l’ amante inglese di Catherine Corsini

                                    INNAMORAMENTO, PASSIONE, FOLLIA, DISTRUZIONE

                                                                         voto ***         (Francia-2009)

Nella Francia meridionale vive Suzanne (Kristin Scott Thomas), una donna di origine inglese con un marito medico e due figli. La sua è una vita borghese con varie comodità e possibilità economiche che le permettono di non lavorare.  La sua vita oltre ad essere comoda è anche monotona e abitudinaria, tanto che a quarant’ anni, per una sorta di desiderio di emancipazione personale,  decide di ricominciare a lavorare come fisioterapista. I lavori per il suo nuovo studio le permetteranno di conoscere Ivan (Sergi Lòpez), un operaio catalano ex galeotto che vive di lavori precari. La donna, frustrata forse da una vita troppo semplice, se ne innamora perdutamente e, in preda ad una passione irresistibile, fugge di casa e va a vivere con lui in condizioni molto misere,  che la obbligheranno a tornare a far lavori umili e faticosi ma il marito si mette contro la moglie, rendendole ancora più difficile l’ esistenza. Il potere del marito medico emergerà e la obbligherà a tornare a casa, in una condizione che lei non può sopportare e l’ epilogo tragico sembra l’ unica soluzione.

Un film francese di buona qualità. La regista, influenzata visibilmente dal Cinema di François Truffaut, racconta una delle più classiche e meno originali storie d’ amore impossibili che gettano le basi nella letteratura amorosa del 1800, da Flaubert a Tolstoj da “Madame Bovary” a “Anna Karenina”, andando a rintracciare l’ intimità psicologica della donna infedele, oppressa, sublimata e incatenata ad una condizione sempre più misera ma che in un lampo di lucidità decide doi seguire l’ istinto e la passione. Le varie recitazioni sono buone con un occhio di riguardo alla protagonista, davvero ottima nella parte della moglie infedele. Il film comincia lentamente e con una sorta di perbenismo e buonismo artefatto e a tratti fasullo che , certo, non vuole far altro che mostrare la vita banale e insoddisfatta della donna ma che spesso eccede.  Con i minuti, però,  la pellicola diventa sempe più accesa e forte. Molto buona la fotogerafia , con continui cambi scena e divisione quasi in sequenze del film. Ottime alcune scene in cui la disperazione della moglie, soprattutto quando viene obbligata a tornare a casa, emerge in tutta la sua potenza espressiva. Finale che si mostra piuttosto scontato ma che impenna nell’ ultima scena in cui i due amanti si incontrano, probabimente per l’ ultima volta, nel luogo in cui il loro amore ha vissuto i momenti più intensi.

Una buona produzione che è passata soltanto in poche sale, incassando poco più di duecentomila euro in Italia. Ennesima dimostrazione che il Cinema di qualità , ormai, bisogna ricercarlo, poichè nelle grandi e blasonate sale la possibilità di trovare buone pellicole è sempre più difficile.

 

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adieu…

                                                                    UN ADDIO A ERIC ROHMER

Questo blog non poteva esimersi dal rendere omaggio alla memoria di Eric Rohmer, nato a Nancy nel 1920 e morto nella giornata di ieri all’ età di ottantanove anni. Maurice Schèrer (questo il suo vero nome), oltre ad essere stato un esponente della Nouvelle Vague, ha anche diretto film che sono rimasti nella storia del Cinema francese e mondiale come “La mia notte con Maud” (’69) o “Il raggio verde” (’86), pellicola per cui è amato in tutto il mondo.

Siamo di fronte ad un regista scrupoloso e attento con una grande propensione al teatro che lo influenzò molto nella direzione dei suoi film. A livello stilistico, il regista mette in scena spesso personaggi molto sensibili nella vita quotidiana, servendosi di ritmi molto lenti e scene molto lunghe.

Egli rinnovò anche il concetto di ciclo di film. Molti dei suoi migliori lavori, infatti, sono racchiusi in una delle tre serie, raggruppate per argomento, di quattro o sei episodi che costituiscono i cicli dei “Sei racconto morali”, “Commedie e proverbi” e “Racconti delle quattro stagioni”.

la passione di giovanna d’ arco di Carl Theodor Dreyer

                                                                  IL MUTO COME ESSENZA DEL CINEMA

                                                                             voto: **** P       (Francia 1928)

passionePrima rappresentazione cinematografica della vicenda storico-religiosa di Giovanna D’ Arco, la pulzella della Lorena che, da semplice pastorella, diviene il condottiere di Francia nella guerra dei cent’ anni, portando il delfino francese alla vittoria. La sua scomoda posizione la porterà alla morte sul rogo.

Davanti ad un grandissimo film muto, si prova una strana sensazione. Si capisce infatti quanto elevata sia l’arte della recitazione, da una parte e dall’altra, quanto le parole, di fronte al linguaggio del corpo, siano estremamente effimere e pleonastiche. Spesso si dimenticano queste caratteristiche che stanno alla base della cinemografia, incarnadone la sua fondamentale funzione, cioè la rappresentazione dell’uomo, una rappresentazione visiva in primis e solamente poi sonora.

I film muti hanno avuto purtroppo tragici destini. Essi infatti non sono più visti, collezionati o ricercati e quindi si stanno, poco a poco, dimenticando. Di tanto in tanto però ammirare un film muto è fondamentale perchè  si riesce così a capire profondamente il cinema, la sua arte e si stabilisce con esso una relazione ineffabile.

Per quanto riguarda questo film, le difficoltà di distribuzione che nel corso degli anni ha conosciuto parecchie variazioni, perdite, nuove versioni, non hanno scalfito l’originale bellezza e qualità dello stesso. Stupefacente e perfetto.

L’attrice protagonista che interpreta il dolore e le difficoltà esistenziali di Giovanna cioè Renèe Falconetti è imperdibile e recita la sua parte come , personalmete, non ho mai visto fare da nessun altro attore in nessun film.

Incredibile, ed estremamente essenziale e diretto. Poche parole riescono ad esprimere tale livello…

 

la classe di Laurent Cantent

       BUON LAVORO CHE POTEVA ESSERE ANCORA MIGLIORE (FORSE UN PO’ SOPRAVVALUTATO)

                                                                                  voto: ** e mezzo     (Francia 2008)

classeIl docente di francese François (François Bègaudeau) di una scuola di periferia parigina cerca di insegnare a dei ragazzi delle corrispondenti nostre scuole medie, oltre che le materie scolastiche, prima di tutto, a vivere. I ragazzi fanno parte delle classi meno agiate e spesso e volentieri sono emigrati in Francia. Come può insegnare un docente francese in una classe del genere e soprattutto come ci si può approcciare ad ogni studente così diverso, rispetto agli altri per cultura, famiglia e tradizione?

E’ quello su cui cerca di interrogarsi il film attraverso una persona (il professore) che, ancor prima di spiegare una lezione, cerca di avere un dialogo aperto con tutti. Questa è la domanda di fondo del film e alla quale cerca di rispondere il regista.

Film curioso con un grandissimo successo in Francia e riconoscimenti a Cannes, che cerca di offrire allo spettatore una realtà molto diversa e lontana da quella normalmente conosciuta. Un vero e proprio spaccato di realtà, caratterizzata da difficoltà e fatica.

Un’atmosfera di inutilità, mischiato ad un senso di incapacità per un mestiere così delicato come quello del mestro  si percepisce durante tutta la pellicola che però, alla lunga, si rivela un po’ a corto di idee e mancante di lucidità sceneggiativa. Un film, allo stesso tempo, di critica sociale e presa di coscienza che potenzialmente poteva lasciare una traccia stilistica più profonda di quella che, in realtà, ha dato.

Il film infatti si spegne poco a poco e rischia inoltre di interessare maggiormente ai pochi che conoscono meglio di altri le logiche scolastiche, come professori e studenti. Buoni attori, per lo più ragazzi, che si immergono bene nel personaggio e nel ruolo, probabilmente per la conoscenza che hanno dell’ambiente.

A mio parere, la Palma d’Oro di cannes è un premio eccessivo.