“Buongiorno papà” di Edoardo Leo

FRESCHEZZA E SPONTANEITA’  PER UN NUOVO INTERESSANTE REGISTA

voto: **

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Loft brillante e spyder, cura maniacale dell’ estetica e modi da casanova consumato, Andrea (Raoul Bova) è uno splendido quarantenne,  affascinante e affermato. Stella  di un’ agenzia di Product Placement, che si occupa  soprattutto  di pubblicità da inserire in alcune pellicole per sostenerne i costi di produzione, il borioso immaturo pare sulla cresta dell’ onda e sfrutta la sua posizione soprattutto per sedurre giovani ingenue  con la smanie di diventare veline.  Osservatore sensibile della sua vita è Paolo (Edoardo Leo), suo amico , coinquilino e compagno di serate ma molto più umile e modesto,suo completo alter ego, in cerca continua di lavoro e col desiderio di occuparsi di  bambini. Tutto procede a leve spiegate per il baldanzoso Andrea , fra discoteche,  donne e lavoro,  fino a quando una mattina si presenta a casa sua,  senza nessun preavviso,  una curiosa ragazzina di nome Layla (Rosabell Laurenti) che, brandendo il diario segreto della madre, sostiene di essere sua figlia. La madre è morta poco tempo prima e lei, accompagnata dal singolare rockettaro  Enzo (Giallini), suo nonno, ha deciso di conoscere dopo molti anni il padre. L’ incredulità iniziale dello stupefatto Andrea è totale e infatti  lo porta da subito a  rifiutare in tutti i modi la possibilità di una paternità tanto inaspettata quanto indesiderata.  Tuttavia la prova del DNA parla chiaro ed è per questo che l’ agente decide di ospitare casa sua  la figlia e il suocero fino a quando il camper su cui i due vivono non verrà rimesso in sesto. Layla   rivoluzionerà la vita del padre  e anche grazie al lavoro dentro e fuori da scuola della professoressa di ed. fisica della ragazza,  Lorenza (Nicole Grimaudo) , egli scoprirà  quell’ affetto famigliare  inizialmente sgradito  e quell’ Amore che fino a poco prima era stato semplice e mero consumo.

Secondo film proiettato al Cinema per l’ esordiente Edoardo Leo  che,  dopo una carriera decennale da attore per lo più di TV,  si tuffa a piè pari nel Cinema con un ruolo di principale importanza in regia e sulla scena,  come personaggio di spalla ma decisivo per l’ economia  sceneggiativa del film. A livello recitativo infatti è il migliore insieme a Giallini nel ruolo comico, che distende in più occasioni una narrazione a   Continua a leggere

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“Viva la Libertà” di Roberto Andò

DUPLICITA’ E RINNOVAMENTO NELL’ OPPOSIZIONE

voto: ** e mezzo

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In un’ Italia politicamente provinciale e apatica, il partito di opposizione, malgrado il suo ruolo secondario negli ultimi anni, cala vertiginosamente nei consensi e sembra non rialzarsi più da una crisi che ormai la trascina verso un baratro di immobilità e disillusione, senza possibilità di recupero. Leader ormai consumato e frustrato di una sinistra che somiglia molto a quella della più recente tradizione politica italiana, Enrico Oliveri (Toni Servillo) è un politico ormai depresso che, senza più carisma e passione, pare più l’ ombra di se stesso e trascina irrimediabilmente il partito verso una nuova sconfitta elettorale. Stanco e sconsolato, il Segretario si rende conto di tutto ma, ormai incapace di invertire questa tendenza e di far rinascere nel suo elettorato le speranze di un tempo, decide di fuggire, di auto esiliarsi per un breve periodo. Ritrovare l’ entusiasmo perduto e dimostrare ai suoi colleghi che senza di lui il partito non può far nulla, sono gli scopi di questo suo allontanamento volontario, che avverrà in Francia, da una sua vecchia amica, Danielle (Valeria Bruni Tedeschi). Il movimento entrerà effettivamente in crisi e quest’ inaspettata mancanza ingiustificata rischia di alimentare i problemi già presenti all’ interno del partito. Sarà un’ intuizione geniale di Andrea Bottini (Mastandrea), il braccio destro di Oliveri, a ristabilire l’ ordine. Infatti quando il collaboratore si spingerà alla disperata ricerca del politico scomparso, conoscerà Giovanni Ernani (Servillo), fratello gemello di Oliveri, uomo dalla personalità istrionica e originale, intellettuale e scrittore ma anche ex paziente di un ospedale psichiatrico, che accetta con leggerezza la proposta di sostituire il fratello per un breve periodo. Inaspettatamente Giovanni entrerà pienamente nel personaggio e (a suo modo) interpreterà il politico, indossando i panni di un riformatore convinto e colto rinnovatore, brillante oratore e trascinatore di masse, riuscendo a ribaltare i consensi e navigare spedito verso la vittoria finale.Il tutto mentre il vero Oliveri, che viene presto a conoscenza della sua sostituzione, tra nuove passioni e ritrovate emozioni, cerca e pare ritrovare se stesso.

 

Una commedia amara. Si presenta in questo modo l’ ultimo film del regista (più conosciuto nel teatro che nel Cinema) Roberto Andò, che mette in scena il suo romanzo “Il trono vuoto”, vincitore del Premio “Campiello” 2012 come miglior opera prima. La pellicola, che segue perfettamente le dinamiche letterarie del libro, ha di fatto lo stesso incipit, che lo rende quasi un pamphlet satirico, cioè la domanda legittima di dove sia finita la sinistra negli ultimi anni, nella politica italiana.   Continua a leggere

“Reality” di Matteo Garrone

UN PAMPHLET SULLA CORRUZIONE, SULLA POTENZA DEI MEDIA, SULL’ OMOLOGAZIONE DELLA NOSTRA SCASSATA SOCIETA’

voto: ***     (Italia-2012)

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Luciano Ciotola (Aniello Arena) vive a Napoli con la moglie e i suoi figli. Commerciante e gestore di una pescheria, grazie anche a delle truffarelle rionali di prodotti casalinghi automatizzati riesce a sbarcare il lunario e tirare avanti.  Per assecondare un desiderio della figlia più piccola, in un centro commerciale, partecipa alle selezioni per entrare nella casa del Grande Fratello. Il semplice gioco si trasforma in realtà e il verace napoletano verrà chiamato a Roma per sottoporsi ad altri provini.  Raggiunge la capitale con la famiglia e , malgrado l’ iniziale timidezza, sosterrà l’ audizione che a detta sua è stata molto positiva e che lo proietta direttamente nella casa: la sua partecipazione al reality sembra sicura. Accolto a casa come un eroe da parte di tutti, Luciano vive momenti di popolarità cittadina e si crogiola nell’ attesa della fatidica chiamata da Roma. La comunicazione tuttavia stenta ad arrivare e in queste settimane di attesa spasmodica e trepidazione  ansiosa , mentre l’ inizio del programma si avvicina sempre di più, Luciano perde giorno dopo giorno ogni contatto con la realtà. Teme di essere perseguitato da spie del programma  che vogliono scoprire la veridicità delle sue affermazioni in provino e  per le quali comincia ad essere eccessivamente magnanimo con tutti, regalando mobili e oggetti di casa sua a totali estranei. La sua ossessione lo porta a intravedere astuti informatori televisivi dietro sommesse e austere signore devote e a stupirsi innaturalmente della presenza in casa sua di un grillo che lo guarda insistentemente. La pescheria verrà venduta perché per le future interviste non ci si può permettere di mostrarsi dei fetenti e il bagno verrà trasformato in un confessionale. La situazione è insostenibile e, capito ormai che Luciano non parteciperà a nessun programma televisione, la famiglia si unisce intorno a lui per aiutarlo in questo complesso momento. Entrerà quindi a far parte attivamente della vita religiosa cittadina,  partecipando a funzioni, celebrazioni e opere di carità, fino a recarsi a Roma per un’ importante celebrazione religiosa ai piedi del Colosseo. Ma l’ occasione è troppo allettante per l’ irrecuperabile Luciano che sgattaiolerà via per recarsi là, nella casa tanto bramata, tanto desiderata. La raggiungerà e dopo esserci misteriosamente entrato si sdraierà in giardino, dove si lascerà andare  ad  una risata liberatrice e beata  in quell’  ambiente a lungo agognato.
Una commedia satirica la nuova fatica di Matteo Garrone,  che ha realizzato un film di forte teatralità espressiva e molto vicino  alla farsa napoletana  che va a rintracciare con occhio cinico e critico la reazione sociale del pubblico di massa alla rivoluzionaria stagione dei Reality Show. Un condizionamento alienante e mediatico che si instaura nella quotidianità, disequilibrandola e rompendone  gli schemi. Un’ iperbolica visione del potere mediatico e di medium di massa della Continua a leggere

“Cesare deve morire” di Paolo e Vittorio Taviani

SHAKESPEARE E TEATRO A REBIBBIA

voto:*** e mezzo (Italia-2011)

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Con l’ ultima scena della morte autoinflitta  di Bruto dopo la congiura romana  delle Idi di Marzo,  si chiude con successo  la rappresentazione teatrale del “Giulio Cesare” di Shakespeare nel teatro del carcere di massima sicurezza di Rebibbia . Dopo di che gli attori-detenuti tornano come ogni giorno in una cella desolata e spoglia, diventata ancora più angusta dopo lo stretto contatto con l’ arte, che in quel periodo li ha aiutati a sopportare la prigionia. Un flashforward  che anticipa l’ inizio cronologico della trama, avvenuto sei mesi prima, quando il direttore del carcere espone ai detenuti il progetto ricreativo teatrale. Ne seguiranno provini, definizione dei personaggi ,  prove di scena e di dialoghi continue e snervanti ma anche stimolanti ed appassionanti, non senza la sofferenza della detenzione, che sembra però assopirsi con questa dichiarativa esperienza artistica da parte di cinque attori carcerati: Cosimo Rega (Cassio), Salvatore Striano (Bruto), Giovanni Arcuri (Cesare), Antonio Frasca (Marcantonio), Juan Dario Bonetti (Decio) e Vincenzo Gallo  (Lucio).

Con un cast di non professionisti e di detenuti reali del carcere romano, Paolo e Vittorio Taviani realizzano un’ opera epica di grandissimo livello formale ed estetico. Confondendosi in un ambiente comunemente sconosciuto come il carcere, i cineasti   producono  una pellicola di forte impatto espressivo che va ad indagare il sentimento umano e intimo dei soggetti carcerati, che tramite un copione teatrale esprimono tutta la loro complessità interiore, frustrazione emotiva e coscienza  psicologica anche grazie a dei dialoghi che, rispetto all’ opera originale,  vengono tradotti  in una lingua provinciale, di  inclinazione dialettale (linguaggio che cambia a seconda delle origini di ognuno dei personaggi) , che dona una spontaneità ed un realismo pirandelliano all’ opera shakespeariana da una parte e un verismo  popolare di enorme umanità e solennità emozionale  dall’ altra. Il perfezionismo e l’ esperienza cinematografica dei fratelli Taviani si percepisce in ogni singola inquadratura, nel più impercettibile movimento scenografico e risente del genere documentario nella sua integrità  ed onesta narrativa. Sensibilità che  in questo caso veste anche i panni sociologici dell’ indagine pura della realtà in un carcere di massima sicurezza. Malgrado l’ età  artistica e  anagrafica  degli autori, l’ opera risulta di un’ attualità sorprendente e molto comunicativa e volitiva nel suo incedere sicuro ma ordinato, senza sbavature. Gli attori sembrano assolutamente dei professionisti e quasi mai risentono dell’ inesperienza recitativa, probabilmente grazie alla genuinità  dei dialoghi (spesso sottotitolati) con i quali rivivono su di sé ciò che recitano per la crudezza della tragedia medesima, fatta di  tradimento, giochi di potere, violenza e morte. Un bianco e nero elegantissimo non lascia quasi mai le riprese e regala all’ opera ancora più solennità ed epicità storica. Alcuni dialoghi si rivelano molto forti ed emozionali insieme ad alcune inquadrature meste ed angosciose, come i primissimi piani di una scena nel mezzo del film, durante le prove , con cui i protagonisti, seguiti dalla scritta  dei  rispettivi reati e delle  pene da scontare, fissando l’ obbiettivo, esprimono  tutto il proprio dolore e la  propria inquietudine interiore senza aprir bocca   . Continua a leggere

Bella addormentata di Marco Bellocchio

                          UN BEL RITORNO, PURTROPPO POCO APPREZZATO

                                                            voto:***   (Italia-2012)

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Italia, Febbraio 2009. La drammatica vicenda di cronaca di Eluana Englaro, ragazza in coma vegetativo da 17 anni, per cui i famigliari chiesero di interrompere l’ alimentazione forzata, considerandolo un inutile accanimento terapeutico, scatena  un notevole dibattito sulle prime pagine di stampa e media, riversandosi anche nella politica nazionale, a cui spetta l’ arduo  compito di acconsentire o meno al volere della famiglia. In questa delicata situazione sociale, il senatore Uliano Beffardi (Toni Servillo), deputato della maggioranza berlusconiana del periodo, decide di schierarsi contro la decisione del partito e di votare a favore dell’ interruzione terapeutica e conseguentemente di lasciare il suo ruolo , rinunciando ad una carriera politica superficiale e mistificante. Nel frattempo la figlia, Maria (Alba Rohrwacher), che dopo la morte della madre (anch’ essa tenuta in vita grazie a delle macchine) si è allontanata sempre più dal padre,  decide di recarsi  a Udine, dove Eluana è ricoverata,  per pregare e sperare nella sua sopravvivenza . Nel frattempo  viene raccontata la vicenda di una madre, Divina Madre  (Isabella Hupert), che ha sacrificato la sua vita e la sua carriera recitativa per assistere sua figlia in coma profondo e parallelamente la vicenda di Pallido (Bellocchio), un medico che decide di aiutare una tossico dipendente (Maya Sansa)  che vuole togliersi la vita.

La propensione di Bellocchio verso un Cinema civilmente e socialmente militante e attivo anche in questa occasione non viene tradita e il regista veicola mediante gli occhi dei suoi personaggi un fatto di cronaca reale  e moralmente complesso che ha riguardato l’ Italia intera. Riesce a farlo con un “triple” plot che mostra più possibilità interpretative e possibili posizioni personali davanti ad una questione delicata come quella dell’ accanimento terapeutico e interruzione delle cure per  stati vegetativi irreversibili. Senza retorica e demagogia, il  racconto si presenta  schietto , coraggioso e coerente senza il  timore di esprimere le proprie idee, grazie a  un’ onestà espressiva e una riflessività di forte impatto . Tecnicamente la pellicola è ben curata e di attenta direzione: senza grandi virtuosismi ma pragmatica e ordinata (tipico stile di Bellocchio), con una messa in scena sempre molto puntuale e precisa che valorizza  i lievi movimenti di macchina. L’ impianto prossemico e l’ utilizzo dello spazio è attento  e ordinato e il montaggio è fluido e, malgrado i vari intrecci, mai confusionario o sbrodolato. La recitazione dei personaggi è pulita e emozionale soprattutto nella performance di Toni Servillo, che nei panni del politico amareggiato e frustrato da ciò che ha intorno  sembra nel suo habitat. Ottima anche l’ interpretazione della Huppert che vive perfettamente su di sé  l’ emotività devastata ma apparentemente rigida di una madre integra  ma infelice, toccando nel finale  un vertice espressivo e recitativo  con la magnifica citazione di Lady Machbeth nel  gesto di lavarsi continuamente le mani  dal sangue durante il sonno, manifestando inconsciamente  la volontà di togliersi di dosso una colpa interiore, presumibilmente la sua impotenza davanti alla figlia inerme. La sequenza della figlia del senatore è una buona cornice alle principali storie narrate (le due precedenti), mentre quella del medico appare più rigida e forzata delle altre tre, non riuscendo mai a convincere del tutto, anche se raggiunge anch’ essa dei buoni  livelli recitativi. La tendenza  polemica  e la critica politica tipica delle  pellicole Bellocchio  anche in questo caso non si fa attendere e la satira emerge in modo lieve ma costante  in più occasioni  nei confronti delle maldestre dichiarazioni pubbliche  di Berlusconi e nella  vanità di certi atteggiamenti politici e personali all’ interno del partito del protagonista Beffardi. Il finale può apparire spezzato e netto ma nell’ economia del film un finale incompleto ma riflessivo risulta  la direzione più consona per un ‘ opera  del genere , che riesce a non  essere mai prevaricante e didascalica, lasciando grande libertà interpretativa allo spettatore. Ottima produzione italiana e ottimo ritorno al grande Cinema di un grande autore italiano, dopo alcuni anni qualitativamente discutibili. In concorso alla 69^ Mostra  del Cinema di Venezia, non ha ricevuto premi ma, al contrario, è stato vittima di alcune accuse di provincialismo tipico italiano da parte di un esponente della giuria. Evidentemente a Venezia si sono dimenticati l’ importanza civile e sociale del Cinema e la sua rilevanza popolare ed antropologica. Certe pellicole al contrario vivificano l’ arte e la rendono meno autoreferenziale  ed isolata intellettualmente e culturalmente, intraprendendo un ruolo pragmatico e civile non sottovalutabile. Sbattuta la porta, Bellocchio ha dichiarato che non si ripresenterà mai più a Venezia  ed  è difficile non sostenere il suo comportamento.

L’ Estate di Giacomo di Alessandro Comodin

                             CRESCITA E AMORE IN UNA FIABA IMPRESSIONISTA

                                    voto: *** e mezzo  ( Italia-Belgio-Francia 2012)

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Nelle campagne friulane, sulle rive del Tagliamento , Giacomo (Zulian), un ragazzo sordo di diciott’ anni e la sua amica d’ infanzia Stefania (Comodin), si perdono in una selva estiva durante una gita al fiume per un pic-nic. Raggiungeranno un laghetto splendido, un luogo paradisiaco fuori dal tempo, dove trascorreranno intere giornate insieme, trasportati quasi in un mondo fiabesco e intimo. Un microcosmo ideale in cui liberano la propria  spontaneità, affetto e  libertà, sullo sfondo di una crescita inesorabile, e percepita da entrambi, verso la maturità e il distacco dalla spensieratezza adolescenziale. Una crescita e un cambiamento che si dimentica davanti a quel luogo ameno che pare un’ angolo di mondo eterno ed innaturale, in cui il tempo si arresta e  dove Giacomo scoprirà anche l’ amore di una ragazza, Barbara (Colombo), anch’ essa sorda, che si innamorerà di lui.

Influenzato   dalla stagione  “Nouvelle Vague” francese e dal “Cinema Diretto”  anni sessanta, l’ emergente regista Alessandro Comodin realizza con stile apparentemente semplice ma consapevole e volitivo, di forte afflato cinematografico, un’ opera di grande livello sceneggiativo e buona consapevolezza tecnica, che va ad indagare le profonde dinamiche emotive del passaggio generazionale verso la maturità  sulla pelle di un protagonista affetto da un prevaricante handicap. Giacomo è consapevole del suo problema ma il suo disagio emerge in modo coraggioso, quasi aggressivo. Ama cantare e suonare la batteria, giocare  e scherzare senza sosta, anche con un linguaggio spesso e volentieri scurrile, probabile retaggio della sua emancipazione sociale nella sua primissima adolescenza. Davanti a lui, da una parte  un’ amicizia (quella con Stefania) intensa e di lungo corso, a cui non serve quasi nemmeno più la  parola e dall’ altra un’ amore insicuro e acerbo, quello di Barbara, fatto di effusioni accennate e fremiti giovanili.  Dinnanzi  allo spettatore una favola di eternità, fatta d’ innocenza e spontaneità, che si muove leggera lungo i sentieri della narrazione con una cinepresa che non invade mai il cosmo dei protagonisti ma lo indaga da vicino, con piani strettissimi e spesso riempiti totalmente dai soggetti, servendosi  di inquadrature in movimento con macchina a mano che accolgono lo spettatore nella stessa dimensione del personaggio . Quest’ ultimo infatti viene letteralmente seguito dalla camera,  come avviene per i primi dieci minuti di film  ed è sempre ripreso da   piani lunghi  che ricordano molto i “long take” della Nouvelle Vague a macchina sospesa sempre nella stessa posizione, malgrado i movimenti anche fuori quadro degli attori. Una regia influenzata anche dall’ esperienza documentaristica, che emerge in più scene anche grazie alla passata esperienza di genere dell’ autore con la pellicola “La febbre della caccia” , entrato nella sezione cortometraggi della Quinzaine des Réalisateurs di Cannes.  Un’ ottimo prodotto italiano, di una freschezza unica che poggia  su un genere drammatico complesso e articolato, che tuttavia riesce ad essere concreto e credibile sia a livello formale che tecnico. La spontaneità e la “normalità” degli attori danno alla pellicola   ancora più naturalezza e purezza estetica , da cui divampa in più occasioni una forte  umanità, catturata da  una sensibilità artistica non usuale e anche grazie ad una conoscenza tecnica cinematografica matura.  L’ organizzazione sequenziale sempre in “sequenza in tempo reale” equilibrata e costante, infatti,  lo dimostra. In ultima istanza, ottimo il lavoro alle musiche e alla fotografie, gestito in parte dallo stesso Comodin che firma anche la sceneggiatura. Una piacevole sorpresa nel panorama degli autori emergenti italiani che ha subito ricevuto un ottimo successo di critica , raggiungendo buonissimi risultati  con il “Pardo d’ oro Cineasti del Presente” al  Locarno Film Festival 2011, una Menzione speciale ed un “Premio Cinema italiano” al Festival dei Popoli 2011, un “Gran Premio della Giuria” e “Premio Documentario” al Belfort International Film Festival 2011 e un’ “Ovidio d’ Argento” per il miglior film al Sulmona Cinema film Festival. Un ‘ opera europea ed italiana di grande livello cinematografico  che, grazie ai riconoscimenti internazionali, ha ricevuto una buona e meritatissima attenzione distributiva  tutt’ altro che scontata, considerando il budget di produzione.

a.c.a.b. di Stefano Sollima

                                                   CELERINO, FIGLIO DI PUTTANA

                                                                 Voto: *** (Italia-2011)

Cobra (Pierfrancesco Favino), Negro (Filippo Nigro) e Mazinga (Marco Giallini) sono poliziotti della Mobile d’ Ordine di Roma, dei celerini. Per intenderci, quelle guardie con caschi, scudi, manganelli che , fuori dagli stadi , piuttosto che nelle manifestazioni di piazza, hanno il dovere di mantenere l’ ordine sociale, limitando scontri e disagi collettivi, con ogni mezzo a loro disposizione. In sostanza la polizia da strada, il braccio violento della legalità. Tre uomini, tre fratelli, che si coprono le spalle a vicenda negli scontri come nella vita, tra difficoltà famigliari, economiche, lavorative, sul proscenio di un’ Italia piccolo borghese e misera, lungo le facciate scrostate di una Roma che perde la sua eternità storica e solennità, mantenendo solamente il suo carattere decadente e periferico , una metropoli provinciale, d’ afflato post borgataro, tra vie oscure, in cui ci si può fare largo solo con la forza. Ai tre moderni “gladiatori” da strada si affianca un ragazzo, Adriano (Domenico Diele), un novellino, un coatto romano che farà emergere le contraddizioni e i limiti stessi della sua squadra.

 

Un film di complessa realizzazione quello di Stefano Sollima, una pellicola che offre uno spaccato di realtà, che riflette sulla condizione di un lavoro umile e frustrante, spesso poco compreso e sconosciuto che viene veicolato lungo il film, divenendo paradigma popolare di una situazione politico sociale generale e diffusa, tuttavia non riuscendo a parlarne in modo efficace. E uno dei limiti di questo film è proprio questo, un limite sceneggiativo. Lungo l’ intreccio, dialogicamente, si mette molta carne al fuoco, molte idee e posizioni, anche legate a fatti di cronaca nera reale, legata ai celerini, si alternano ma non sempre vengono sviluppate e quasi mai raggiungono una conclusione netta, lasciando molta libertà interpretativa allo spettatore. Caratteristica che, da un certo punto di vista, può essere anche un pregio strutturale ma non quando possibili giudizi vengono alternati ad altri, senza decisione, senza perentorietà e soprattutto non quando i fatti sono così vicini a noi, e così attuali. Una tendenza che si rivela troppo politically correct e in antitasi con una sceneggiatura che dovrebbe essere sviluppata in modo contrario per la portata politica della storia. Si tratta tuttavia di un “falso” limite, in quanto il film offre uno spaccato genuino e onesto sulla condizione di una categoria, senza peli sulla lingua, anche se in alcuni casi poteva prendere posizioni più decise. Inoltre non dimentichiamoci che siamo di fronte ad una sceneggiatura non originale, tratta da dall’ omonimo romanzo di Carlo Bonini e ciò può rispondere alle questioni precedenti; quindi un film che vuole offrire un quadro veritè, senza arrovellarsi in giudizi o posizioni che prevarichino troppo l’ intreccio. Una sceneggiatura, tratta da un romanzo, che viene scremato e trasportato in pellicola, potendo risultare imcompleto, lacunoso e perdere l’ efficacia della propria trattazione.

Siamo di fronte comunque ad un film molto ben girato da un interessante regista emergente, Stefano Sollima, già conosciuto per la buona direzione della fortunata serie Tv di “Romanzo Criminale”. La scenografia è ben gestita e offre un quadro di confine metropolitano in cui lo stadio sembra un anfiteatro mostruoso, davanti al quale si consumerà la lotta, ripresa con atavica intensità. La cinepresa ne è l’ anima e il suo magistrale utilizzo, spesso a mano, rende l’ inquadratura (per la maggior parte delle riprese semisoggettiva) sporca e molto vicina ai personaggi, ripresi per lo più in piani ravvicinati, realizzando un continuum con l’ intreccio e i ruoli medesimi dei protagonisti. La suspance è molto ben curata e vivace, ossessiva, in particolare quando ci si avvicina la finale. Il racconto particolare dei personaggi è equilibrato, nessuno ha più spazio di altri e i vari drammi della vita di ognuno confluiscono collettivamente nel dramma generale. Il cast è strepitoso e risulta decisivo nell’ economia ultima del film, in particolare grazie alla figura di Pierfrancesco Favino, un attore grandioso, che recita con la forza scenica di un primattore teatrale, che buca l’ obbiettivo con uno sguardo, con un movimento, un gesto. Questa interpretazione mostra il suo enorme talento e il suo costante studio.

Guardiamo fra i nostri confini. Questo è l’ unico modo per valorizzare la nostra Arte.