Tradizione, Storia e Memoria #1

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Un popolo senza antenati non potrà mai avere posteri. Sempre meno scontata, questa frase, che ho sentito per la prima volta emergere dalle parole e dagli argomenti di Indro Montanelli, penso debba esser compresa, a fondo. Oltre ad alcune banalità legate alla Storia, del tipo che conoscendo gli errori di un tempo, difficilmente si possano  ricommettere nel presente,  anche se la ciclicità degli eventi e degli errori annessi sembra quasi inestinguibile, Io mi riferisco non tanto alle ‘narrazioni’ storiche (e spesso alterate) dei libri di testo o di alcuni saggi  ma alla nostra Storia personale, a quella intimi che viviamo su di noi ogni giorno anche se forse non ce ne accorgiamo nemmeno. Spesso Io volgo lo sguardo ai luoghi in cui viviamo, alle persone con le quali ci confrontiamo e alle generazioni che abbiamo intorno a noi. Quasi impossibile mi risulta  un dialogo o un confronto profondo con un uomo che abbia più di 65 anni (per la cronaca io ne ho 26), cioè che faccia parte di quelle generazioni nate durante o immediatamente dopo la seconda Guerra Mondiale. Gente che ha vissuto in prima persona la guerra o le terribili conseguenze della stessa, la miseria e le costrizioni che spesso avevano come unico sostegno l’ unità famigliare che si allargava spesso ad un’ intera comunità di persone, a interi paesi, tra cui sicuramente il mio, quello in cui sono nato:  Iseo. E qual è ,  a questo punto, l’ inevitabile slancio che una uomo giovane può vivere rispetto a certi tempi, in parte raccontati, in parte letti o ascoltati? Penso una atavica e irrazionale curiosità che spesso prende anche la forma di nostalgia, forse tramandata da quegli stessi uomini anziani che hanno vissuto certi complessi momenti storici ma che grazie all’ unione famigliare e alla semplice e spontanea fraternità di alcuni compaesani sono riusciti a vivere in modo meno amaro certi tragici istanti, in un tempo in cui per distrarsi dal lavoro e dalle fatiche non esisteva altro che una buona compagnia, forse del vino e delle canzoni. E poi interviene la Memoria, quella Memoria che forse tu consideri unico grande patrimonio dell’ Uomo e la riconosci in alcune espressioni o smorfie di gente che allora c’era , che ha sofferto ma che ha anche amato, che ha riso e vissuto. Ed è provando certe sensazioni, sicuramente provocate da fattori esterni a quello che può essere la mia passione per la Storia, che una grande curiosità mi ha sempre travolto lungo le vecchie zone del mio paese natale, tra gli snodi dei vicoli, i sagrati delle chiese, gli involti delle osterie. E quanto sarebbe stato affascinante essere su uno di quei tavoli a intonare canzoni popolari che alleviavano l’ angoscia e solleticavano il buon umore a reduci di guerre e sofferenze, penso. Ma aimhé ormai è diventato difficile anche solo sentire cantare certe note e intonate certi motivi in alcune sagre o feste paesane perché le nuove generazioni vissute in momenti anche socialmente più prosperi non sono riuscite a coltivare certe tradizioni; mano dopo mano si sono perdute, a parte in rari casi che riguardano solamente e purtroppo la cosiddetta “vecchia guardia” di anziani che si vedono sempre più raramente. E ricercare brani e tracce registrate pare essere una fatica di Sisifo, perché certe opere venivano tramandate oralmente soltanto, come i versi omerici dell’ Iliade e dell’ Odissea.

La fortuna , tuttavia, volle che mio nonno, uno di quelli nati prima del ’40, anzi nato esattamente nel 1926, e facente parte di quella ‘vecchia guardia’ perché suonatore di Fisa, che sta per fisarmonica, abbia per passione e Memoria, conservato una vecchia audiocassetta che non è nemmeno troppo antica, ma penso risalga agli anni ’70, che è circolata per un po’ a Iseo e probabilmente qualcuno conserva ancora. E qui , tra lo sfrigolio del nastro, in una dozzina di brani, si sviluppano alcuni dei motivi più apprezzati e stravaganti che cantavano i nostri antenati, fra i nostri vicoli e osterie, mentre si viveva quella storia che ci riguarda da vicino, quella più intima e personale, che dobbiamo serbare con gelosia e proteggere da un futuro oscuro se ce ne dimentichiamo. Perché forse è proprio vero che senza antenati, noi non potremo mai avere posteri.

La canzone che oggi ho deciso di condividere racconta di un amore tragico, desideri paterni di arrivismo e speranze sentimentali. Si tratta della storia di una bella ragazza innamorata di un alpino ma costretta dalla famiglia a sposare un anziano signore molto ricco. Tra i versi emerge la disperazione della giovane e il suo sfogo al padre che prospetta un ricco futuro da ereditiera per la figlia, la quale invece non desidera altro che la libertà d’ amare.

[Ho deciso di omettere qualsiasi anteprima al video musicale perché non serve. Vorrei che passassero solamente le voci , gli strumenti e la musica dei nostri ricordi.]

I love Radio Rock di Richard Curtis

                                                      LIBERTA.’ ANARCHIA. ROCK ‘N’ ROLL

                                                     voto: ** e mezzo     (Germania, UK-2009)

    Nell’ Inghilterra degli esorbitanti anni ’60 la radio privata e pirata era l’ unica scappatoia esistente e l’ unica valida alternativa per i ragazzi di ascoltare buona musica in grande quantità poiché la conservatrice radio nazionale, la BBC,  trasmetteva soltanto 45′ la settimana di brani pop e rock. In questa situazione acquisisce  sempre più importanza l’ emittente pirata  “Radio Rock”, una radio da palinsesto giornaliero e continuo che trasmette per 24 al giorno musica pop e rock di quegli anni. Lo studio di questa radio è un enorme barcone  fatiscente ma inarrestabile che naviga al largo del Mare del Nord. Il comandante di questa nave è Quentin (Bill Nighy), un brillante sessantenne con la musica nel sangue e con uno charme da vero rocket man che dirige i vari deejay, tra i quali spiccano “Il conte” il capo carismatico della nave (Philip Seymour Hoffman), il rotondo ma affascinante Dave (Nick Frost) che con la sua voce fa innamorare tutte le ascoltatrici e il nuovo arrivo Gravin (Rhys Ifans) un ex leggenda del rock che con la sua vena artistica e improvvisazione fulminante, dissacrante e provocatorio farà raddoppiare gli ascolti. La storia è raccontata dalla prospettiva di un ragazzino , Carl (Tom Sturridge) che salirà a bordo per ordine della madre per allontanarsi dalle trasgressioni della terra ferma, che a confronto di quelle di Radio Rock sono un nonnulla. Belle donne, droghe e musica si sprecano su questa barca in cui l’ ideale anarchico cavalca a ritmo di musica e passioni la vita di ognuno dei personaggi , compreso il piccolo Carl, che scoprirà l’ amore e conoscerà suo padre.

Tutta la sceneggiatura del film è incentrata sì su Carl ma il coprotagonista è la musica medesima che  diviene il veicolo sceneggiativo per conoscere e rendere allo stesso modo  importanti e decisivi attori non protagonisti e apparentemente secondari . La sceneggiatura dopo una prima parte forsennata e molto veloce si adegua alla scena, rivelandosi armonica nella parte centrale col decisivo arrivo di Gavin e quasi dilatata nella parte finale, in quel fasullo unhappy-end che trasforma il film anche in una esplicita dichiarazione di libertà attraverso l’ amore per la musica e per la vita, negli anni in cui il Rock sembrava la chiave di tutti quei desideri giovanili antitradizionali, deviati ed estremi dell’ anarchia. Ottime le interpretazione con quella di Hoffman (performance  che alcuni definivano da Oscar) e Ifans sopra tutti; musiche commerciali di grande effetto che vengono poste nei momenti giusti e si rivelano degli ottimi anelli collegativi per le scene e le sequenze del film. Una buona regia quella di  Curtis che riutilizza  molti attori usati in film precedenti come “Love Actually” e “Notting Hill”, finalmente liberi di esprimersi al meglio senza la presenza spesso ingombrante di Hugh Grant e senza la presenza di un vero protagonista sopra gli altri. Interessante la gestione dell’ ultima sequenza che ricorda in più occasioni “Titanic”, sia a livello di riprese, sia per l’ inaspettato epilogo e destino del leggendario barcone che, benché  in cattive condizione, non sembrava poter morire mai ma come dice “Il Conte” nell’ ultimo “on air” radiofonico: “… non muore niente di importante stanotte ma in futuro nuove canzoni verranno scritte, verranno cantate e saranno la meraviglia del mondo…”, che risulta poi essere la vera conclusione del film: potranno morire persone, idee , realtà ma la musica e la libertà non moriranno mai. Questo era ciò che trasmetteva “Radio Rock” e questo ideale non potrà mai morire.

Pochi incassi in America  e in Europa l’ hanno reso poco apprezzato al botteghino e la critica si spacca tra valutazioni molto positive e non particolarmente entusiaste. Si tratta comunque di una commedia brillante e vivace, mai stancante o prolissa, che ripercorre una realtà storica esistita realmente nella Gran Bretagna degli anni ’60 e che ha rivoluzionato a suo modo le generazioni successive e la diffusione della musica di quegli anni.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

auguri boss

Un semplice augurio al BOSS , che ieri ha compiuto 60 anni.

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Oltre ad essere una delle migliori rock star mondiali , ha anche composto grandissime colonne sonore per importanti film, tra cui quella per “Philidelphia” di Jonathan Demme. Grande brano che si intitola “Street of Philadelphia”.