“Pietà” di Kim ki-Duk

ANTICAPITALISMO ED ESPRESSIVITA’ IN UNA POESIA ESPRESSIVA

voto: *** (Korea del Sud-2012)

Immagine

   Un brutale e anaffettivo esattore di debiti, Lee Gang-Do (Lee Jung-Jin),  vive e lavora con distaccato nichilismo e sanguinaria violenza tra le vie industriali di una periferia metropolitana fatiscente e misera.  Il denaro è al centro della vita di tutti e gli strozzini la fanno da padrone, chiedendo il 1000 per cento di interesse e mutilando i cattivi pagatori per mano dei loro scagnozzi. Il popolo è inerme e non raramente sceglie di togliersi la vita. Gang-Do non si fa mai condizionare e continua il suo lavoro con fredda determinazione e spietata lucidità, fino a che un giorno si presenta alla sua porta una donna, Jang Mi-Seon (Jo  Mi-Soo), che sostiene di essere sua madre. Pregandolo di perdonarla per averlo abbandonato appena dopo il parto per paura giovanile, la donna continua a seguirlo, gli procura il cibo e gli rassetta casa e, malgrado la feroce aggressività di Gang-Do, che si scatena anche su di lei in più occasioni, continua ad  accompagnarlo e scusarsi con lui fino a convincerlo. Il rapporto si consolida fino a che la paura della  vendetta  da parte di alcune delle sue vittime , si innesta  nell’ animo del giovane e la donna, rendendosene conto, scatena tutta la sua violenza materna  e rivelandosi la madre non sua ma di una delle sue vittime lo porterà alla conoscenza del sentimento della pietà e dell’ abbandono  e quindi all’ autodistruzione.

“Pietà”  è una pellicola di forte impatto espressivo, si  inserisce perfettamente nello stile del regista Kim ki-Duk e va a rintracciare con lucida introspezione il sentimento amoroso materno, la vendetta, la pietà  e  la paura, veicolandoli nelle espressioni e nelle lacrime dei due protagonisti, che sono seguiti costantemente da una telecamera che si tuffa nel quotidiano più intimo dei personaggi , mostrando il nucleo emotivo più profondo dei protagonisti.  Il regista riflette sul senso di colpa, sulla crudeltà senza limiti del mondo di oggi, sull’ importanza del denaro che crea questa brutalità, sulla vendetta come unica logica conosciuta e su un amore materno che sfocia nella conoscenza di uno dei sentimenti più umani: la pietà (titolo del film e locandina che rappresenta  “La Pietà” di Michelangelo).  Siamo di fronte ad un film anti capitalista e che in più occasioni riflette sulla nullità e pochezza del  denaro, il quale è nascita e morte di tutti i dissidi umani, che rende brutali e miopi, allontanando dall’ umanità e dai sentimenti elementari, quell’ emotività originaria che nel film coincide con la riscoperta della prima affettività materna.  Tecnicamente e stilisticamente la pellicola  appartiene alla tendenza formale del regista coreano. Il dialogo viene sostituito in più occasioni dalle  azioni con  inquadrature semi soggettive e neutre   sulle espressioni dei protagonisti che spesso risultano più eloquenti di molte  parole. La scenografia è articolata e complessa , ritraendo  un quartiere desolato e industriale e lo fa con accurata precisione. Un ambiente che viene esaltato da una fotografia meravigliosa e una messinscena geniale che rende elegante e naturalmente armonica  e  raffinata  ogni scena come nel  quadro di un artista. I colori sono cupi e sbiaditi come nell’ ambiente circostante e nell’ intimità dei personaggi, crescendo d’ intensità e gradazione con il tempo narrativo. L’ eleganza formale del regista coreano è inalterata e

si mostra in una delle sue migliori vesti lungo ogni inquadratura ed ogni scena ma la sceneggiatura è a tratti meccanica e troppo statica e non aiuta la marcata e puntuale espressività sentimentale dei protagonisti, trasmettendo sempre della freddezza e apatia sceneggiativa . Un distacco costante per cui lo spettatore non riesce a farsi trasportare naturalmente dall’ intreccio e dalla narrazione (com’era capitato in altri film di Kim Ki-Duk), forse a causa dell’ eccessiva violenza di alcune  scene,  che arrivano a riprendere anche uno stupro e quindi, per  questo limite,  creano una naturale barriera tra la storia e lo spettatore che per timore o inquietudine si allontana dall’ assorbimento narrativo e artistico. I personaggi sono tipici dello stile del regista  e appaiono monocordi  e uniformi . Essi veicolano  emozioni e sentimenti flebili e complessi, che grazie ad ottime interpretazioni, dalle quali spicca quella di Jo Min-Soo, che nei panni della madre addolorata e salvatrice realizza un’ ottima performance, riescono a mostrare grande profondità espressiva.

Leone d’ Oro alla 69^ Mostra del Cinema di Venezia e grande ritorno di uno dei migliori registi contemporanei. Se pur con delle sbavature sceneggiative, siamo di fronte ad una pellicola di ottimo livello che ha nell’ organizzazione formale ed espressiva della scena la sua più grande arma, grazie alla sua raffinatezza estetica ed eleganza artistica, espressa con enorme fluidità e armonia, senza forzature  e irregolarità. Un grande ritorno del genio coreano che pone un  rinnovato sguardo alla società e alle contraddizioni profonde dell’ animo umano, osservandolo dall’ interno con spietata ma profonda lucidità.

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