Il cavaliere oscuro- Il ritorno di Christopher Nolan

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                                 IL RITORNO DI BATMAN NON CONVINCE

                                          voto: * e mezzo    (USA-212)

In una Gotham City silenziosa e ormai ripulita dalla criminalità, a otto anni dalla morte di Harvey Dent (il temibile “Due facce”),  Bruce Wayne (Christian Bale)  vive da miliardario eremita nel  suo palazzo, acciaccato e indebolito dalle lotte del passato. La polizia, rinfrancata, sta cercando di togliere di mezzo l’ eroe  dei cittadini, il commissario  Gordon (Oldman)   e la battaglia ai criminali sembra ormai un brutto ricordo. Ma sotto la metropoli,  il male si annida e si diffonde inesorabile nel sottosuolo, lungo i sotterranei  dimenticati di Gotham,  dietro alla maschera inquietante e alla tenace crudeltà di Bane (Hardy), un’ energumeno malvagio e furioso che vuole dare alla città e ai suoi abitanti la lezione che si merita, seguendo il principio della setta  militare delle Ombre, capitanata un tempo da Ras’ al Ghul. Nel frattempo, il progetto sull’ energia pulita della Wayne Enterprises  ha costruito un reattore di  particelle per sfruttare l’ energia di fusione che sta mandando in bancarotta l’ intera azienda dopo averlo reso segreto per il rischio nucleare che il nucleo se diversamente programmato porterebbe con sé.  Rischio troppo invitante per passare inosservato dal guerriero delle ombre che utilizza la bomba per minacciare l’ intera città e diventarne il dittatore assoluto, creando una microsocietà “proletario-criminale”  in cui gli antichi potenti vengono giudicati da un tribunale popolare e condannati. La situazione disperata spingerà  l’ uomo pipistrello a tornare a combattere e, malgrado un’ inattesa sconfitta iniziale, riuscirà a portare di nuovo vita e prosperità alla sua gente, grazie all’ aiuto di una fatale Catwoman (Anne Hathaway)   e del neo promosso detective della polizia John Blake (Gordon-Levitt) ,  che rinuncerà alla sua carriera e  di cui si scoprirà il vero nome soltanto nel finale:  Robin.

Ampio e articolato, l’ ultimo capitolo (almeno così pare) del “Batman” di Christopher Nolan si rivela anche prevedibile e a tratti scontato, con un ritmo continuamente scivolante e monotono, malgrado alcuni lampi d’ azione, conditi sempre dal solito action slang tipicamete hollywoodiano, spesso veramente odioso.  Il profilo dei personaggi si mostra  complesso ma sgradevole:  Weine è stanco sia nel personaggio che nell’ interpretazione anche se chiude in crescendo, Catwoman è scontata , sconsideratamente arrogante e sognatrice (e,  se pur   bella, il paragone con la Pfeiffer del ’92 è inammissibile)  e il cattivo Bane  non è mai del tutto credibile a causa forse di una logorrea inarrestabile e spesso fuori luogo,  espressa da  dialoghi banalmente  e  gratuitamente crudeli.  Personaggio lontano anni luce  dall’ inquietante e affascinante Joker di Ledger  del primo “Cavaliere Oscuro”, che impersonificava quelle caratteristiche  fantastiche  e fumettistiche del personaggio ,  filtrandole magistralmente nel reale, senza mai sembrare inverosimile come accade invece a quest’ ultimo nemico.  La parte centrale, quella della reclusione di Batman e della sua rinascita è forse  l’ unica che ricorda lo stile eccitante e dinamico di Nolan, ma  purtroppo si schianta contro un finale colmo di colpi di scena incoerenti  e forzatamente prevedibili che rimettono tutto  in discussione fino alla fine. Finale in cui  Batman pare che salvi un’ altra volta la sua gente , immolandosi e rinunciando  però alla propria vita e chiudendo la sua storia con il sacrificio massimo . Il primo Batman della storia che si conclude con la morte da vero eroe del protagonista pensa lo spettatore ignaro , sorpreso da un finale così prevaricante e coraggioso e che avrebbe comunque  impreziosito l’ intera pellicola. Ma la delusione è dietro l’ angolo e  , di lì a poco,  tutto viene irrealmente capovolto  e l’ ultimo inesorabile colpo di scena conclude (finalmente) il film, isolandolo   in  un surrogato  prodotto hollywoodiano   scadente che non esalta l’ importante saga di “Batman” e nemmeno lo stile del buon regista Nolan.  Attendersi un sequel è scontato e sebbene molte delle voci dei creatori dell’ ultimo capitolo, tra cui quella dello stesso regista, remino contro quest’ idea, il film ha lasciato una sceneggiatura troppo in sospeso per non aspettarsi altro. Enorme record d’ incassi al botteghino che ha totalizzato soltanto nel primo week-end in Italia quattro milioni di euro ma probabilmente siamo di fronte ad uno dei peggiori Batman di sempre.

 

Hunger di Steve McQueen

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                                                                              Voto ***   anno: 2008

All’ inizio degli anni ’80, l’ abolizione dello statuto speciale di prigioniero politico, per mano del primo ministro inglese Margaret Thatcher , rende tutti  i carcerati appartenenti alla resistenza irlandese dell’ IRA alla stregua di criminali comuni e porta a continue e articolate proteste dei medesimi,  appartenenti a questo movimento. Nella prigione di Maze, a Long Kesh, le proteste proseguono con perentorio costanza. Si va dallo sciopero “delle coperte” a quello dell’ “igiene”, sotto la guida di Bobby Sands (Michael Fassbender), uno dei leader del movimento. Dopo la richiesta e la pretesa di poter indossare abiti civili e l’ ennesima repressione violenta e schernitrice degli agenti del carcere, accompagnata dal  rinnovato  rifiuto di acconsentire alle pretese dei detenuti da parte del primo ministro,  la rivolta prende una piega più aggressiva e Sands indice uno sciopero  generale della fame, che tutti gli altri detenuti avrebbero dovuto seguire.  Questa scelta assoluta e suicida durerà sessantasei  giorni. Più di due mesi  di passione e sofferenza  volontaria che porteranno Sands  alla morte di inedia , nell’ ospedale della prigione, insieme ad altri nove detenuti, ribattezzati dalla Storia: “martiri dell’ IRA”.

Film del 2008, di un regista emergente londinese, Steve McQueen, che dopo i successi alla 52^ e 53^ Biennale d’ arti visive di Venezia esordisce sul grande schermo con “Hunger”, pellicola passata in sordina e distribuita pochissimo in Italia ma che è stata molto apprezzata alla 61^ edizione del Festival di Cannes, dove è stata premiata con la Camèra d’ Or, come miglior opera prima (premio meritatissimo, visto che siamo di fronte  ad un  esordio veramente inaudito. La corporeità e la fisicità sono al centro di una regia cosciente e matura che ha nell’ inquadratura la sua punta di diamante, un’ attenzione esasperata alla forma e all’ immagine che ricorda  la centralità scenica del decoupagè classico della Kummerspiel  e della scuola espressionista  tedesca degli anni ’20, Un Cinema di grande impatto scenico e di grande suggestione visiva  pro filmica.  Il dettaglio e l’ inquadratura in primo piano spadroneggiano nell’ esordio del film, concentrandosi sulla tragicità omologante della vita di una guardia penitenziaria  del carcere e  nel finale , quando la catarsi  espressiva si focalizza sul dramma emotivo e fisico di Sands, che si vede morire poco alla volta, in nome di un’ idea. La scenografia è attenta e rispecchia lungo tutte le inquadrature il clima della scena stessa e mi riferisco alla freddezza glaciale delle scene della passione e del sacrificio finale lungo le stanze d’ ospedale del carcere o al calore delle riprese del dialogo tra il protagonista Sands e l’ amico Padre Dominic Moran (Liam Cunningham) , scena che mostra un’ enorme tecnica di regia. Questa sequenza narrativa infatti,  che risulta essere il vero snodo del film, in cui tutte le carte vengono mostrate e tutte le dinamiche della vicenda vengono svelate,  è quasi completamete girata con un lunghissimo long take, un’ inquadratura lunga che assomiglia molto al piano sequenza (ma che non esaurisce il segmento narrativo) della durata di 20’, che interrompe il silenzio della parte iniziale e anticipa quello finale e che esalta le capacità interpretative dei due attori, e soprattutto quelle di Michael Fassbender, che realizza un lavoro superbo, andando quasi oltre la recitazione, mostrando e vivendo sulla sua pelle una magrezza quasi insostenibile allo sguardo. Altro long take di una decina di minuti riflessivo e dilatato mostra la pulizia del corridoio di fronte alle celle del carcere e svela   il ritmo cadenzato  e dinamico del film che alterna inquadrature soggettive,  semisoggettive e sguardi in  macchina accompagnati a dialoghi affilati e perentori a riprese esasperate e dilatate, enormi silenzi e lunghi intervalli espressivi, narrati sempre con sottile e misurato equilibrio formale.

Una pellicola di livello molto alto che non ha paura di arrivare a livelli di violenza e sofferenza pura, che non si nasconde e che, pur concentrandosi poco sulla parola, riesce sempre ad essere chiara e lineare, contestualizzando sempre lo scenario sociopolitico del periodo, anche con immagini di repertorio e registrazioni reali di discorsi di Margaret Tatcher, che aiutano alla perfetta comprensione dell’ intreccio. Una regia cosciente a accurata che manifesta un grande talento e una profonda conoscenza della tecnica registica, espressa con uno stile personale e maturo.

Film, ridistribuito in questo periodo nelle sale (anche bresciane ) con colpevole  ritardo, a causa di distribuzioni troppo timide. Malgrado molti critici in Europa gridassero al capolavoro, “Hunger”, in Italia, non trovò nemmeno una casa disponibile nel 2008. Grazie a “Bim Distribution” e anche alla grandiosa ascesa di Michael Fassbender, protagonista anche del secondo film di McQueen “Shame”, per il quale l’ attore tedesco ha vinto la “Coppa Volpi” come miglior attore al Festival di Venezia del 2011, finalmente anche il pubblico italiano può godersi questo grande prodotto.

il “FAUST” di Aleksandr Sokurov

              GRANDEZZA E ARTE CINEMATOGRAFICA PURA A VENEZIA

Un  film grandioso. Davanti a certi livelli, il cuore e la mente crepati dalla stragrande maggioranze dei film in uscita nelle multisale, si riapre in un respiro vivificante d’ arte e di assolutezza. Il “Faust” di Sokurov ha la potenza epica di un romanzo, la complessità strutturale di un’ opera filosofica e l’ equilibrio formale di una pellicola classica. Il tutto contestualizzato in una sceneggiatura di un’ attualità e umanità stupefacente, seppure l’ ambientazione sia remota, in un limbo di eternità e realtà.  Vita e morte, ambizione e desolazione, rifiuto e passione si mischiano in un vortice profilmico accurato e attento nella messa in scena e in una scenografia e fotografia che immobilizza lo spettatore, lo costringe in una poltroncina che diventa sempre più scomoda, sempre più angusta. L’ espressionismo tedesco e la tradizione della kammerspiel sono costantemente presenti nella pellicola tanto quanto lo è un senso costante d’ indecifrabilità di fondo dell’ arte quanto della filosofia che della natura umana, della psiche profonda dell’ uomo e del sapere, quello stesso sapere che il dottor Faust persegue visceralmente e che lo porta alla perdizione e ad un’ inquietudine crescente tra diavolo e sguardi, presenze oscure e quell’ homunculus nato in provetta che assomiglia incredibilmente al feto che fluttua tra le note di Strauss nello spazio in un altro, e lontano, capolavoro assoluto del Cinema moderno. Tutto ciò crea un grande proscenio teatrale in cui gli attori si muovono in modo equilibrato e armonico, secondo un grande sistema prossemico. La scenografia è organizzata secondo un ordine pittorico che ci ricorda il romanticismo di Friederich e Delacroix, uno stile epico, oscuro e inquietante tra gli spazi naturalmente austeri d’Islanda, dove è stato girato il film. Non c’è semplicità in questa pellicola, non c’è ordine se non quello intelletuale, labile nell’ ondata di immagini e scene spesso indistricabili, che arrivano a sfiorare la non narrazione in alcuni tratti, complice la durata di 134 minuti che dà un senso di infinitezza alla stessa pellicola, unito all’ indecifrabilità del finale che più volte sembra arrivare in anticipo rispetto alla storia, imprevedibile  quasi come in opera lirica di Wagner.

Liberamente tratto del “Faust” di Goethe, ultimo atto della tetralogia del regista, preceduto da “Moloch”(1999), un film su Hitler, “Taurus” (2000) su Lenin e “Il sole” (2005) sull’ imperatore giapponese Hirohito. Opera colossale che riflette sul potere e sull’ uomo, sulla sua fragilità, le sue passioni, le sue debolezze che condizionano la vita e le scelte anche di crete personalità storiche di enorme importanza.

Leone d’ oro 2011 alla 68′ mostra internazionale d’ arte cinematografica di Venezia.  Se i festival possono ancora servire a consegnare al pubblico e alla critica  grandi autori e certi capolavori, che ricordano l’ arte del Cinema e la grandezza della sua natura complessa e intricata, la sua difficoltà di creazione e d’ osservazione,  viva i festival e viva la biennale di Venezia. Vedere, d’ altra parte, una risicatissima distribuzione e una sala praticamente vuota non conforta ma questa è un’ altra storia.

il grinta dei fratelli Coen

                                                                 AFFLATO WESTERN IN CLIMA COEN

                                                                             voto: **       (USA-2010)

Colpita dall’ inaspettata morte del padre, la quattordicenne Mattie Ross (Hailee Steinfeld), dopo aver recuperato gli effetti personali paterni, spinta dall’ odio e dalla vendetta, ingaggia l’ ormai attempato sceriffo federale Rooster Cogburn (Jeff Bridges), conosciuto per la sua aggressività e,  per questo,  chiamato “il grinta”, con la ferma intenzione di  catturare e consegnare alla giustizia l’ assassino del padre, Tom Chaney (Josh Brolin). A questa improbabile caccia all’ uomo, che unisce una ragazzina imperturbabile e presuntuosa ad uno sceriffo alcolizzato ormai troppo vecchio, si aggiungerà anche un avvenente e orgoglioso  ranger texano, La Boeuf (Matt Damon), anch’ egli interessato alla cattura del fuorilegge per una grossa taglia. Tra discussioni, incomprensioni,sparatorie, morti,  liti e alcol, il viaggio si concluderà con il conseguimento del progetto iniziale ma con un inaspettato unhappy-end tipicamente coeniano che si ricollega ormai alla vecchiaia dell’ allora giovane Mattie che ricorda questa sua grande esperienza.

Remake dell’ omonimo film, tratto dal romanzo di Charles Portis e diretto nel 1969 da Henry Hathaway, che permise di aggiudicarsi  il primo Oscar al protagonista, John Wayne. Non impresa di poco conto riprendere una pellicola che ha fatto la leggenda del western e di John Wayne e tradurla in chiave moderna. Svariate sono le differenza sceneggiative ma lo scheletro originario viene rispettato quasi totalmente, a parte nel finale. I Coen, come detto sopra,  pongono la storia all’ interno di un grande flash back dell’ ormai anziana Mattie che rivede nei suoi ricordi quell’ uomo che l’ aveva aiutata nella sua impresa e che le aveva salvato la vita. L’ inesistenza di un vero e proprio prologo (come invece non avviene nel film di Hathaway)  rende il la pellicola  confusionaria e poco lineare, soprattutto nella prima parte; la protagonista non viene presentata a dovere e inizialmente pare eccesivamente artefatta, fuori luogo, fasulla (forse anche per via di quelle improbabili treccini che rendono ancora più puerile un viso già di per sé fanciullesco). La leggenda della pellicola originaria non si discute per sceneggiatura, scenografia, dialoghi, musiche ma soprattutto per John Wayne; la trasposizione dei Coen è più cupa, ci sono infatti scene per lo più di notte che di giorno; più decadente, con dei personaggi oscuri, tenebrosi e non luccicanti, brillanti come nel ’69 (aspetto inevitabile per caratteristiche cinematografiche temporali e di genere). Tutte queste ombre e questo “noir” però non fa altro che idealizzare i protagonisti,  rendendoli delle vere e proprie leggende viventi  e indistintamente, sia per i cosiddetti giusti che per i fuorilegge. A questo proposito,  grande l’ interpretazione di  Bridge (meritevole di un Oscar non arrivato), buona quella di Damon, ottima anche quella di Barry Pepper (che interpreta “Lucky” Ned Pepper), non eccezionale invece quella della giovane Steinfeld. Rivoluzionato il finale che i Coen reinterpretano nel loro modo sempre un po’ troppo pretenzioso e che punta sulla transitorietà del tempo che ha molto l’ aria di un’ autoreferenzialità incongruente e antitetica al resto del film. Nessun Oscar, anche se quello di Bridge urla ancora vendetta e incassi scarsi in Italia, medi in America per un’ opera che non si annovera tra le migliori dei Coen.