“Il lato positivo” di David O. Russell

FOLLIA E AMORE IN UNA COMMEDIA SENTIMENTALE ORIGINALE

voto: ** e mezzo

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Affetto da un disturbo bipolare,  cioè una psicosi maniaco-depressiva, Pat Solitano (Bradley Cooper) passa otto mesi in un Istituto psichiatrico dopo aver quasi ucciso l’ uomo trovato sotto la doccia con la moglie Nikki . Alla sua uscita si ritrova senza più moglie, che l’ ha abbandonato, senza casa e senza lavoro. Atterrito,  torna a vivere con i suoi genitori Dolores (Weaver) e Pat Sr. (De Niro), con i quali non è in ottimi rapporti, in particolar modo col padre, ma che rappresentano il suo unico punto di riferimento rimastogli. Malgrado insicurezze e idiosincrasie , il giovane cerca di riconquistare Nikki, nonostante l’ ordine restrittivo  che lo obbliga a starle lontano. L’ inaspettata conoscenza di Tiffany (Jennifer Lawrence) , una misteriosa quanto problematica ragazza vedova, gli stravolge la vita. La giovane gli offrirà il suo aiuto per riconquistare la ex moglie  soltanto se in cambio accetterà di partecipare insieme a lei ad una gara di ballo. Un’ empatia speciale ed un’  armonia unica si crea fra i due, che troveranno nei loro disturbi psicologici un aiuto reciproco ed un’ affinità unica che rivoluzionerà la loro esistenza. 

Tratto dal romanzo di Matthew Quick “L’ orlo argenteo delle nuvole”, la pellicola è diretta da David O. Russel, già regista del buon “The fighter” del 2010.

L’ enorme successo negli States, che ha portato il film a otto nomination all’ Oscar e la conseguente spinta mediatica europea e nazionale, che dentro i nostri confini ha portato a non parlare d’ altro radio e tv nell’ ultimo periodo, potrebbe deludere molti  spettatori  che si aspettano molto, forse troppo. Tuttavia “Silver Linings Playbook”, banalmente tradotto con “Il lato positivo”,  si dimostra un piacevole feel-good movie  che,  servendosi del genere della commedia e dei suoi canoni classici, riesce a focalizzare  una buona drammaticità espressiva che dà all’ intera pellicola una linearità molto quotidiana in un’ atmosfera fresca e spontanea. Le ostilità e le difficoltà della vita reale riescono ad essere piacevolmente raccontate  e veicolate con un filo conduttore romantico che trasporta e solletica lo spettatore, il quale  facilmente si immedesima nell’ imperfezione esplicita dei due protagonisti.  Essi  si dimostrano infatti perfetti nei panni di due problematici e insicuri vittime e non carnefici di una realtà complessa e articolata, in modo particolare nella figura di Tiffany, che ha portato la Lawrence ad aggiudicarsi l’ unico Oscar del film  come miglior attrice non protagonista. I tempi  narrativi  sono rispettati quasi perfettamente  e  accompagnati da un ottimo impianto prossemico ed uno sfruttamento ottimo dello spazio scenico soprattutto in alcune sequenze decisive per la conoscenza dei due personaggi e negli  snodi narrativi fondamentali.  Disordine e ordine, sia sceneggiativo che interpretativo si scambiano vicendevolmente  durante tutta la durata di tutte le scene e destabilizzano a tratti un racconto che appare piuttosto lineare e prevedibile, anche a causa del linguaggio ormai inflazionato della commedia romantica. Ma è proprio in quest’ ultimo aspetto che emerge la forza di questo film: nel suo essere una commedia romantica atipica, originale ma ordinata, squilibrata quanto i personaggi ma lineare e coerente. Sicuramente non il film dell’ anno, come è stato in varie occasioni definito,  ma senza dubbio piacevole e armonico.

Una nota di merito alla bellezza ,  alla freschezza  e  alla capacità inequivocabile  di Jennifer Lawrence, distante da Mystica dell’ “X-Men – L’ inizio” del 2011, ancora migliore che in “Hunger Games” dell’ anno scorso, che l’ ha consacrata icona e stella brillante del Cinema americano. E vedendola in questo film è difficile scommettere contro il suo successo.   Robert De Niro finalmente,  dopo un periodo sabbatico di quattro, cinque anni , ritorna in un ruolo non semplice e complesso, degno della sua grandezza.

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il grinta dei fratelli Coen

                                                                 AFFLATO WESTERN IN CLIMA COEN

                                                                             voto: **       (USA-2010)

Colpita dall’ inaspettata morte del padre, la quattordicenne Mattie Ross (Hailee Steinfeld), dopo aver recuperato gli effetti personali paterni, spinta dall’ odio e dalla vendetta, ingaggia l’ ormai attempato sceriffo federale Rooster Cogburn (Jeff Bridges), conosciuto per la sua aggressività e,  per questo,  chiamato “il grinta”, con la ferma intenzione di  catturare e consegnare alla giustizia l’ assassino del padre, Tom Chaney (Josh Brolin). A questa improbabile caccia all’ uomo, che unisce una ragazzina imperturbabile e presuntuosa ad uno sceriffo alcolizzato ormai troppo vecchio, si aggiungerà anche un avvenente e orgoglioso  ranger texano, La Boeuf (Matt Damon), anch’ egli interessato alla cattura del fuorilegge per una grossa taglia. Tra discussioni, incomprensioni,sparatorie, morti,  liti e alcol, il viaggio si concluderà con il conseguimento del progetto iniziale ma con un inaspettato unhappy-end tipicamente coeniano che si ricollega ormai alla vecchiaia dell’ allora giovane Mattie che ricorda questa sua grande esperienza.

Remake dell’ omonimo film, tratto dal romanzo di Charles Portis e diretto nel 1969 da Henry Hathaway, che permise di aggiudicarsi  il primo Oscar al protagonista, John Wayne. Non impresa di poco conto riprendere una pellicola che ha fatto la leggenda del western e di John Wayne e tradurla in chiave moderna. Svariate sono le differenza sceneggiative ma lo scheletro originario viene rispettato quasi totalmente, a parte nel finale. I Coen, come detto sopra,  pongono la storia all’ interno di un grande flash back dell’ ormai anziana Mattie che rivede nei suoi ricordi quell’ uomo che l’ aveva aiutata nella sua impresa e che le aveva salvato la vita. L’ inesistenza di un vero e proprio prologo (come invece non avviene nel film di Hathaway)  rende il la pellicola  confusionaria e poco lineare, soprattutto nella prima parte; la protagonista non viene presentata a dovere e inizialmente pare eccesivamente artefatta, fuori luogo, fasulla (forse anche per via di quelle improbabili treccini che rendono ancora più puerile un viso già di per sé fanciullesco). La leggenda della pellicola originaria non si discute per sceneggiatura, scenografia, dialoghi, musiche ma soprattutto per John Wayne; la trasposizione dei Coen è più cupa, ci sono infatti scene per lo più di notte che di giorno; più decadente, con dei personaggi oscuri, tenebrosi e non luccicanti, brillanti come nel ’69 (aspetto inevitabile per caratteristiche cinematografiche temporali e di genere). Tutte queste ombre e questo “noir” però non fa altro che idealizzare i protagonisti,  rendendoli delle vere e proprie leggende viventi  e indistintamente, sia per i cosiddetti giusti che per i fuorilegge. A questo proposito,  grande l’ interpretazione di  Bridge (meritevole di un Oscar non arrivato), buona quella di Damon, ottima anche quella di Barry Pepper (che interpreta “Lucky” Ned Pepper), non eccezionale invece quella della giovane Steinfeld. Rivoluzionato il finale che i Coen reinterpretano nel loro modo sempre un po’ troppo pretenzioso e che punta sulla transitorietà del tempo che ha molto l’ aria di un’ autoreferenzialità incongruente e antitetica al resto del film. Nessun Oscar, anche se quello di Bridge urla ancora vendetta e incassi scarsi in Italia, medi in America per un’ opera che non si annovera tra le migliori dei Coen.

la valle dell’ eden di Elia Kazan

                                                                 LA NASCITA DI UN MITO

                                                                voto ***                (USA-1955)

Nell’ America californiana del primo ventennio del ‘900, una famiglia altolocata, composta dal padre (Massey), di forte ideologia puritana e i due figli Cal (Dean) e Aron (Davalos), vive non senza qualche difficoltà la propria vita a causa della crisi economica e dell’ imminente entrata in guerra degli Usa. Tutto è reso ancora più difficile dalla personalità solitaria e ribelle del secondogenito della famiglia Cal, interpretato da un ottimo James Dean,  trascurato dal padre, che gli preferisce di gran lunga Aron che, a breve , si sposerà. Il ragazzo non è capito ed è sempre più geloso del fratello e quando scoprirà che la madre(Van Fleet), ritenuta morte, lavora in realtà in una città vicina come maitresse,  una situazione già vacillante si inclina completamente e getta nel caos tutta la famiglia.

Film tratto dall’ omonimo romanzo di John Steinbeck (di una parte chiaramente, altrimenti 115’  non sarebbero bastati per la lunghezza dell’ opera) è anche il film d’ esordio di Dean come protagonista che interpreta davvero perfettamente il ruolo dell’ adolescente scapestrato e incompreso. Ottima anche l’ interpretazione della madre del ragazzo, Jo Van Fleet che, per questa prova, vinse l’ Oscar come miglior attrice non protagonista nel ‘ 56. Il grande regista Kazan cerca di raccontare i  drammi privati intimi e generali, utilizzando il protagonista come paradigma di un malessere quasi comune , generazionale, riuscendoci però a tratti. Una tensione altalenante  rompe talvolta l’ andamento della sceneggiatura che però spesso è carattrizzata da vertici espressivi concitati , tipici  dello  psicodramma. Forse non la migliore fatica  di Kazan ma sicuramente una delle più premiati con un Golden Globe nel ’56 come miglior film drammatico e con il “Prix du film dramatique” al festival di Cannes del ’55.

non è un paese per vecchi dei fratelli Coen

                QUAL  E’ LA COSA PIU’ IMPORTANTE CHE HAI PERSO A TESTO O CROCE…

                                                                                  voto: ***           (USA 2007)

Non____un_paese_per_vecchiI sogni e le ambizioni di Llewelyn Moss, un umile lavoratore di campagna, sembrano prendere forma quando l’ uomo trova, in una zona desertica, una valigetta piena di soldi. Ma il denaro è sporco e lui lo sa. La valigia è  proprio in mezzo ad un vero e proprio campo di battaglia, che assomiglia molto ad uno scambio andato male. La tentazione è troppa e l’ uomo prende i soldi e scappa, causando una sanguinosa e inverosimile reazione a catena, portata avanti soprattutto da un inquietante e spietato assassino che si lascerà dietro una lunghissima scia di sangue per arrivare a quel denaro. Parallelamente il caso verrà preso in mano da un anziano sceriffo di contea che impersonifica la chiave di tutto il film e che cercherà in tutti i modi di scioglere l’ intricato nodo.

Il film è tratto dall ‘ omonimo romanzo  premio Pulitzer di Cormac McCarthy e , onestamente, nella pellicola si sente. Il vero limite è proprio questo. Nella parte centrale e finale il film si sfilaccia un po’ a livello sceneggiativo e strutturale. La trama ne risente e quella tensione e precisione formale, che  invece ritroviamo nella parte iniziale, si perde costantemente. Per il resto, solo buone parole. La storia in se’ è fantastica, i personaggi sono fondamentali e ognuno di loro si ritaglia un ruolo pregnante. Sembrano quasi più storie isolate che , unendosi, formano qualcosa di davvero  grandioso. I  protagonosti reali del film sono due: lo sceriffo, che rappresenta  le difficoltà e il dramma interiore della vecchiaia sempre più difficile da sopportare in una società come questa e l’ agghiacciante sicario, che rappresenta il culmine dell’ inumanità sociale , ormai sviluppatasi. Oltre a ciò, la storia cerca di rappresentare un vero e proprio  cambiamento antropologico e questo si percepisce sia nella sceneggiatura che nella scenografia. Il film inizia con grandi inquadrature del vecchio West, dando un respiro quasi epico e finisce con i caotici quartieri messicani nei quali si concluderà la storia con la morte del protagonista che ha dato inizio a tutto. Questa finalità è nobile ma appartiene, più che al film, al romanzo e nella pellicola si percepisce a fatica.

Per quanto riguarda la tecnica, il film ha un’ ottima scenografia e fotografia, soprattutto all’ inizio. Gli attori collezionano interprestazioni incredibile, in particolare Tommy Lee Jones che, a mio parere, è immenso e , ovviamente il grande Bardem che vinse , per quest’ interpretazione, un meritatissimo Oscar. Premio da aggiungere agli altri tre per miglior film, regia e sceneggiatura non originale.

La prima mezz’ ora del film è da quattro stelle , grazie ad una tensione davvero curata al dettaglio e perfetta.Questa scena, che vi ripropongo, esprime perfettamente questa caratteristica.