la fine è il mio inizio di Jo Baier

                                         CINEMATOGRAFIA ITALIANA SEPRE TROPPO IGNORATA

                                                                              voto: **              (Italia-2010)

Attanagliato dal cancro e costretto ormai ad una semi-infermità fisica, Tiziano Terzani (Bruno Ganz)richiama il figlio Folco (Elio Germano) da New York per trascorrere gli ultimi attimi con la sua famiglia, attimi di parole, sguardi, ricordi, riflessioni; una sorta di testamento ideologico ed intellettuale registrato che diverrà successivamente il libro “La fine è il mio inizio”, omonimo testo dal quale il film viene tratto. Questo ritorno traspone un vero e proprio viaggio di Folco nelle idee più profonde del padre, fatte di pensieri filosofici, ascetismo di matrice orientale, meditazione e astrazione ma anche di risate e umane preoccupazioni, esperienze e ricordi passati. Il tutto costellato da una costante sofferenza fisica accompagnata da un antitetico desiderio di felicità e serenità che il protagonista Tiziano pretende che ci sia intorno alla sua fine. Un film che si slega e per tematiche e per costruzione sceneggiativa, dai cliché  attuali d’ intrattenimento, quindi molto coraggioso ed evidentemente sentito (uno dei produttori e sceneggiatori, è infatti Folco Terzani). Una  pellicola che si poggia su parole, silenzi, sguardi , piccoli gesti e natura. Un lavoro comunque non facile da intraprendere, la regia infatti è un po’ faticosa, in particolare all’ inizio  le scene sono molto brevi ed il film risulta molto spezzettato e schematico, una mancanza d’ armonia che fa a pugni con lo sviluppo narrativo del film ; aspetto che però con i minuti si livella.Si tratta di un  problema comune, figlio della difficoltà insita nel trasporre un testo narrativo su pellicola. La regia di Jo Baier risulta un po’ faticosa nella parte iniziale ma migliora continuamente, con interessanti preziosismi  artistici che pongono in confronto le difficoltà e la disperazione della vecchiaia con l’ ingenua sincerità e serenità  giovanile. I dialoghi , forse anche per un’ interpretazione degli attori non ottimale (sia Germano che Ganz non convincono molto), risultano forzatamente non sentiti , come se si volesse ricreare una semplicità quotidiana toscana che però non si raggiunge, ricreando una realtà troppo costruita e poco spontanea.  Le tematiche ed i messaggi che emergono poi (sempre per quella difficoltà di passaggio da narrativa a cinema) sono densi e generici, semplificati, accennati forzatamente, come se si volesse a tutti i costi far emergere i pensieri più profondi del protagonista, mischiandoli e infilandone il più possibile ma rimanendo sempre in una generica ideologia ,in una superficialità in cui  complice si rivela il minutaggio piuttosto corto, da commedia più che da film drammatico. Buone musiche e interessanti scenografia che arrivano a diventare spettacolari quando i dialoghi tra padre e figlio divengono sempre più astratti e cosmici.

Tuttavia un interessante lavoro italiano su una personalità molto affascinante nel panorama giornalistico-letterario italiano, passato miseramente in sordina nelle grandi sale, collezionando un incasso totale di 420.000 euro (per farvi capire, “Amici miei. Come tutto ebbe inizio” di Neri parenti , solo nel primo week-end, ha guadagnato 1 milione e mezzo di euro).

Una pellicola qualitativamente non di primissimo ordine ma con spunti sceneggiativi, registici e scenografici interessanti. Uno di quei film che ha sempre meno vita facile nelle feroci multisale d’ oggi.

Lontana Bellezza

“Ci sono pochi attori tramite i quali Dio si esprime, ebbene Al Pacino è uno di questi”. Queste le parole di Martin Brest riferendosi al suo film “Scent of woman-Profumo di donna” del 1974,in cui Pacino interpreta il protagonista, il colonnello Slade, un ex marine, rimasto disgraziatamente cieco dopo lo scoppio di una bomba. Il colonnello è un uomo dalla personalità forte ma “ossimorica”,  rude e cinico ma anche divertente e sarcastico con una passione sfrenata verso il genere femminile e volenteroso di prendersi una vacanza per togliersi gli sfizi che gli restano. A seguirlo e sorreggerlo, un ragazzo, Charles Simms (Chris O’Donnell), uno studente che, impaurito inizialmente da questa ingombrante personalità, verrà trascinato in una vacanza unica, che lo porterà a conoscere a fondo Slade e a captarne tutta la propria umanità e dignità. Ma a prescindere da ciò, dalla sceneggiatura o da altre caratteristiche cinematografiche del film, tutto viene posto in secondo piano e offuscato da una delle interpretazione più complete nella storia di Hllywood. Al Pacino per preparare questo complicato personaggio ha preso contatti con l’Associated Blind e la Lighthouse, due rinomate associazioni per non vedenti di New York, incontrando regolarmente i loro clienti, ponendo loro domande su come hanno perduto la vista e come vivono senza di essa. Alla Lighthouse, ha inoltre appreso le azioni quotidiane di un cieco, dall’uso del bastone allo sviluppo del senso di orientamento, come versarsi da bere, accendersi un sigaro, trovarsi una sedia e servirsi di un’agenda telefonica. Ciò gli ha permesso di realizzare un’ interpretazione veramente superiore,stupefacente che ha pochi eguali nella storia di Hollywood,  riuscendo così a superare il primo protagonista originario di “Profumo di donna”, diretto da Dino Risi quasi vent’ anni prima, nel 1974. Questo film, tratto come il precedente dal romanzo di Giovanni  Arpino “Il buio e il miele”, ha come protagonista, nelle vesti del colonnello, un altro grande attore, questa volta italiano, Vittorio Gassman, che raggiunge con questa interpretazione la sua consacrazione nel Cinema, in Italia ma anche all’ estero.

Il  soggetto delle due pellicole è speculare, la sceneggiatura, soprattutto nella parte finale, è diversa e quella americana esalta maggiormente la figura del protagonista rispetto a quella italiana che risulta  più drammatica,  esasperata, soprattutto negli snodi narrativi. Due film di medio livello che non superano le tre stelle, che però offrono al pubblico in modo esplicito e netto l’ arte della recitazione nella sua purezza espressiva e completezza artistica. Da una parte la forza prorompente che sfiora la follia di Al Pacino e dall’ altra la calma apparenza che trasuda disperazione e sfocia nella miseria di Vittorio Gassman.

Un omaggio spontaneo e naturale a questi due enormi artisti che hanno contribuito in anni diversi ad esaltare l’ “ars recitatoria”, spesso troppo bistrattata e banalizzata in periodi  più recenti,  con l’ avvento della televisione o delle grandi produzione occidentali o forse soltanto per meri motivi economici, d’ altronde si sa, con l’ arte non ci si compra il pane tutte le mattine, no?!

snatch-lo strappo di Guy Ritchie

                                                                DIVERTIMENTO AL VETRIOLO

                                                   voto: ***          (USA/Gran Bretagna-2000)

Franky “Quattrodita”  (Benicio Del Toro) ruba dei diamanti, tra cui una pietra enorme di ingente valore. Prima di recarsi a New York per consegnare questo diamante ad Abraham “Cugino Avi” Denovitz (Dennis Farina), un boss della malavita, va a Londra per smerciare altre pietre di minor valore. Qui, però, la sua esilarante febbre del gioco d’ azzardo lo porta a partecipare alle scommesse di un incontro truccato organizzato da Boris “Lametta” Yurinov (Rade Serbedzija) per rapinarlo. Parallelamente Tommy (Stephen Graham) e il “Turco” (Jason Statham) – narratore e voce fuori campo di tutto il film- sta organizzando un incontro truccato con un boss locale, “Testarossa” Polford (Alan Ford), che è solito uccidere chi lo truffa dandolo in pasto a maiali. Quando Micky O’ Neil (Brad Pitt), un simpaticissimo e furbo zingaro, manda al tappeto il loro pugile, per loro sembra la fine ma decidono di assoldare lo zingaro che, su richiesta di “Testarossa”, deve andare giù alla IV ripresa. Il pugile non riuscirà a sottomettersi e vincerà, mettendo in serio e pericoloso imbarazzo il boss. Intanto “Avi”, venuto a conoscenza del furto, parte con “Pallottola al dente” Tony (Vinnie Jones) per vendicare “Quattrodita” e riprendersi la pietra, che in modo molto rocambolesco finirà nello stomaco del cane degli zingari, che terrà l’ inconsapevole “Turco”.

Guy Ritchie in una delle sue massime espressioni. La velocità sorprendente della sceneggiatura accompagna l’ entrata e l’ uscita  dalla scena di moltissimi personaggi, ognuno affascinante per le  proprie caratteristiche, suggerite da soprannomi esilaranti e coerenti con la realtà. Malgrado tutta questa velocità, il filo conduttore del film non viene mai perduto e , pur essendo variegata e a sprazzi pindarica, la pellicola non risulta mai confusionaria e irrisolta, disordinata sì ma un disordine accuratamente ordinato, ancorato al personaggio centrale il “Turco”, intorno a cui gira tutta la storia. Ogni protagonista gode di forte personalità ed è narrato con preciso scrupolo, aspetto che crea dei ritratti tanto ironici quanto affascinanti e che suggeriscono una grande interpretazione da parte di tutto il cast, da cui emerge la figura di Brad Pitt. Il film parla anche in modo semplice e diretto  di una sorta di rivalsa sociale, quella degli zingari, che riescono a sottomettere il più importante boss della città. Ottima scenografia e fotografia che ricorda la fumettistica e continue gag all’ acido muriatico accompagnano un film piacevole e divertente, in pieno stile Guy Ritchie, che ha solo una pecca, quella di ripetersi a volte nel proprio linguaggio espressivo, ereditato dal Cinema gangster.

Auguri Woody

Tanti auguri ad Allan Stewart Königsberg , il grandissimo Woody Allen, che è nato nel giorno di oggi nel lontano 1935 a New York, ovviamente. La sua città da sempre, con la quale ha un rapporto di continuo amore e odio…

1000 di questi giorno, con la speranza di rivederlo presto nelle sale, anche se le ultime realizzazioni denotano un po’ di vecchiaia del regista che, comunque, non smetto di amare.

Una delle maggiori menti del Cinema Occidentale…