“Gravity” di Alfonso Cuaròn

UNA DRAMMATICA PASSEGGIATA NELLO SPAZIO

voto: ** e mezzo

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Nello spazio, in mancanza di ossigeno e a oltre 200 gradi sotto lo zero, la specialista Ryan Stone, un ingegnere biomedico, sta lavorando su un satellite insieme all’ astronauta Matt Kowalsky, ufficiale abituato a passeggiare nello spazio e prossimo al pensionamento. Mentre i due, accompagnati da un collega, sono fuori dallo Space Shuttle tutta la zona viene attraversata da numerosi detriti a grande velocità arrivati da un satellite colpito inavvertitamente da un missile russo. Lo scontro sarà durissimo e lo shuttle verrà gravemente danneggiato, uccidendo tutti i partecipanti alla missione fuorchè la terrorizzata Ryan, che sta sprecando poco a poco l’ ossigeno e l’imperturbabile Matt che riesce, malgrado il dramma e il pericolo, a mantenere la calma e riflettere su come tornare a casa.

Una missione maledetta che nasconde insidie e problemi, uno dopo l’ altro. Quando la situazione, che fin da subito si complica diventando pericolosissima, sembra diluirsi e risolversi, immediatamente un avverso e tragico imprevisto mette a repentaglio di nuovo la vita dei superstiti e l’ intera missione. Ben presto la protagonista è l’ unica a resistere e diventa la vera eroiana  della pellicola, lottando contro il tempo, il fato e lo spazio per riuscire a tornare a casa. Col trascorrere dei minuti, da una prospettiva incerta e impotente, la specialista, alla sua prima missione nello spazio, diviene una moderna combattente spaziale, vestendo sempre più quella fisicità immortale dell’ ufficiale Ellen Ripley di “Alien” (vera e propria icona di genere). Un racconto di formazione che modifica profondamente la protagonista, esaltandone il coraggio e la determinazione, ma non risultando immune dal melodramma che, ciclicamente, appare in maniera sempre più costante con il suo culmine nella scena in cui il capitano Kowalsky decide di tagliare la corda che lo lega a Ryan, sacrificando la propria vita. Una pellicola che in ogni caso ha nella visionarietà e nell’ immagine i suoi veri protagonisti con un’ inquadratura che oscilla frequentemente da semi soggettiva a soggettiva con delle visioni atteraverso profondissime e spesso nauseanti perché coerenti all’ assenza di gravità sofferta dai protagonisti. Grandi e spettacolari le inquadrature della terra e dei vari satelliti, posti in una scenografia virtuale curata nei minimi particolari ed esaltata da un 3D dinamico e armonico nel contesto. Happy end che rispetta il classicismo hollywoodiano e volitivo simbolismo finale con il quale si chiude la pellicola col titolo della stessa, che irrompe dopo l’ ultima scena quasi a ricordare di cosa trattasse il film. Ottima l’ interpretazione “alla Weaver” di una Sandra Bullock migliorata enormemente negli ultimi anni (siamo veramente distanti dai tempi di “Demolition Man” e “Speed”). Un’ attrice di grande forza drammatica che dimostra le sue enormi qualità nell’ apogeo espressivo del film in cui in una scena di rara bellezza, quasi incredula di essere sopravvissuta, si lascia cullare dalla gravità dello spazio come un feto nell’ utero materno, citando il finale di “2001 Odissea nello Spazio”, vero modello dell’ intero genere. Buona anche la performance di Clooney che equilibra l’ enorme tensione che fin da subito cresce nella sceneggiatura con una calma sempre molto distensiva e necessaria nell’ economia del film.
Il regista Alfonso Cuaròn è messicano , già direttore de “Uno per tutte” e de “Il prigioniero di Azkaban” , ha partecipato con questa pellicola al 70^ Festival di Venezia e ha vinto il “Future Film Festival Digital Awards”. La sceneggiatura è stata scritta dal regista e dal figlio ma solo nel 2010 è stata acquistata dalla Universal dopo anni di accantonamento. James Cameron l’ ha definito , forse esagerando, il miglior space movie mai realizzato.

 

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“Il lato positivo” di David O. Russell

FOLLIA E AMORE IN UNA COMMEDIA SENTIMENTALE ORIGINALE

voto: ** e mezzo

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Affetto da un disturbo bipolare,  cioè una psicosi maniaco-depressiva, Pat Solitano (Bradley Cooper) passa otto mesi in un Istituto psichiatrico dopo aver quasi ucciso l’ uomo trovato sotto la doccia con la moglie Nikki . Alla sua uscita si ritrova senza più moglie, che l’ ha abbandonato, senza casa e senza lavoro. Atterrito,  torna a vivere con i suoi genitori Dolores (Weaver) e Pat Sr. (De Niro), con i quali non è in ottimi rapporti, in particolar modo col padre, ma che rappresentano il suo unico punto di riferimento rimastogli. Malgrado insicurezze e idiosincrasie , il giovane cerca di riconquistare Nikki, nonostante l’ ordine restrittivo  che lo obbliga a starle lontano. L’ inaspettata conoscenza di Tiffany (Jennifer Lawrence) , una misteriosa quanto problematica ragazza vedova, gli stravolge la vita. La giovane gli offrirà il suo aiuto per riconquistare la ex moglie  soltanto se in cambio accetterà di partecipare insieme a lei ad una gara di ballo. Un’ empatia speciale ed un’  armonia unica si crea fra i due, che troveranno nei loro disturbi psicologici un aiuto reciproco ed un’ affinità unica che rivoluzionerà la loro esistenza. 

Tratto dal romanzo di Matthew Quick “L’ orlo argenteo delle nuvole”, la pellicola è diretta da David O. Russel, già regista del buon “The fighter” del 2010.

L’ enorme successo negli States, che ha portato il film a otto nomination all’ Oscar e la conseguente spinta mediatica europea e nazionale, che dentro i nostri confini ha portato a non parlare d’ altro radio e tv nell’ ultimo periodo, potrebbe deludere molti  spettatori  che si aspettano molto, forse troppo. Tuttavia “Silver Linings Playbook”, banalmente tradotto con “Il lato positivo”,  si dimostra un piacevole feel-good movie  che,  servendosi del genere della commedia e dei suoi canoni classici, riesce a focalizzare  una buona drammaticità espressiva che dà all’ intera pellicola una linearità molto quotidiana in un’ atmosfera fresca e spontanea. Le ostilità e le difficoltà della vita reale riescono ad essere piacevolmente raccontate  e veicolate con un filo conduttore romantico che trasporta e solletica lo spettatore, il quale  facilmente si immedesima nell’ imperfezione esplicita dei due protagonisti.  Essi  si dimostrano infatti perfetti nei panni di due problematici e insicuri vittime e non carnefici di una realtà complessa e articolata, in modo particolare nella figura di Tiffany, che ha portato la Lawrence ad aggiudicarsi l’ unico Oscar del film  come miglior attrice non protagonista. I tempi  narrativi  sono rispettati quasi perfettamente  e  accompagnati da un ottimo impianto prossemico ed uno sfruttamento ottimo dello spazio scenico soprattutto in alcune sequenze decisive per la conoscenza dei due personaggi e negli  snodi narrativi fondamentali.  Disordine e ordine, sia sceneggiativo che interpretativo si scambiano vicendevolmente  durante tutta la durata di tutte le scene e destabilizzano a tratti un racconto che appare piuttosto lineare e prevedibile, anche a causa del linguaggio ormai inflazionato della commedia romantica. Ma è proprio in quest’ ultimo aspetto che emerge la forza di questo film: nel suo essere una commedia romantica atipica, originale ma ordinata, squilibrata quanto i personaggi ma lineare e coerente. Sicuramente non il film dell’ anno, come è stato in varie occasioni definito,  ma senza dubbio piacevole e armonico.

Una nota di merito alla bellezza ,  alla freschezza  e  alla capacità inequivocabile  di Jennifer Lawrence, distante da Mystica dell’ “X-Men – L’ inizio” del 2011, ancora migliore che in “Hunger Games” dell’ anno scorso, che l’ ha consacrata icona e stella brillante del Cinema americano. E vedendola in questo film è difficile scommettere contro il suo successo.   Robert De Niro finalmente,  dopo un periodo sabbatico di quattro, cinque anni , ritorna in un ruolo non semplice e complesso, degno della sua grandezza.

ACADEMY AWARDS – 2013

OSCAR 2013, Mediocrità infranta da un  unico raggio di Cinema

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Si è conclusa una nuova puntata degli Academy Awards, quella del 2013,  e come al solito essa ha tenuto sospesi davanti al televisore svariate centinaia  di migliaia di telespettatori. O meglio, li ha tenuti sospesi  solo nei primi istanti di  spettacolo, perché la presentazione e lo humour tipicamente americano, accompagnati  dalle varie apparizioni eccellenti (e non)  e affiancati  da un  buonismo diffuso  miseramente dissacrato dallo stile del presentatore Seth MacFarlane, difficilmente saranno  riusciti a mantenere svegli tutto il pubblico che ha iniziato a guardare  lo show degli Oscar.  Complice anche la scansione inevitabile dei premi, che concentrava chiaramente quelli più prestigiosi  nel finale. Infatti   la tensione da risultato e la curiosità cinefila scema minuto dopo minuto, inesorabilmente, vittima di una simpatia ed un’ affabilità forzata e ripetitiva. Ma, di fatto, il livello dello spettacolo interessa poco e lascia presto la strada ai vincitori, ai risultati veri e propri. E in questo senso, gli Oscar vestono di successo “Argo”, il film diretto ed interpretato da  Ben Affleck, che riesce a raggiungere un risultato storico per la sua fresca carriera da regista, iniziata soltanto nel 2007 con lo sbiadito “Gone baby gone”.  Il film, tratto dall’ omonimo romanzo di Mendez e Baglio,  vince il premio  come “Miglior film” e come “Miglior sceneggiatura non originale” di Chris Terrio. Una pellicola buona ma a cui sta piuttosto larga la statuetta come opera cinematografica  n. 1 di quest’ anno. Tra i candidati nella categoria  infatti spiccano almeno due pellicole migliori della precedente, cioè “Amour” di Michael Haneke, che si è aggiudicato il premio come “Miglior film straniero” e sicuramente “Vita di Pi”, che tuttavia si porta a casa  4 statuette, profumando  da reale  trionfatore  del 2013. Non ci si può aspettare un plebiscito straniero in un concorso nato, creato e sostenuto da Hollywood, ma l’ enorme successo di  Ang Lee dimostra quanto la sua pellicola abbia profondamente condizionato l’ Academy. Risultato giusto,  anche se davanti alle 11 nomination,  forse “Vita di Pi” avrebbe meritato un risultato più rotondo, malgrado il prestigio dei premi vinti come “Regia”, “Fotografia”, “Effetti Speciali” (superando   la spietata concorrenza di “Prometheus” e soprattutto “The Avengers”) e “Colonna Sonora”.

Grande e meritato il risultato di “Amour”  nella categoria “Miglior Film Straniero” ma misera e inaspettata la reazione dell’ Academy al nostro grande “Cesare deve morire” dei Taviani che, dopo aver vinto lo scorso Festival di Berlino ed essere stata la pellicola scelta per rappresentare l’ Italia nell’ 85esima edizione degli Oscar, è stata scartata da osservatori  purtroppo troppo miopi. Un vero e proprio scandalo se si pensa alla qualità cinematografica di quest’ ultima  e della pellicola vincitrice della statuetta come “Miglior Film”. Stilisticamente e artisticamente i Taviani hanno realizzato infatti un’ opera unica, cinematograficamente superiore ad “Argo” e  “Amour” e di enorme consapevolezza e raffinatezza formale. Stesso destino al buon “Quasi Amici” di Nakache e Toledano,  escluso fin da subito. L’  Italia ha partecipato alla serata soltanto con il brano di Ennio Morricone ed Elisa, intitolato “Ancora qui”, presente all’ interno del tarantiniano “Django Unchained”

Il “Miglior film d’ animazione” se l’ è aggiudicato il buon “Brave” della Disney che, onestamente, gareggiava da solo, senza concorrenza reale per la categoria  quest’ anno. Ottimo e meritatissimo premio come “Miglior Corto d’ animazione” a “Paperman”, il romantico e dolce gioiello di John Kahrs e prodotto sempre dalla Disney.

Daniel Day-Lewis e Christoph Waltz si confermano (non soltanto per il premio) due dei migliori attori hollywoodiani  ora in circolazione con le pellicole di “Lincoln” e “Django Unchained”, che gli valgono l’ Oscar come “Migliori Attori” 2013, rispettivamente come protagonista e non protagonista.

Il premio come “Miglior attrice protagonista ”  è andato a Jennifer Lawrence per “Il lato positivo” e quello per la  “non protagonista ”  alla stupenda Anne Hathaway per il musical “I Miserabili”.

“Miglior sceneggiatura originale”, infine,  al non eccezionale “Django …” che , nel complesso, raggiunge un buon risultato e che favorisce il grande Tarantino con il premio più ambito per un regista completo come lui.

Una serata noiosa ed infinita che, senza sorprese, non innalza grandi prodotti cinematografici ai vertici del Cinema mondiale e che, alla luce delle scelte fatte, non fa nemmeno nulla per scovarli,  premiandoli come si meritano. Molta medietà  e conformismo in quest’ 83esima edizione , ottenebrata soltanto  dell’ ottima pellicola di Ang Lee che è il vero gioiello di tutto il 2013 e che dimostra senza alcun dubbio l’ enorme statura artistica del regista ed una forte propensione qualitativa dell ‘ Oriente, che  sta esplodendo Festival dopo Festival  e diffondendo i suoi prodotti  in un Occidente saturo e ripetitivo , figlio di una tendenza  cinematografica statunitense ormai solamente spettro di se stessa e che ha sempre meno cose da dire.

Tutti i premi:

Miglior filmArgo di Ben Affleck

Migliore attrice protagonista: Jennifer Lawrence per Il lato positivo

Miglior attore protagonista: Daniel Day-Lewis per Lincoln

Migliore attrice non protagonista: Anne Hathaway per Les Misèrables

Migliore attore non protagonista: Christoph Waltz per Django Unchained

Miglior regista: Ang Lee per Vita di Pi

Migliore sceneggiatura originale: Quentin Tarantino per Django Unchained

Migliore sceneggiatura non originale: Chris Terrio per Argo

Miglior film in lingua stranieraAmour (Austria)

Miglior film d’animazioneRibelle – The Brave di Mark Andrews e Brenda Chapman

Miglior fotografia: Claudio Miranda (Vita di Pi)

Migliori effetti speciali: Bill Westenhofer, Guillaume Rocheron, Erik-Jan De Boer e Donald R. Elliott (Vita di Pi)

Migliori costumi: Jacqueline Durran (Anna Karenina )

Miglior montaggio: William Goldenberg (Argo)

Miglior sonoro: Andy Nelson, Mark Paterson e Simon Hayes (Les Misérables)

Miglior montaggio sonoro: Per Hallberg e Karen Baker Landers (Skyfall) e Paul N.J. Ottosson (Zero Dark Thirty )

Migliori trucco e acconciatura: Lisa Westcott e Julie Dartnell (Les Misérables)

Migliore colonna sonora: Mychael Danna (Vita di Pi)

Miglior canzone originale: Adele Adkins e Paul Epworth (Skyfall)

Miglior scenografia: Rick Carter e Jim Erickson (Lincoln)

Miglior cortometraggioCurfew di Shawn Christensen

Miglior cortometraggio animatoPaperman di John Kahrs

Migliore documentarioSearching for Sugar Man di Malik Bendjelloul e Simon Chinn

Migliore cortometraggio documentario: Inocente di Sean Fine e Andrea Nix Fine

“Ruby Sparks” di Jonathan Dayton e Valerie Faris

WILDER E ALLEN IN UNA NUOVA E FRESCHISSIMA COMMEDIA ROMANTICA

voto: ***   (USA-2012)

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Calvin Weir-Fields (Paul Dano) è uno scrittore di precoce successo. Il giudizio di genio gli viene accostato spesso ma un’ inattesa crisi espressiva non gli permette più di scrivere. Tutto ad un tratto la creatività, che lo ha reso uno scrittore conosciuto e ammirato, lo abbandona misteriosamente. Nemmeno il suo psicanalista Dott. Resenthal (Elliot Gould) riesce a risolvere le difficoltà e lo smarrimento di Calvin, incolpando soltanto la sua isolatezza emotiva. Come in una fiaba dei fratelli Grimm, il potere dei sogni viene in soccorso al protagonista che, da un momento all’ altro, inizia a immaginarsi nel sonno in modo chiaro e nitido una ragazza di cui si innamora e che incontra ogni notte. Ne viene letteralmente folgorato e più cresce la conoscenza e l’ amore verso questa inattesa dea naif, più cresce nel giovane romanziere una nuova e fresca ispirazione artistica e un impulso quasi fisico con la macchina da scrivere che non abbandona più. Il nuovo romanzo prende forma e la protagonista Ruby Sparks (Zoe Kazan) viene delineata con precisione prodigiosa, sempre più profondamente. Un nuovo entusiasmo permane la personalità di Calvin, sempre più innamorato della magica e onirica Ruby, fino a quando una mattina, misteriosamente, il ragazzo incontra proprio la protagonista del suo manoscritto nel salotto di casa . Lo scrittore è riuscito a creare una persona in carne ed ossa, speculare al personaggio dei suoi sogni. L’ iniziale preoccupazione di follia lascia presto il passo ad uno stupore incredulo e, senza pensarci troppo su, i due cominciano a vivere la loro storia d’ amore. Una relazione che, malgrado sia con una ragazza inventata e vicina al proprio ideale, nasconderà problemi, incomprensioni e divergenze che causeranno il logoramento della coppia e porteranno il protagonista a riflettere su di sé e sui propri sentimenti.

Una commedia romantica, fresca e brillante il nuovo film diretto a quattro mani da Jonathan Dayton e Valerie Faris, che mette in scena una storia d’ amore fantasiosa e irreale ma sempre coerente, originale e curiosa. Influenzata in parte dallo stile fantasioso di Woody Allen da un lato (espresso in alcune pellicole come “La rosa purpurea del Cairo” e il più recente “Midnight in Paris”) e dalla commedia anni ’60 di Billy Wilder, i medesimi produttori del piacevole “A Little Miss Sunshine” sponsorizzano una pellicola dinamica e armonica in tutti i suoi aspetti. La regia è ordinata, lineare e sorretta da sequenze ristrette che regalano grande varietà alla narrazione. L’ ampio cast offre una performance di ottimo livello, soprattutto nel protagonista Dano (presente anche in “A Little Miss Sunshine”), in Antonio Banderas (il patrigno di Clavin) e nella coprotagonista Kazan, nipote del grande regista di   Continua a leggere

“On the road” di Walter Selles

LETTERE E PELLICOLA NON PARLANO LA STESSA LINGUA

voto: * e mezzo  (USA-2012)

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La generazione dei ventenni del secondo dopo guerra americano  nelle zone di New York è il fulcro di un enorme fremito  intellettuale ed evasione emotiva, che sperimenta nuovi stili di vita e ricerche spasmodiche di realtà anticonvenzionali e antitradizionali. La letteratura è centrale in questo ambiente che si rivela coacervo di slanci artistici e ricerca formale e poetica. Lo scrittore Sal Paradise (Sam Riley), pseudonimo di Jack Kerouac, l’ autore del romanzo su cui si basa l’ intero film, assorbe da questo ambiente influenze e tendenze, riscoprendo profonde amicizie, amori estremi e ispirazioni poetiche. Il giovane e ambizioso scrittore conosce Dean Moriarty (Hedlund), personaggio che si ispira al poeta Neal Cassady, compagno di viaggio di Kerouac. Fra i due si instaura subito una grande complicità che li porterà a viaggiare in continuazione per tutto il territorio statunitense e oltre:  da New York (luogo in cui fanno conoscenza) a Denver, dall’ Alabama alla California, da San Francisco a Città del Messico. Viaggi vissuti dai due alla fine degli anni ’40 e che porteranno il giovane Paradise a scrivere, recuperando  i vari appunti da viaggio conservati durante gli anni, “On the road”, romanzo autobiografico , scritto in tre settimane su un rotolo di carta da tappezzeria lungo 36 mm, divenuto il manifesto culturale della cultura “Beat” americana, la cosiddetta “Beat Generation”.
Per trasformare in immagine un libro impossibile, il regista Walter Selles (autore anche dell’ indimenticabile “I diari della motocicletta”)  ha lavorato 8 anni e percorso più di 100 mila chilometri. Per non far annoverare il suo progetto come chimera, come successe già nel 1957 (quando i si cercò di realizzare una pellicola basata sul romanzo, coinvolgendo grandi star come Marlon Brando), Selles segue la stessa logica sperimentale dei film su Guevara, partendo dalle tracce di Kerouac, sfiorando luoghi e persone che in qualche modo abbiano potuto riguardarlo, con uno sguardo prima documentaristico e poi narrativo. E ed è questo approccio che non esalta il ritmo dell’ intera opera. Realizzare un film sulla Bibbia della “Beat Generation”, un racconto di viaggio che rappresenta anche rivolta generazionale e formazione giovanile è probabilmente uno sforzo che il Cinema, in quanto mezzo artistico e linguistico, sia per limiti temporali che formali, non può soddisfare completamente  ma, tuttavia, un’ organizzazione sceneggiativa prolissa e monocorde come questa non può sicuramente ambire a invertire questa difficoltà, anche parzialmente. La scenografia e le ambientazioni, insieme all’ attenzione caratteriale ai  protagonisti e ai vari personaggi, mostrano

un enorme lavoro strutturale ma che soddisfa solo minimamente uno spettatore assorbito sempre meno da un’ intreccio troppo dilatato, nauseante per la propria monotonia  che cerca di inglobare più avvenimenti possibili in 120’ di film purtroppo soporifero. Gli unici sbalzi narrativi   sono nelle scene  sessuali che si rincorrono sempre con un velo però  di censura e poca corporeità espressiva. Buono il parallelismo musicale che segue l’ immagine in modo armonico fin dall’ inizio con ottime colonne sonore jazz intriganti e avvolgenti e buona anche l’ attenzione ai particolari scenografici sia d’ interni che esterni, evidenziati da un uso della luce consapevole e puntuale.

Il Cinema negli ultimi anni si è approcciato al ricordo “Beat”  in almeno due casi: quest’ ultimo “On the road”  che ricalca il romanzo manifesto di quella generazione e “Howl” (“L’ urlo”) di Epstein e Friedman, film del 2010 che ripercorre il capolavoro di Allen Ginsberg. Seppur in modo diverso,  le due pellicole mostrano le difficoltà strutturali che si nascondono dietro alla narrazione cinematografica innanzitutto di un’ opera letteraria e secondariamente di opera  letteraria  che, come in questi  casi, è  manifesto generazionale di un’ intera identità  culturale. E in entrambi i casi l’ eccessiva complessità realizzativa, malgrado i buoni autori e attori utilizzati, ha messo a nudo  le enormi difficoltà espressive  che la riguardano.

“Prometheus” di Ridley Scott

UN DISCRETO RITORNO AD UNA FANTASCIENZA D’ ALTRI TEMPI

voto: ** e mezzo

(USA-2012)

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Sull’ isola di Skye, in Scozia, nell’ anno del signore 2089, gli scienziati  archeologi Elizabeth Shaw (Noomi Rapace) e Charlie Holloway (Logan Marshall-Green)  scoprono in una grotta delle pitture di migliaia di anni prima  che raffigurano dei giganti che indicano una costellazione. Sovrapponendo questo disegno stellare a vari altri reperti storici,  dimostrano che in tutte queste scoperte appare la medesima immagine, che sembra essere una mappa stellare e , secondo la dott. Shaw, addirittura un invito a raggiungere i veri creatori del mondo e del genere umano: i cosiddetti “Ingegneri”. La Weyland Corporation finanzia, alla luce di queste scoperte, la costruzione della navicella “Prometheus” che con una équipe di scienziati raggiungerà nel 2093 la luna LV-223, l’ unico luogo ospitale  della disposizione di pianeti corrispondenti al disegno. Oltre alla presenza nell’ operazione dei due archeologi affiancati da vari altri scienziati,  l’ androide David (Michael Fassbender) si occuperà  della salute dei viaggiatori e della gestione di Prometheus, il comandante dell’ operazione è l’ affascinante e schietta Meredith Vickers (Charlize Theron) e la guida del vascello è affiata al divertente Capitano Janek (Idris Elba). La spedizione scientifica ha inizio con scoperte eccezionali che dimostrano la passata presenza di una civiltà molto più evoluta di quella umana, reperti alieni quasi perfettamente conservati, evoluzioni genetiche in atto e presenza di esperimenti scientifici inquietanti. La situazione tuttavia rimane sotto controllo fino alla  prevedibile  morte di due membri dell’ equipaggio, che si perdono nelle grotte anguste del sito ed entrano a contatto con strane forme di vita, somiglianti a rettili che entrano nel loro organismo, trasformandoli geneticamente.  Nel frattempo David decide di capire fino in fondo gli effetti dello strano liquido ritrovato nelle grotte sull’ uomo e decide di contaminare il bicchiere di Charlie. Continua a leggere

warrior di Gavin O’Connor

                                                                              SOGNO AMERICANO E LACRIME

                                                                                  voto :** e mezzo        (USA-2011)

Brendan (Joel Edgerton) e Tom Conlon (Tom Hardy) sono fratelli e non si vedono da molto tempo. Quest’ ultimo , dopo il divorzio dei genitori, è fuggito con la madre e si è arruolato nei marines, il primo è rimasto con la sua ragazza e ha messo su famiglia, diventando un docente di fisica. Entrambi non si rivolgono da tempo la parola e non parlano con il padre Paddy (Nick Nolte), ex alcolizzato. Queste tre vite ormai separate si rincontreranno grazie a “Sparta”,  un torneo di MMA (mix martial art) ad Athlantic City con un premio di cinque milioni di dollari , in cui parteciperanno i migliori combattenti al mondo. Tom decide di parteciparvi per mantenere la famiglia di un suo compagno di battaglia, caduto in Iraq e, tornato improvvisamente a casa, chiederà al padre di allenarlo. Brandon, ormai lontano dalla “gabbia” da anni, chiederà al suo ex allenatore Frank Campana (Frank Grillo) di allenarlo e portarlo al torneo per gravi problemi economici in famiglia e per mantenere sua moglie Tess e le sue due bambine. Tra sudore, lacrime e sangue i due guerrieri combatteranno, fino ad arrivare alla finale assoluta, che consegnerà il ricco premio solamente al vincitore, all’ ultimo rimasto in piedi.

Dopo un film sportivo sull’ hockey e la storia familiare di “Pride and glory”, Gavin O’ Connor (che nel film interpreta l’ organizzatore dell’ torneo, JJ Riley) cerca di sviluppare con “Warrior” queste due tematiche che non hanno nulla di originale, servendosi però   di un  double plot alternato in modo regolare e costante, riuscendo a dare grande vivacità e varietà alla pellicola. La macchina da presa, spesso a mano, è magistralmente condotta soprattutto negli incontri, dove viene reso lo scontro in modo molto chiaro e preciso, riuscendo a trasmettere grande tensione e adrenalina sportiva  allo spettatore. Scene di grande intensità che decollano chiaramente nella seconda parte del film , che danno una spinta considerevole alla sceneggiatura base di  una pellicola  che dura più di due ore e riesce a non stancare mai,  anzi l’ attenzione cresce sulla focalizzazione dei personaggi ripresi, affievolendosi solamente nel finale con lo scontro dei due fratelli poco incisivo  e poco convincente. La messa in scena è molto attenta e precisa come la cura dei personaggi, che fa emergere il carisma recitativo di Tom Hardy in modo diretto e netto, come capita spesso nei film che vedono lui come protagonista. La sceneggiatura è legata esplicitamente al format di  altre pellicola recenti o passate che hanno il combattimento come elemento base del film e mi riferisco a “Rocky”,  “Cinderella man” o “The fighters”, meno a “Million dollar baby” a cui è stato avvincinato spesso, tuttavia  si mostra dinamina e varia con colpi di scena presumibili ma ben girati e un’ umanità forte che percorre come filo conduttore tutto il film e tutti i suoi interpreti dal padre alla moglie di Brendan, dal preside della scuola dove Brendan lavora, all’ allenatore Frank, fino ad arrivare a Tom che nel film acquisisce il ruolo decisivo di maschera tragica della storia narrata. Sofferenza e fatica si mischiano in un film piacevoile e dinamico, forte e appasionante in cui molto è raccontato con l’ immagine più che con le battute e i copioni, con una grande attenzione alla scena e all’ impianto profilmico della ripresa. Pochissimo successo al botteghino ma buona critica.  Un’ ultima cosa, per tutti gli amanti del Wrestling, il temibile russo, campione assoluto della disciplina MMA, nel film  è interpretato da Kurt Eangle, campione di Wrestling storico.