ferventemente contraria alle sue abitudini.
 
Il film racconta l’ angosciante situazione femminile islamica e impersonifica quel naturale desiderio di emancipazione e libertà nelle giovanili forme di una bambina coraggiosa che senza violenza diventa simbolo accattivante di una rivoluzione individuale, fatta di indipendenza e caparbietà. Pellicola di condanna che crea una vero e proprio parallelismo tra il retrogrado fanatismo islamico e la dolce evasione di una piccola ribelle. Opera armonica che prende quota progressivamente, in particolare nel finale, raggiungendo un buon ritmo sceneggiativo, influenzato chiaramente dal Cinema americano e dalla commedia statunitense, sia nell’ utilizzo della cinepresa che nello sviluppo dell’ intreccio. Aspetto che rende la trama a tratti prevedibile e presumibile dallo spettatore, malgrado una forte organizzazione profilmica carica di realismo. La durata di non più di 100′ porta     Continua a leggere

“Ruby Sparks” di Jonathan Dayton e Valerie Faris

WILDER E ALLEN IN UNA NUOVA E FRESCHISSIMA COMMEDIA ROMANTICA

voto: ***   (USA-2012)

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Calvin Weir-Fields (Paul Dano) è uno scrittore di precoce successo. Il giudizio di genio gli viene accostato spesso ma un’ inattesa crisi espressiva non gli permette più di scrivere. Tutto ad un tratto la creatività, che lo ha reso uno scrittore conosciuto e ammirato, lo abbandona misteriosamente. Nemmeno il suo psicanalista Dott. Resenthal (Elliot Gould) riesce a risolvere le difficoltà e lo smarrimento di Calvin, incolpando soltanto la sua isolatezza emotiva. Come in una fiaba dei fratelli Grimm, il potere dei sogni viene in soccorso al protagonista che, da un momento all’ altro, inizia a immaginarsi nel sonno in modo chiaro e nitido una ragazza di cui si innamora e che incontra ogni notte. Ne viene letteralmente folgorato e più cresce la conoscenza e l’ amore verso questa inattesa dea naif, più cresce nel giovane romanziere una nuova e fresca ispirazione artistica e un impulso quasi fisico con la macchina da scrivere che non abbandona più. Il nuovo romanzo prende forma e la protagonista Ruby Sparks (Zoe Kazan) viene delineata con precisione prodigiosa, sempre più profondamente. Un nuovo entusiasmo permane la personalità di Calvin, sempre più innamorato della magica e onirica Ruby, fino a quando una mattina, misteriosamente, il ragazzo incontra proprio la protagonista del suo manoscritto nel salotto di casa . Lo scrittore è riuscito a creare una persona in carne ed ossa, speculare al personaggio dei suoi sogni. L’ iniziale preoccupazione di follia lascia presto il passo ad uno stupore incredulo e, senza pensarci troppo su, i due cominciano a vivere la loro storia d’ amore. Una relazione che, malgrado sia con una ragazza inventata e vicina al proprio ideale, nasconderà problemi, incomprensioni e divergenze che causeranno il logoramento della coppia e porteranno il protagonista a riflettere su di sé e sui propri sentimenti.

Una commedia romantica, fresca e brillante il nuovo film diretto a quattro mani da Jonathan Dayton e Valerie Faris, che mette in scena una storia d’ amore fantasiosa e irreale ma sempre coerente, originale e curiosa. Influenzata in parte dallo stile fantasioso di Woody Allen da un lato (espresso in alcune pellicole come “La rosa purpurea del Cairo” e il più recente “Midnight in Paris”) e dalla commedia anni ’60 di Billy Wilder, i medesimi produttori del piacevole “A Little Miss Sunshine” sponsorizzano una pellicola dinamica e armonica in tutti i suoi aspetti. La regia è ordinata, lineare e sorretta da sequenze ristrette che regalano grande varietà alla narrazione. L’ ampio cast offre una performance di ottimo livello, soprattutto nel protagonista Dano (presente anche in “A Little Miss Sunshine”), in Antonio Banderas (il patrigno di Clavin) e nella coprotagonista Kazan, nipote del grande regista di   Continua a leggere

“On the road” di Walter Selles

LETTERE E PELLICOLA NON PARLANO LA STESSA LINGUA

voto: * e mezzo  (USA-2012)

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La generazione dei ventenni del secondo dopo guerra americano  nelle zone di New York è il fulcro di un enorme fremito  intellettuale ed evasione emotiva, che sperimenta nuovi stili di vita e ricerche spasmodiche di realtà anticonvenzionali e antitradizionali. La letteratura è centrale in questo ambiente che si rivela coacervo di slanci artistici e ricerca formale e poetica. Lo scrittore Sal Paradise (Sam Riley), pseudonimo di Jack Kerouac, l’ autore del romanzo su cui si basa l’ intero film, assorbe da questo ambiente influenze e tendenze, riscoprendo profonde amicizie, amori estremi e ispirazioni poetiche. Il giovane e ambizioso scrittore conosce Dean Moriarty (Hedlund), personaggio che si ispira al poeta Neal Cassady, compagno di viaggio di Kerouac. Fra i due si instaura subito una grande complicità che li porterà a viaggiare in continuazione per tutto il territorio statunitense e oltre:  da New York (luogo in cui fanno conoscenza) a Denver, dall’ Alabama alla California, da San Francisco a Città del Messico. Viaggi vissuti dai due alla fine degli anni ’40 e che porteranno il giovane Paradise a scrivere, recuperando  i vari appunti da viaggio conservati durante gli anni, “On the road”, romanzo autobiografico , scritto in tre settimane su un rotolo di carta da tappezzeria lungo 36 mm, divenuto il manifesto culturale della cultura “Beat” americana, la cosiddetta “Beat Generation”.
Per trasformare in immagine un libro impossibile, il regista Walter Selles (autore anche dell’ indimenticabile “I diari della motocicletta”)  ha lavorato 8 anni e percorso più di 100 mila chilometri. Per non far annoverare il suo progetto come chimera, come successe già nel 1957 (quando i si cercò di realizzare una pellicola basata sul romanzo, coinvolgendo grandi star come Marlon Brando), Selles segue la stessa logica sperimentale dei film su Guevara, partendo dalle tracce di Kerouac, sfiorando luoghi e persone che in qualche modo abbiano potuto riguardarlo, con uno sguardo prima documentaristico e poi narrativo. E ed è questo approccio che non esalta il ritmo dell’ intera opera. Realizzare un film sulla Bibbia della “Beat Generation”, un racconto di viaggio che rappresenta anche rivolta generazionale e formazione giovanile è probabilmente uno sforzo che il Cinema, in quanto mezzo artistico e linguistico, sia per limiti temporali che formali, non può soddisfare completamente  ma, tuttavia, un’ organizzazione sceneggiativa prolissa e monocorde come questa non può sicuramente ambire a invertire questa difficoltà, anche parzialmente. La scenografia e le ambientazioni, insieme all’ attenzione caratteriale ai  protagonisti e ai vari personaggi, mostrano

un enorme lavoro strutturale ma che soddisfa solo minimamente uno spettatore assorbito sempre meno da un’ intreccio troppo dilatato, nauseante per la propria monotonia  che cerca di inglobare più avvenimenti possibili in 120’ di film purtroppo soporifero. Gli unici sbalzi narrativi   sono nelle scene  sessuali che si rincorrono sempre con un velo però  di censura e poca corporeità espressiva. Buono il parallelismo musicale che segue l’ immagine in modo armonico fin dall’ inizio con ottime colonne sonore jazz intriganti e avvolgenti e buona anche l’ attenzione ai particolari scenografici sia d’ interni che esterni, evidenziati da un uso della luce consapevole e puntuale.

Il Cinema negli ultimi anni si è approcciato al ricordo “Beat”  in almeno due casi: quest’ ultimo “On the road”  che ricalca il romanzo manifesto di quella generazione e “Howl” (“L’ urlo”) di Epstein e Friedman, film del 2010 che ripercorre il capolavoro di Allen Ginsberg. Seppur in modo diverso,  le due pellicole mostrano le difficoltà strutturali che si nascondono dietro alla narrazione cinematografica innanzitutto di un’ opera letteraria e secondariamente di opera  letteraria  che, come in questi  casi, è  manifesto generazionale di un’ intera identità  culturale. E in entrambi i casi l’ eccessiva complessità realizzativa, malgrado i buoni autori e attori utilizzati, ha messo a nudo  le enormi difficoltà espressive  che la riguardano.

“Pietà” di Kim ki-Duk

ANTICAPITALISMO ED ESPRESSIVITA’ IN UNA POESIA ESPRESSIVA

voto: *** (Korea del Sud-2012)

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   Un brutale e anaffettivo esattore di debiti, Lee Gang-Do (Lee Jung-Jin),  vive e lavora con distaccato nichilismo e sanguinaria violenza tra le vie industriali di una periferia metropolitana fatiscente e misera.  Il denaro è al centro della vita di tutti e gli strozzini la fanno da padrone, chiedendo il 1000 per cento di interesse e mutilando i cattivi pagatori per mano dei loro scagnozzi. Il popolo è inerme e non raramente sceglie di togliersi la vita. Gang-Do non si fa mai condizionare e continua il suo lavoro con fredda determinazione e spietata lucidità, fino a che un giorno si presenta alla sua porta una donna, Jang Mi-Seon (Jo  Mi-Soo), che sostiene di essere sua madre. Pregandolo di perdonarla per averlo abbandonato appena dopo il parto per paura giovanile, la donna continua a seguirlo, gli procura il cibo e gli rassetta casa e, malgrado la feroce aggressività di Gang-Do, che si scatena anche su di lei in più occasioni, continua ad  accompagnarlo e scusarsi con lui fino a convincerlo. Il rapporto si consolida fino a che la paura della  vendetta  da parte di alcune delle sue vittime , si innesta  nell’ animo del giovane e la donna, rendendosene conto, scatena tutta la sua violenza materna  e rivelandosi la madre non sua ma di una delle sue vittime lo porterà alla conoscenza del sentimento della pietà e dell’ abbandono  e quindi all’ autodistruzione.

“Pietà”  è una pellicola di forte impatto espressivo, si  inserisce perfettamente nello stile del regista Kim ki-Duk e va a rintracciare con lucida introspezione il sentimento amoroso materno, la vendetta, la pietà  e  la paura, veicolandoli nelle espressioni e nelle lacrime dei due protagonisti, che sono seguiti costantemente da una telecamera che si tuffa nel quotidiano più intimo dei personaggi , mostrando il nucleo emotivo più profondo dei protagonisti.  Il regista riflette sul senso di colpa, sulla crudeltà senza limiti del mondo di oggi, sull’ importanza del denaro che crea questa brutalità, sulla vendetta come unica logica conosciuta e su un amore materno che sfocia nella conoscenza di uno dei sentimenti più umani: la pietà (titolo del film e locandina che rappresenta  “La Pietà” di Michelangelo).  Siamo di fronte ad un film anti capitalista e che in più occasioni riflette sulla nullità e pochezza del  denaro, il quale è nascita e morte di tutti i dissidi umani, che rende brutali e miopi, allontanando dall’ umanità e dai sentimenti elementari, quell’ emotività originaria che nel film coincide con la riscoperta della prima affettività materna.  Tecnicamente e stilisticamente la pellicola  appartiene alla tendenza formale del regista coreano. Il dialogo viene sostituito in più occasioni dalle  azioni con  inquadrature semi soggettive e neutre   sulle espressioni dei protagonisti che spesso risultano più eloquenti di molte  parole. La scenografia è articolata e complessa , ritraendo  un quartiere desolato e industriale e lo fa con accurata precisione. Un ambiente che viene esaltato da una fotografia meravigliosa e una messinscena geniale che rende elegante e naturalmente armonica  e  raffinata  ogni scena come nel  quadro di un artista. I colori sono cupi e sbiaditi come nell’ ambiente circostante e nell’ intimità dei personaggi, crescendo d’ intensità e gradazione con il tempo narrativo. L’ eleganza formale del regista coreano è inalterata e

si mostra in una delle sue migliori vesti lungo ogni inquadratura ed ogni scena ma la sceneggiatura è a tratti meccanica e troppo statica e non aiuta la marcata e puntuale espressività sentimentale dei protagonisti, trasmettendo sempre della freddezza e apatia sceneggiativa . Un distacco costante per cui lo spettatore non riesce a farsi trasportare naturalmente dall’ intreccio e dalla narrazione (com’era capitato in altri film di Kim Ki-Duk), forse a causa dell’ eccessiva violenza di alcune  scene,  che arrivano a riprendere anche uno stupro e quindi, per  questo limite,  creano una naturale barriera tra la storia e lo spettatore che per timore o inquietudine si allontana dall’ assorbimento narrativo e artistico. I personaggi sono tipici dello stile del regista  e appaiono monocordi  e uniformi . Essi veicolano  emozioni e sentimenti flebili e complessi, che grazie ad ottime interpretazioni, dalle quali spicca quella di Jo Min-Soo, che nei panni della madre addolorata e salvatrice realizza un’ ottima performance, riescono a mostrare grande profondità espressiva.

Leone d’ Oro alla 69^ Mostra del Cinema di Venezia e grande ritorno di uno dei migliori registi contemporanei. Se pur con delle sbavature sceneggiative, siamo di fronte ad una pellicola di ottimo livello che ha nell’ organizzazione formale ed espressiva della scena la sua più grande arma, grazie alla sua raffinatezza estetica ed eleganza artistica, espressa con enorme fluidità e armonia, senza forzature  e irregolarità. Un grande ritorno del genio coreano che pone un  rinnovato sguardo alla società e alle contraddizioni profonde dell’ animo umano, osservandolo dall’ interno con spietata ma profonda lucidità.