“Tutti vorrebbero essere Cary Grant, persino Io” (Cary Grant)

Una stella unica. Un portamento sontuoso, unito ad una presenza scenica teatrale che irradia lo schermo. Un’ eleganza delicata, equilibrata, curata fino al più piccolo movimento corporeo che lo rende una figura salda e centrale della macchina produttiva e artistica hollywoodiana che vive dal dopoguerra a fine anni ‘60 forse il suo periodo più magico e glorioso. Un corpo atletico ed incredibilmente longevo sostiene un attore che ha nella fisicità un elemento imprescindibile che lo accompagna in tutta la sua carriera, senza che mai le pieghe del tempo lo scalfiscano, anzi sembra vero il contrario: la maturità dà al suo personaggio un fascino ancora maggiore, data dall’esperienza, dalla saggezza e dalla tagliente intelligenza. Ciò gli farà vivere una seconda giovinezza cinematografica che lo immortala definitivamente nell’ Olimpo di Hollywood, grazie soprattutto a una collaborazione unica con un maestro come Hitchcock. Con il regista inglese, raggiunge il punto più alto del suo personaggio, consacrandosi come attore unico e leggendario, rimanendo tuttavia intrappolato sotto una maschera che non si è mai potuta modificare o artisticamente alterare ma che, seppur con ruoli diversi, è sempre stata la maschera di Cary Grant. Questo paradigmatico archetipo di eccellenza maschile impeccabile, desiderato da donne e da uomini, é stata una maschera pesante che Archibald Alexander Leach, un saltimbanco di Bristol in cerca di successo in America, si è costruito perfettamente addosso, diventando un principe per Hollywood (come lo definì la Dietrich) e che si rafforzò dopo gli anni ‘50, quando il nome di Grant era un marchio di fabbrica, un’ istituzione, che nn nascondeva sorprese, perché quando c’era Grant, prima c’era Cary Grant e poi tutto il resto: il personaggio , l’ intreccio, la struttura ecc. ecc..

Il Cary Grant che si affaccia a Hollywood vent’anni prima è un attore tuttavia molto più poliedrico, che spazia da ruoli drammatici a comici, sperimenta generi e stili, raggiungendo anche due importanti candidature all’ Oscar nel ‘42 e nel ‘44 con “Il ribelle” e “Ho sognato un angelo” ma non solo: si cimenta nella commedia grazie a Howard Hawks con “Susanna” e nel giallo famigliare con “Il sospetto” prima opera firmata Grant-Hitchcock. Con gli anni ‘50 invece si ritrova sugli schermi un attore molto più consapevole di sé e del pubblico ma che si è già incanalato in un personaggio ingombrante che non lascia spazio ad altre inclinazioni artistiche o studi interpretativi. Realizza film enormi, di grande livello, come “Magnifico scherzo” -Hawks, “Caccia al ladro” -Hitchcock, “Intrigo Internazionale” -Hitchcock ma anche altri eufemisticamente inferiori ai precedenti come “Orgoglio e passione” -Kramen, ma non riesce più a scrollarsi di dosso l’enorme e sicuramente piacevole fardello di essere e interpretare stupendamente Cary Grant. Come se il suo personaggio l’ avesse inghiottito, non permettendogli più di recitare lontano da lui. Nessuna sua interpretazione verrà menzionata o candidata a premi dopo le due del ‘40, pur essendo amato sempre più dal pubblico e dagli addetti ai lavori, come alcuni registi (come Hitchcock) che lo diressero più volte. Il suo talento unico e cristallino non ha forse mai avuto la possibilità di esplodere, prigioniero di un personaggio magnetico e favoloso, amato e desiderato, che tutti avrebbero voluto essere, anche lui stesso.

Questa sua duplicità l’ ha accompagnato anche dopo la morte avvenuta nel 1986. La sua vita privata è sempre stata riservata, protetta gelosamente e questo ha dato adito a molti pettegolezzi. Si sposò per 5 volte e i suoi matrimoni non durarono mai a lungo. Ebbe una figlia, Jennifer, dal suo penultimo matrimonio a 62 anni. Una sua ex moglie Dyan Cannon di lui disse: “Avere a che fare con lui è come leccare il miele dalla lama di un rasoio”. La stessa attrice lo accusò di essere un’anima tormentata che soffriva spesso di crisi depressive e nel tentativo di ritrovarsi si rifugiava in sedute di LSD che lo aiutavano a fare i conti col suo passato e con un rapporto molto particolare con la madre, considerata morta ma poi scoperta rinchiusa in una clinica psichiatrica vent’anni dopo, quando lui era già una celebrità. Anche le voci su una sua presunta omosessualità si sono rincorse a lungo, soprattutto dopo la pubblicazione di un diario del suo amico costumista Horry Kelly. Una serie di pettegolezzi che vengono in modo vertiginoso affrontati nel documentario realizzato nel 2017: “Cary Grant, dietro lo specchio”.

Spunti da rotocalco che esulano dalla grandezza indiscutibile dell’attore che forse avrebbe potuto dare più all’ Arte ma, che come pochi, è riuscito ad impersonificare la grandezza leggendaria del Cinema di Hollywood, con una classe unica che l’ ha reso stella salda e magnifica del Cinema Occidentale.

Ottenne un’ Oscar alla carriera nel 1970. Lo premiò Frank Sinatra che, presentandolo, riesce a cogliere alcuni essenziali aspetti di questa leggenda del Cinema: “…Nessuno ha portato più piacere a più persone per così tanti anni come ha fatto Cary. Nessuno è riuscito a fare così bene molte cose: dalla commedia leggera al dramma profondo, facendolo sembrare facile. Nessuno è stato più ammirato ed amato dai suoi colleghi per capacità, finezza, delicatezza e per la sua capacità unica di essere Cary Grant…”

Infine, vi offro un interessante (si fa per dire) elenco di film con Cary Grant in ordine cronologico che potrebbero aiutare ad apprezzare e comprendere meglio questo magnifico attore:

Il diavolo è femmina” -Cukor , “Orribile verità” -McCarey , “Susanna!” -Hawks, “Incantesimo” -Cukor, “Non puoi impedirmi d’ amare” -Cromwell, “Ho sognato un angelo” -Stevens, “Il sospetto” -Hitchcock, “Arsenico e vecchi merletti” -Frank Capra, “Il ribelle” -Odets, “Notorius l’amante perduta” -Hitchcock, “Il magnifico scherzo” -Hawks, “Caccia al ladro” -Hitchcock, “Indiscreto” -Donen, “Intrigo internazionale” -Hitchcock, “Operazione sottoveste” -Edwards, “Sciarada” -Donen, “Cammina non correre” -Walters.

un po’ di teatro.

UN PAESE SENZA ANTENATI NON POTRA’ MAI AVERE POSTERI

Il teatro, lo sappiamo, non è solo recitazione e grandi sinfonie. E nemmeno Piece Spettacolari e Colossali. Il teatro è soprattutto cultura e ricerca costante, conoscenza di sé e del mondo, della storia e della Realtà. Primordiale freccia all’ arco dell’ Arte e dell’ Uomo che rappresenta se stesso con il linguaggio originario del corpo.

La vita serve come stimolo per creare e plasmare  l’ Arte ma è bene non dimenticare che l’ Arte è il maggiore strumento per cercare di comprendere  l’ inconoscibile dell’ esistenza, la realtà che ci circonda e maturare una coscienza personale e intellettuale.

Il Teatro “Civile” è, fra le varie rappresentazioni umane,  il filo diretto che unisce nel modo più esplicito e immediato  l’ individuo  alla Storia e quest’ Ultima all’ Arte.

Vi propongo, perciò,  in questa sede,  alcuni degli  spettacoli di uno dei migliori attori italiani di Teatro “Civile” di questi anni. Si tratta di Marco Paolini.

“Vajont”

Spettacolo che narra la “tragedia del Vajont”  del 9 Ottobre 1963, in cui persero la vita 2000 persone.

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Guarda lo spettacolo!

“I Tigi a Gibellina”, racconto per Ustica

Spettacolo che narra la “Tragedia di Ustica” del 27 giugno 1980, in cui a causa di un Missile straniero cadde un’ aereo di linea che trasportava 81 persone.

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Guarda lo Spettacolo!

“Ausmerzen”, vite indegne di essere vissute

Spettacolo che ripercorre il tragico periodo dell’ Olocausto prima della Shoah, in cui l’ omicidio gratuito veniva camuffato da sperimentazione scientifica.

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“Itis Galileo”

Uno dei più recenti di Paolini. Ripercorre la Vita di Galileo Galilei  con stile dinamico e dissacrante.

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ACADEMY AWARDS – 2013

OSCAR 2013, Mediocrità infranta da un  unico raggio di Cinema

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Si è conclusa una nuova puntata degli Academy Awards, quella del 2013,  e come al solito essa ha tenuto sospesi davanti al televisore svariate centinaia  di migliaia di telespettatori. O meglio, li ha tenuti sospesi  solo nei primi istanti di  spettacolo, perché la presentazione e lo humour tipicamente americano, accompagnati  dalle varie apparizioni eccellenti (e non)  e affiancati  da un  buonismo diffuso  miseramente dissacrato dallo stile del presentatore Seth MacFarlane, difficilmente saranno  riusciti a mantenere svegli tutto il pubblico che ha iniziato a guardare  lo show degli Oscar.  Complice anche la scansione inevitabile dei premi, che concentrava chiaramente quelli più prestigiosi  nel finale. Infatti   la tensione da risultato e la curiosità cinefila scema minuto dopo minuto, inesorabilmente, vittima di una simpatia ed un’ affabilità forzata e ripetitiva. Ma, di fatto, il livello dello spettacolo interessa poco e lascia presto la strada ai vincitori, ai risultati veri e propri. E in questo senso, gli Oscar vestono di successo “Argo”, il film diretto ed interpretato da  Ben Affleck, che riesce a raggiungere un risultato storico per la sua fresca carriera da regista, iniziata soltanto nel 2007 con lo sbiadito “Gone baby gone”.  Il film, tratto dall’ omonimo romanzo di Mendez e Baglio,  vince il premio  come “Miglior film” e come “Miglior sceneggiatura non originale” di Chris Terrio. Una pellicola buona ma a cui sta piuttosto larga la statuetta come opera cinematografica  n. 1 di quest’ anno. Tra i candidati nella categoria  infatti spiccano almeno due pellicole migliori della precedente, cioè “Amour” di Michael Haneke, che si è aggiudicato il premio come “Miglior film straniero” e sicuramente “Vita di Pi”, che tuttavia si porta a casa  4 statuette, profumando  da reale  trionfatore  del 2013. Non ci si può aspettare un plebiscito straniero in un concorso nato, creato e sostenuto da Hollywood, ma l’ enorme successo di  Ang Lee dimostra quanto la sua pellicola abbia profondamente condizionato l’ Academy. Risultato giusto,  anche se davanti alle 11 nomination,  forse “Vita di Pi” avrebbe meritato un risultato più rotondo, malgrado il prestigio dei premi vinti come “Regia”, “Fotografia”, “Effetti Speciali” (superando   la spietata concorrenza di “Prometheus” e soprattutto “The Avengers”) e “Colonna Sonora”.

Grande e meritato il risultato di “Amour”  nella categoria “Miglior Film Straniero” ma misera e inaspettata la reazione dell’ Academy al nostro grande “Cesare deve morire” dei Taviani che, dopo aver vinto lo scorso Festival di Berlino ed essere stata la pellicola scelta per rappresentare l’ Italia nell’ 85esima edizione degli Oscar, è stata scartata da osservatori  purtroppo troppo miopi. Un vero e proprio scandalo se si pensa alla qualità cinematografica di quest’ ultima  e della pellicola vincitrice della statuetta come “Miglior Film”. Stilisticamente e artisticamente i Taviani hanno realizzato infatti un’ opera unica, cinematograficamente superiore ad “Argo” e  “Amour” e di enorme consapevolezza e raffinatezza formale. Stesso destino al buon “Quasi Amici” di Nakache e Toledano,  escluso fin da subito. L’  Italia ha partecipato alla serata soltanto con il brano di Ennio Morricone ed Elisa, intitolato “Ancora qui”, presente all’ interno del tarantiniano “Django Unchained”

Il “Miglior film d’ animazione” se l’ è aggiudicato il buon “Brave” della Disney che, onestamente, gareggiava da solo, senza concorrenza reale per la categoria  quest’ anno. Ottimo e meritatissimo premio come “Miglior Corto d’ animazione” a “Paperman”, il romantico e dolce gioiello di John Kahrs e prodotto sempre dalla Disney.

Daniel Day-Lewis e Christoph Waltz si confermano (non soltanto per il premio) due dei migliori attori hollywoodiani  ora in circolazione con le pellicole di “Lincoln” e “Django Unchained”, che gli valgono l’ Oscar come “Migliori Attori” 2013, rispettivamente come protagonista e non protagonista.

Il premio come “Miglior attrice protagonista ”  è andato a Jennifer Lawrence per “Il lato positivo” e quello per la  “non protagonista ”  alla stupenda Anne Hathaway per il musical “I Miserabili”.

“Miglior sceneggiatura originale”, infine,  al non eccezionale “Django …” che , nel complesso, raggiunge un buon risultato e che favorisce il grande Tarantino con il premio più ambito per un regista completo come lui.

Una serata noiosa ed infinita che, senza sorprese, non innalza grandi prodotti cinematografici ai vertici del Cinema mondiale e che, alla luce delle scelte fatte, non fa nemmeno nulla per scovarli,  premiandoli come si meritano. Molta medietà  e conformismo in quest’ 83esima edizione , ottenebrata soltanto  dell’ ottima pellicola di Ang Lee che è il vero gioiello di tutto il 2013 e che dimostra senza alcun dubbio l’ enorme statura artistica del regista ed una forte propensione qualitativa dell ‘ Oriente, che  sta esplodendo Festival dopo Festival  e diffondendo i suoi prodotti  in un Occidente saturo e ripetitivo , figlio di una tendenza  cinematografica statunitense ormai solamente spettro di se stessa e che ha sempre meno cose da dire.

Tutti i premi:

Miglior filmArgo di Ben Affleck

Migliore attrice protagonista: Jennifer Lawrence per Il lato positivo

Miglior attore protagonista: Daniel Day-Lewis per Lincoln

Migliore attrice non protagonista: Anne Hathaway per Les Misèrables

Migliore attore non protagonista: Christoph Waltz per Django Unchained

Miglior regista: Ang Lee per Vita di Pi

Migliore sceneggiatura originale: Quentin Tarantino per Django Unchained

Migliore sceneggiatura non originale: Chris Terrio per Argo

Miglior film in lingua stranieraAmour (Austria)

Miglior film d’animazioneRibelle – The Brave di Mark Andrews e Brenda Chapman

Miglior fotografia: Claudio Miranda (Vita di Pi)

Migliori effetti speciali: Bill Westenhofer, Guillaume Rocheron, Erik-Jan De Boer e Donald R. Elliott (Vita di Pi)

Migliori costumi: Jacqueline Durran (Anna Karenina )

Miglior montaggio: William Goldenberg (Argo)

Miglior sonoro: Andy Nelson, Mark Paterson e Simon Hayes (Les Misérables)

Miglior montaggio sonoro: Per Hallberg e Karen Baker Landers (Skyfall) e Paul N.J. Ottosson (Zero Dark Thirty )

Migliori trucco e acconciatura: Lisa Westcott e Julie Dartnell (Les Misérables)

Migliore colonna sonora: Mychael Danna (Vita di Pi)

Miglior canzone originale: Adele Adkins e Paul Epworth (Skyfall)

Miglior scenografia: Rick Carter e Jim Erickson (Lincoln)

Miglior cortometraggioCurfew di Shawn Christensen

Miglior cortometraggio animatoPaperman di John Kahrs

Migliore documentarioSearching for Sugar Man di Malik Bendjelloul e Simon Chinn

Migliore cortometraggio documentario: Inocente di Sean Fine e Andrea Nix Fine

CULTURA E DIRITTI ALL’ IDRA

“DUE VOLTE GENITORI” DI CLAUDIO CIPPELLETTI

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Fra  le stazioni di Milano, Torino, Lecce e Palermo, lungo tutta l’ area nazionale  e le profonde varietà culturali che vestono il nostro paese, si aggirano varie reazioni e ideologie legate all’ omosessualità e ai suoi diritti. Ed è proprio  in dialoghi veloci e frettolosi sui vari treni, in situazioni quotidiane e ordinarie, che emerge spesso il profondo provincialismo e la gravosa ottusità ideologica della nostra società.  Inquadrature nascoste e clandestine, che raffigurano confronti e dialoghi intorno a questi temi,  connettono fra loro cinque capitoli narrativi , durante il film, che cercano di interpretare ed addentrarsi  ,  grazie a numerose testimonianze,  nelle  reazioni di genitori di ragazzi gay, dopo la presa di coscienza dei loro gusti sessuali e necessità sentimentali.  Si vanno a rintracciare e ricercare, lungo i vari discorsi  che si susseguono,  sentimenti e sensazioni,  in una prospettiva inusuale e poco conosciuta  come quella dei genitori,  che inaspettatamente si vedono dichiarare verità di cui non erano minimamente a conoscenza.

Servendosi di numerose interviste e conversazioni  spontanee, l’ intero film appare ruvido in certi passaggi inevitabili di genere ma la scelte in sede di montaggio aiutano il dinamismo dell’ intera pellicola, alternando sequenze drammatiche a  scene più leggere e divertenti, creando una buona armonia espressiva. Un documentario inchiesta che dà voce a molte persone e a una serie di famiglie, entrando anche in casa loro, riuscendo ad ottenere interventi diretti e  onesti, che descrivono le difficoltà quotidiane, davanti a certe realtà, ancora per lo più rifiutate o biasimate dalla collettività. Il realismo contenutistico ed artistico necessario  viene sempre rispettato e coerentemente perseguito, andando a rintracciare i vari momenti interiori e personali  in modo cronologico (iniziando dal rifiuto  fino all’ accettazione, passando dalla repressione, dall’ angoscia  allo scontro sociale, fino all’  ideo del sesso) vissuti  dai  genitori di alcuni ragazzi gay e ragazze lesbiche.

Progetto ambizioso e coraggioso, che risale al 2009, e che si serve di un documentario ampio e dai forti contenuti emozionali e intimi, per esprimere il principio fondamentale di parità dei diritti per tutti e soprattutto per moralizzare la società ed allontanarla da un’ omofobia  ancora incatenata alla nostra cultura.  Ambizione oltre che della pellicola anche  dell’ associazione “agedo” (parenti e amici di persone omosessuali) che ha prodotto  l’ intero film e si muove in tutta Italia e non solo, soprattutto fra i giovani,  per sperare ed augurarsi che ci sia un’ evoluzione reale nella società, nella politica  e nei diritti umani, anche per gli omosessuali.  Processo sicuramente lungo e faticoso ma che ha già dato risultati, se riflettiamo alla situazione sociale e culturale di alcuni anni fa.

Film vincitore di vari premi e proposto a Brescia presso la “Residenza di produzione teatrale Idra”, all’ interno della settimana (iniziata il 13 febbraio) dedicata al “Festival Wonderland”. Una settimana di eventi culturali dedicata al tema dell’ omosessualità e sulla realtà omosessuale italiana,  nella speranza futura che la lotta per i diritti di ogni cittadino, chiunque esso sia e qualunque siano le sue inclinazioni intime e sessuali, prosegua  grazie ad una maturazione cosciente e concreta della società che ci circonda.

Babbo Natale ha gli occhi a mandorla

“VITA DI PI”, Unico diamante fra misere patacche

voto:*** e mezzo  (Cina/USA-2012)

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La fine del 2012 e l’ inizio del nuovo anno nelle nostre sale cinematografiche sono stati caratterizzati da varie pellicole che, come spesso capita in periodi come questo, non hanno invertito la misera tendenza valutativa delle maggiori distribuzioni . Da una parte molti riflettori hanno puntato sul ritorno di Jackson che in pompa magna realizza l’ “originario” e autoreferenziale “Lo Hobbit”, che non ha nulla da dire dopo la fortunata trilogia del “Signore degli anelli”, dall’ altra un thriller d’ avventura in classico stile hollywoodiano: il deludente “La regola del silenzio” , in cui un cast ampio e conosciuto quanto attempato e fiacco non riesce a suscitare la benché minima tensione emozionale e la regia di un Redford d’ altri tempi non dona altro che noia e schematismo classico all’ intera pellicola. Segue l’ ennesimo adventure-movie di Cruise che sembra voler fare di tutto fuorché rendersi conto dell’ età che ha e continua a scorrazzare in mezzo a prevedibili sceneggiature nei panni di un militare implacabile in “Jack Reacher”; accanto, un ritorno “british” e caotico di Tornatore che con “La migliore offerta” mette in scena oltre che un ottimo cast, che mantiene il film su buoni livelli, anche le sue qualità espressive su una sceneggiatura complessa e articolata che naviga fra apparenza e realtà. Il tutto condito da alcune insicure opere animate con “Ralph Spaccatutto” e “Sammy 2” e le immancabili espressioni popolari del Cinema Italiano che sforna il ritorno nazional popolare di Albanese in “Tutto tutto niente niente”, la meteora da 7 milioni di euro incassati “I due soliti idioti” e la commedia (che si presenta come brillante, rivelandosi poco più che un cine-panettone) “Mai stati uniti”. Continua a leggere

Un saluto cordiale, un ricordo attuale

                                                            35  anni fa, quel freddo 2 novembre del 1975.

Lontana Bellezza

“Ci sono pochi attori tramite i quali Dio si esprime, ebbene Al Pacino è uno di questi”. Queste le parole di Martin Brest riferendosi al suo film “Scent of woman-Profumo di donna” del 1974,in cui Pacino interpreta il protagonista, il colonnello Slade, un ex marine, rimasto disgraziatamente cieco dopo lo scoppio di una bomba. Il colonnello è un uomo dalla personalità forte ma “ossimorica”,  rude e cinico ma anche divertente e sarcastico con una passione sfrenata verso il genere femminile e volenteroso di prendersi una vacanza per togliersi gli sfizi che gli restano. A seguirlo e sorreggerlo, un ragazzo, Charles Simms (Chris O’Donnell), uno studente che, impaurito inizialmente da questa ingombrante personalità, verrà trascinato in una vacanza unica, che lo porterà a conoscere a fondo Slade e a captarne tutta la propria umanità e dignità. Ma a prescindere da ciò, dalla sceneggiatura o da altre caratteristiche cinematografiche del film, tutto viene posto in secondo piano e offuscato da una delle interpretazione più complete nella storia di Hllywood. Al Pacino per preparare questo complicato personaggio ha preso contatti con l’Associated Blind e la Lighthouse, due rinomate associazioni per non vedenti di New York, incontrando regolarmente i loro clienti, ponendo loro domande su come hanno perduto la vista e come vivono senza di essa. Alla Lighthouse, ha inoltre appreso le azioni quotidiane di un cieco, dall’uso del bastone allo sviluppo del senso di orientamento, come versarsi da bere, accendersi un sigaro, trovarsi una sedia e servirsi di un’agenda telefonica. Ciò gli ha permesso di realizzare un’ interpretazione veramente superiore,stupefacente che ha pochi eguali nella storia di Hollywood,  riuscendo così a superare il primo protagonista originario di “Profumo di donna”, diretto da Dino Risi quasi vent’ anni prima, nel 1974. Questo film, tratto come il precedente dal romanzo di Giovanni  Arpino “Il buio e il miele”, ha come protagonista, nelle vesti del colonnello, un altro grande attore, questa volta italiano, Vittorio Gassman, che raggiunge con questa interpretazione la sua consacrazione nel Cinema, in Italia ma anche all’ estero.

Il  soggetto delle due pellicole è speculare, la sceneggiatura, soprattutto nella parte finale, è diversa e quella americana esalta maggiormente la figura del protagonista rispetto a quella italiana che risulta  più drammatica,  esasperata, soprattutto negli snodi narrativi. Due film di medio livello che non superano le tre stelle, che però offrono al pubblico in modo esplicito e netto l’ arte della recitazione nella sua purezza espressiva e completezza artistica. Da una parte la forza prorompente che sfiora la follia di Al Pacino e dall’ altra la calma apparenza che trasuda disperazione e sfocia nella miseria di Vittorio Gassman.

Un omaggio spontaneo e naturale a questi due enormi artisti che hanno contribuito in anni diversi ad esaltare l’ “ars recitatoria”, spesso troppo bistrattata e banalizzata in periodi  più recenti,  con l’ avvento della televisione o delle grandi produzione occidentali o forse soltanto per meri motivi economici, d’ altronde si sa, con l’ arte non ci si compra il pane tutte le mattine, no?!

addio grande sceneggiatrice

                                                                   SUSO CECCHI D’ AMICO

                                  “Lo sceneggiatore non è uno scrittore , è un cineasta”

Queste le parole di una delle donne più importanti del Cinema italiano e mondiale. Un’ artista che è cresciuta nel Cinema, ritagliandosi un ruolo sempre più centrale, grazie alla collaborazione con autentici geni  come De Sica, Visconti, Pasolini. Si è spenta la notte scorsa Giovanna Cecchi, lasciando al mondo del Cinema un patrimonio sconfinato, caratterizzato da grandi lavori e moltissimi  premi, tra cui l’ onorificenza come “Cavaliere di Gran Croce”. Questa grandiosa artista firmò alcune delle maggiori sceneggiature del “Neorealismo”, tra cui “Ladri di biciclette” di De Sica ma anche altri  importantissimi progetti come “Miracolo a Milano” sempre di De Sica, “Vacanze Romane” di Wyler, “I Soliti Ignoti” di Monicelli, “Bellissima” di Visconti, “Il Gattopardo”  sempre di Visconti, per cui firmò personalmente la conosciutissima scena del ballo e molte altre produzioni soprattutto insieme a Visconti e Monicelli. Con quest’ ultimo firmò l’ ultimo suo lavoro nel 2006 (“Le Rose del Deserto”), prima che una grave malattia la colpì.

Un saluto  ad una sceneggiatrice unica e ad un’ artista cinematografica completa che ha dato molto al Cinema italiano.

Altri tempi, Altri presupposti

                                                GASSMAN, UN  INTELLETTUALE DEL CINEMA

Le parole di un artista raramente sono banali; le parole di un artista italiano possono riguardarci direttamente; le parole di un artista italiano come Gassman, che parla del Cinema e di se stesso, possono davvero risultare uniche e di un  fascino particolare.

Quando la televisione commeciale italiana intervistava intellettuali come Ungaretti, Pasolini, Gassman ecc. e trasmetteva ancora cultura, ricoprendo un ruolo socioculturale nobile e ammirevole.

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