“Effetti Collaterali” di Steven Soderbergh

NULLA E’ SCONTATO NEL PREVEDIBILE

voto: ** e mezzo

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Dopo un felice periodo fatto soprattutto  di denaro e prestigio sociale, l’ inaspettato arresto di Martin (Channing Tatum), getta Emily (Rooney Mara), la sua ragazza,  in un profondo sconforto personale. La tanto attesa libertà del compagno  tuttavia non cambierà la situazione, anzi, la ragazza, pur cercando di aiutarsi  con psicofarmaci e pillole, non riesce a reagire ed entra in un vortice fatto di ansie , paure, insicurezze e depressione. Il culmine arriverà con un tentativo di suicidio fallito ma che la porterà alla conoscenza del dott. Banks (Jude Law), preparato e ambizioso psichiatra che deciderà di seguirla ed aiutarla. Le varie cure prescrittegli  portano la donna ad una  continua instabilità psicofisica, fino a quando, anche grazie alle sue pressioni, il medico le farà provare l’ Ablixia. Questo farmaco, appena messo  in commercio,  dona a Emily grande energia ed autostima.  Anche la relazione con il fidanzato migliora, tuttavia alcuni effetti collaterali cominciano a diventare sempre più prevaricanti , fino a quando, in preda ad un’ incoscienza apparente la donna accoltellerà mortalmente Martin al suo ritorno a casa, in preda ad una sorta di sonnambulismo omicida.  La notizia fa ben presto il giro della città e degli addetti ai lavori,  colleghi del dott.  Banks. Il caso è piuttosto grave: un farmaco prescritto da uno psichiatra ha reso una donna instabili e vulnerabile un’ assassina e causato un omicidio. Il processo ha inizio e la brillante carriera del medico comincia ad incrinarsi e molti cominciano a voltargli le spalle. Anche lo psichiatra  è in preda ad un disagio e ad un forte senso di colpa, fino a quando  comincia a sospettare della ragazza e ad indagare su un suo ardito e complesso piano, volto a cucire un’ inattaccabile  messa in scena per coprire un enorme progetto di insider trading, una truffa in borsa, che avrebbe reso ricchissima  la giovane Emily e la sua ex psichiatra, la dott.sa  Siebert (Zeta-Jones). 

Ampio e articolato, l’ ultimo film diretto da Steven Soderbergh si mostra in piena linea con lo stile accattivante e originale del regista. Una tecnica ben riconoscibile e  di forte impatto scenico che tende a raccontare ed indagare drammi esistenziali e personali che nascondono riflessioni sociali più ampie e generali. Il tutto, raccontando una storia apparentemente semplice , che però nasconde una cornice intricatissima e movimentata, di gran fascino se pur   Continua a leggere

“Hitchcock” di Sacha Gervasi

INDAGARE IL GENIO 

voto: * e mezzo

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Durante la ricerca di un nuovo soggetto, alla fine degli anni ’50, Alfred Hitchcock (Antony Hopkins), uno dei più famosi ma non più apprezzati registi dell’ epoca, vive la propria quotidianità in profonda simbiosi con la moglie Alma Reville (Helen Mirren), figura decisiva nella vita del maestro. La complessità psicologica del regista che vive la propria vita tra finzione  e realtà, orrore e sensibilità, timori e ansie , in costante assorbimento artistico,  si scontrano incessantemente con la consorte,  che sopporta e cura le articolate idiosincrasie e manie intime del marito. Una figura delicata e complessa quella del maestro, conosciuto in tutto il mondo e con cui Alma vive successi e delusioni, difficoltà e onori, sia sul set che fuori dal set. La scoperta del romanzo “Psyco”  di Robert Bloch del 1959, letto spesso dalla moglie, ispirerà l’ artista e lo convincerà  a realizzarne un film, concentrandosi  più che sul soggetto stesso o sui protagonisti, sugli elementi tecnici e filmici del suo nuovo progetto.  Malgrado il suo entusiasmo, la Paramount, casa di produzione di punta di Hitchcock e del suo lavoro, non è convinta dell’ idea e si rifiuta di sponsorizzare la pellicola, temendo in un’ involuzione artistica del maestro. Troppi sono i dubbi: la morte della protagonista a  metà del film, la sceneggiatura inconcludente, lo studio generico della psicologia dei personaggi.  Tutto ciò non sconforterà  Hitchcock che, ipotecando la casa e dando molte preoccupazioni  e pressioni a se stesso e alla moglie, sponsorizzerà di sua tasca gran parte dei costi di produzione. Le inevitabili preoccupazioni coniugali e la tensione espressiva dell’ artista non aiuteranno la coppia, che vivrà momenti di crisi profonda, alleviata soltanto dallo sviluppo di un film che convince sempre di più il regista e che diventerà il suo più grande successo commerciale.

Trasposizione cinematografica tratta dal saggio biografico di Stephen Rebello “Alfred Hitchcock and Making Of Psycho), che cerca di raccontare  la preparazione del film icona del maestro  e di mettere in luce le curiosità e le dinamiche del set e  che cosa si cela dietro al backstage. Partendo da quest’ opera , il  regista Sacha Gervasi  cerca di scavare nei meandri di un rapporto coniugale tra una moglie premurosa e paziente ed  un uomo speciale e ossessionato dal suo lavoro. Buona e consapevole Continua a leggere

“Buongiorno papà” di Edoardo Leo

FRESCHEZZA E SPONTANEITA’  PER UN NUOVO INTERESSANTE REGISTA

voto: **

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Loft brillante e spyder, cura maniacale dell’ estetica e modi da casanova consumato, Andrea (Raoul Bova) è uno splendido quarantenne,  affascinante e affermato. Stella  di un’ agenzia di Product Placement, che si occupa  soprattutto  di pubblicità da inserire in alcune pellicole per sostenerne i costi di produzione, il borioso immaturo pare sulla cresta dell’ onda e sfrutta la sua posizione soprattutto per sedurre giovani ingenue  con la smanie di diventare veline.  Osservatore sensibile della sua vita è Paolo (Edoardo Leo), suo amico , coinquilino e compagno di serate ma molto più umile e modesto,suo completo alter ego, in cerca continua di lavoro e col desiderio di occuparsi di  bambini. Tutto procede a leve spiegate per il baldanzoso Andrea , fra discoteche,  donne e lavoro,  fino a quando una mattina si presenta a casa sua,  senza nessun preavviso,  una curiosa ragazzina di nome Layla (Rosabell Laurenti) che, brandendo il diario segreto della madre, sostiene di essere sua figlia. La madre è morta poco tempo prima e lei, accompagnata dal singolare rockettaro  Enzo (Giallini), suo nonno, ha deciso di conoscere dopo molti anni il padre. L’ incredulità iniziale dello stupefatto Andrea è totale e infatti  lo porta da subito a  rifiutare in tutti i modi la possibilità di una paternità tanto inaspettata quanto indesiderata.  Tuttavia la prova del DNA parla chiaro ed è per questo che l’ agente decide di ospitare casa sua  la figlia e il suocero fino a quando il camper su cui i due vivono non verrà rimesso in sesto. Layla   rivoluzionerà la vita del padre  e anche grazie al lavoro dentro e fuori da scuola della professoressa di ed. fisica della ragazza,  Lorenza (Nicole Grimaudo) , egli scoprirà  quell’ affetto famigliare  inizialmente sgradito  e quell’ Amore che fino a poco prima era stato semplice e mero consumo.

Secondo film proiettato al Cinema per l’ esordiente Edoardo Leo  che,  dopo una carriera decennale da attore per lo più di TV,  si tuffa a piè pari nel Cinema con un ruolo di principale importanza in regia e sulla scena,  come personaggio di spalla ma decisivo per l’ economia  sceneggiativa del film. A livello recitativo infatti è il migliore insieme a Giallini nel ruolo comico, che distende in più occasioni una narrazione a   Continua a leggere

“Il lato positivo” di David O. Russell

FOLLIA E AMORE IN UNA COMMEDIA SENTIMENTALE ORIGINALE

voto: ** e mezzo

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Affetto da un disturbo bipolare,  cioè una psicosi maniaco-depressiva, Pat Solitano (Bradley Cooper) passa otto mesi in un Istituto psichiatrico dopo aver quasi ucciso l’ uomo trovato sotto la doccia con la moglie Nikki . Alla sua uscita si ritrova senza più moglie, che l’ ha abbandonato, senza casa e senza lavoro. Atterrito,  torna a vivere con i suoi genitori Dolores (Weaver) e Pat Sr. (De Niro), con i quali non è in ottimi rapporti, in particolar modo col padre, ma che rappresentano il suo unico punto di riferimento rimastogli. Malgrado insicurezze e idiosincrasie , il giovane cerca di riconquistare Nikki, nonostante l’ ordine restrittivo  che lo obbliga a starle lontano. L’ inaspettata conoscenza di Tiffany (Jennifer Lawrence) , una misteriosa quanto problematica ragazza vedova, gli stravolge la vita. La giovane gli offrirà il suo aiuto per riconquistare la ex moglie  soltanto se in cambio accetterà di partecipare insieme a lei ad una gara di ballo. Un’ empatia speciale ed un’  armonia unica si crea fra i due, che troveranno nei loro disturbi psicologici un aiuto reciproco ed un’ affinità unica che rivoluzionerà la loro esistenza. 

Tratto dal romanzo di Matthew Quick “L’ orlo argenteo delle nuvole”, la pellicola è diretta da David O. Russel, già regista del buon “The fighter” del 2010.

L’ enorme successo negli States, che ha portato il film a otto nomination all’ Oscar e la conseguente spinta mediatica europea e nazionale, che dentro i nostri confini ha portato a non parlare d’ altro radio e tv nell’ ultimo periodo, potrebbe deludere molti  spettatori  che si aspettano molto, forse troppo. Tuttavia “Silver Linings Playbook”, banalmente tradotto con “Il lato positivo”,  si dimostra un piacevole feel-good movie  che,  servendosi del genere della commedia e dei suoi canoni classici, riesce a focalizzare  una buona drammaticità espressiva che dà all’ intera pellicola una linearità molto quotidiana in un’ atmosfera fresca e spontanea. Le ostilità e le difficoltà della vita reale riescono ad essere piacevolmente raccontate  e veicolate con un filo conduttore romantico che trasporta e solletica lo spettatore, il quale  facilmente si immedesima nell’ imperfezione esplicita dei due protagonisti.  Essi  si dimostrano infatti perfetti nei panni di due problematici e insicuri vittime e non carnefici di una realtà complessa e articolata, in modo particolare nella figura di Tiffany, che ha portato la Lawrence ad aggiudicarsi l’ unico Oscar del film  come miglior attrice non protagonista. I tempi  narrativi  sono rispettati quasi perfettamente  e  accompagnati da un ottimo impianto prossemico ed uno sfruttamento ottimo dello spazio scenico soprattutto in alcune sequenze decisive per la conoscenza dei due personaggi e negli  snodi narrativi fondamentali.  Disordine e ordine, sia sceneggiativo che interpretativo si scambiano vicendevolmente  durante tutta la durata di tutte le scene e destabilizzano a tratti un racconto che appare piuttosto lineare e prevedibile, anche a causa del linguaggio ormai inflazionato della commedia romantica. Ma è proprio in quest’ ultimo aspetto che emerge la forza di questo film: nel suo essere una commedia romantica atipica, originale ma ordinata, squilibrata quanto i personaggi ma lineare e coerente. Sicuramente non il film dell’ anno, come è stato in varie occasioni definito,  ma senza dubbio piacevole e armonico.

Una nota di merito alla bellezza ,  alla freschezza  e  alla capacità inequivocabile  di Jennifer Lawrence, distante da Mystica dell’ “X-Men – L’ inizio” del 2011, ancora migliore che in “Hunger Games” dell’ anno scorso, che l’ ha consacrata icona e stella brillante del Cinema americano. E vedendola in questo film è difficile scommettere contro il suo successo.   Robert De Niro finalmente,  dopo un periodo sabbatico di quattro, cinque anni , ritorna in un ruolo non semplice e complesso, degno della sua grandezza.

“Lincoln” di Steven Spielberg

STEREOTIPO PEDESTRE, L’ ULTIMA FATICA DI SPIELBERG

voto:* e mezzo     (USA-2012)

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Alla fine della guerra di secessione americana, dopo quattro anni di sanguinose battaglie e migliaia di giovani vittime, nulla si desidera più della pace tra gli Stati ribelli Confederati del sud e le forze dell’ Unione, capeggiate dal presidente Abramo Lincoln (Daniel Day-Lewis). Malgrado il desiderio di concludere il conflitto fratricida, il Presidente non ha intenzione di arrivare alla pace senza intervenire sulla costituzione e modificare il 13^ emendamento, che permette la liberazione dei Neri e la conseguente fine della schiavitù americana. Progetto ambizioso che nasconde intrighi burocratici e controversie sociali ma che alla fine, grazie alla diplomazia dello stesso Lincoln  e alla politica repubblicana (che ricorrerà anche alla corruzione in alcuni casi)  verrà approvato dalla Camera, rivoluzionando per sempre la storia degli Stati Uniti d’ America.

Ultimi quattro mesi di Lincoln, prima della tragica morte dell’ aprile 1865, narrati da un opaco Spielberg,  che segue in parte il testo di D. K. Goodwin “Team Of Rivals”. Film storico che cerca di riprendere fedelmente, sia dal punto di vista scenografico che narrativo uno dei momenti più delicata della storia americana. Uno stile asciutto e scevro da virtuosismi e magniloquenza  accompagna in modo essenziale tutte le sequenze del film, rischiando tuttavia di impoverire una pellicola discretamente lunga, almeno di 150′. La mancanza di dinamismo rappresenta un limite costante dell’ intera sceneggiatura  e l’ ambizione di rendere l’ intera opera riflessiva e misurata quanto il carattere e il fascino politico del presidente Lincoln, rimane un desiderio smorzato. Il soggetto, la figura portante dell’ intera opera,  risulta infatti  coerente  e perentoria ma sbiadita; artefatta nei dialoghi e mai del tutto efficace, malgrado sia impersonata da uno dei migliori attori hollywoodiani degli ultimi dieci anni. L’ impianto delle scenografie e gli spazi riprodotti, come in generale tutto l’ impianto profilmico, sono accuratamente organizzati e dettagliati, una vera e propria proiezione del passato, ma l’ intera organizzazione narrativa non risulta mai all’ altezza del precedente aspetto e non riesce mai  ad esaltarsi né per tensione,  né per vigore espressivo. Un monostilismo e un monolinguismo stilistico  che rispetta i canoni del genere ma che non dona nulla in più ad una produzione cinematografica monocorde  e tediosa. Il tentativo del regista durante tutto il film è quello di narrare l’ intima coscienza politica e diplomatica di uno dei padri fondatori americani, restituendone un’ immagine ricurva e saggia, che si esprime solo tramite aneddoti e storie paradigmatiche. Uno statista che vive

profonde  inquietudini personali ma che è disposto a tutto per le sue convinzioni e i suoi ideali, al di là delle convenzioni e delle convenienze. Ma questo ambizioso progetto rimane un colpo inesploso, non riuscendo mai ad andare al di là dello schermo e a raggiungere lo spettatore.

Le speranze all’ uscita di questo film erano che l’ intera pellicola focalizzasse la propria attenzione su Lincoln, sul presidente che ha cancellato la schiavitù, certo, ma non solo ed esclusivamente su quest’ ultimo aspetto. L’ auspicio era quello di un  film di genere storico documentaristico che offrisse l’ immagine generale, politica e intima di uno dei presidenti più rivoluzionari d’ America e che non ci si concentrasse solamente sull’ avvenimento politico che banalmente è  anche l’unico che si ricorda della sua presidenza  e che è entrato nello stereotipo comune di Abramo Lincoln. La cinematografia americana rivela anche in questa occasione la sua convenzionale e prosaica tendenza. Pedestre vocazione legata ad una cinematografia attempata di “grandi” del passato che probabilmente non hanno più molto da dire oggi.
Il film è candidato a 12 Premi Oscar e ha già vinto un Golden Globe per l’ interpretazione di Day-Lewis.

Babbo Natale ha gli occhi a mandorla

“VITA DI PI”, Unico diamante fra misere patacche

voto:*** e mezzo  (Cina/USA-2012)

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La fine del 2012 e l’ inizio del nuovo anno nelle nostre sale cinematografiche sono stati caratterizzati da varie pellicole che, come spesso capita in periodi come questo, non hanno invertito la misera tendenza valutativa delle maggiori distribuzioni . Da una parte molti riflettori hanno puntato sul ritorno di Jackson che in pompa magna realizza l’ “originario” e autoreferenziale “Lo Hobbit”, che non ha nulla da dire dopo la fortunata trilogia del “Signore degli anelli”, dall’ altra un thriller d’ avventura in classico stile hollywoodiano: il deludente “La regola del silenzio” , in cui un cast ampio e conosciuto quanto attempato e fiacco non riesce a suscitare la benché minima tensione emozionale e la regia di un Redford d’ altri tempi non dona altro che noia e schematismo classico all’ intera pellicola. Segue l’ ennesimo adventure-movie di Cruise che sembra voler fare di tutto fuorché rendersi conto dell’ età che ha e continua a scorrazzare in mezzo a prevedibili sceneggiature nei panni di un militare implacabile in “Jack Reacher”; accanto, un ritorno “british” e caotico di Tornatore che con “La migliore offerta” mette in scena oltre che un ottimo cast, che mantiene il film su buoni livelli, anche le sue qualità espressive su una sceneggiatura complessa e articolata che naviga fra apparenza e realtà. Il tutto condito da alcune insicure opere animate con “Ralph Spaccatutto” e “Sammy 2” e le immancabili espressioni popolari del Cinema Italiano che sforna il ritorno nazional popolare di Albanese in “Tutto tutto niente niente”, la meteora da 7 milioni di euro incassati “I due soliti idioti” e la commedia (che si presenta come brillante, rivelandosi poco più che un cine-panettone) “Mai stati uniti”. Continua a leggere

“Cesare deve morire” di Paolo e Vittorio Taviani

SHAKESPEARE E TEATRO A REBIBBIA

voto:*** e mezzo (Italia-2011)

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Con l’ ultima scena della morte autoinflitta  di Bruto dopo la congiura romana  delle Idi di Marzo,  si chiude con successo  la rappresentazione teatrale del “Giulio Cesare” di Shakespeare nel teatro del carcere di massima sicurezza di Rebibbia . Dopo di che gli attori-detenuti tornano come ogni giorno in una cella desolata e spoglia, diventata ancora più angusta dopo lo stretto contatto con l’ arte, che in quel periodo li ha aiutati a sopportare la prigionia. Un flashforward  che anticipa l’ inizio cronologico della trama, avvenuto sei mesi prima, quando il direttore del carcere espone ai detenuti il progetto ricreativo teatrale. Ne seguiranno provini, definizione dei personaggi ,  prove di scena e di dialoghi continue e snervanti ma anche stimolanti ed appassionanti, non senza la sofferenza della detenzione, che sembra però assopirsi con questa dichiarativa esperienza artistica da parte di cinque attori carcerati: Cosimo Rega (Cassio), Salvatore Striano (Bruto), Giovanni Arcuri (Cesare), Antonio Frasca (Marcantonio), Juan Dario Bonetti (Decio) e Vincenzo Gallo  (Lucio).

Con un cast di non professionisti e di detenuti reali del carcere romano, Paolo e Vittorio Taviani realizzano un’ opera epica di grandissimo livello formale ed estetico. Confondendosi in un ambiente comunemente sconosciuto come il carcere, i cineasti   producono  una pellicola di forte impatto espressivo che va ad indagare il sentimento umano e intimo dei soggetti carcerati, che tramite un copione teatrale esprimono tutta la loro complessità interiore, frustrazione emotiva e coscienza  psicologica anche grazie a dei dialoghi che, rispetto all’ opera originale,  vengono tradotti  in una lingua provinciale, di  inclinazione dialettale (linguaggio che cambia a seconda delle origini di ognuno dei personaggi) , che dona una spontaneità ed un realismo pirandelliano all’ opera shakespeariana da una parte e un verismo  popolare di enorme umanità e solennità emozionale  dall’ altra. Il perfezionismo e l’ esperienza cinematografica dei fratelli Taviani si percepisce in ogni singola inquadratura, nel più impercettibile movimento scenografico e risente del genere documentario nella sua integrità  ed onesta narrativa. Sensibilità che  in questo caso veste anche i panni sociologici dell’ indagine pura della realtà in un carcere di massima sicurezza. Malgrado l’ età  artistica e  anagrafica  degli autori, l’ opera risulta di un’ attualità sorprendente e molto comunicativa e volitiva nel suo incedere sicuro ma ordinato, senza sbavature. Gli attori sembrano assolutamente dei professionisti e quasi mai risentono dell’ inesperienza recitativa, probabilmente grazie alla genuinità  dei dialoghi (spesso sottotitolati) con i quali rivivono su di sé ciò che recitano per la crudezza della tragedia medesima, fatta di  tradimento, giochi di potere, violenza e morte. Un bianco e nero elegantissimo non lascia quasi mai le riprese e regala all’ opera ancora più solennità ed epicità storica. Alcuni dialoghi si rivelano molto forti ed emozionali insieme ad alcune inquadrature meste ed angosciose, come i primissimi piani di una scena nel mezzo del film, durante le prove , con cui i protagonisti, seguiti dalla scritta  dei  rispettivi reati e delle  pene da scontare, fissando l’ obbiettivo, esprimono  tutto il proprio dolore e la  propria inquietudine interiore senza aprir bocca   . Continua a leggere

Bella addormentata di Marco Bellocchio

                          UN BEL RITORNO, PURTROPPO POCO APPREZZATO

                                                            voto:***   (Italia-2012)

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Italia, Febbraio 2009. La drammatica vicenda di cronaca di Eluana Englaro, ragazza in coma vegetativo da 17 anni, per cui i famigliari chiesero di interrompere l’ alimentazione forzata, considerandolo un inutile accanimento terapeutico, scatena  un notevole dibattito sulle prime pagine di stampa e media, riversandosi anche nella politica nazionale, a cui spetta l’ arduo  compito di acconsentire o meno al volere della famiglia. In questa delicata situazione sociale, il senatore Uliano Beffardi (Toni Servillo), deputato della maggioranza berlusconiana del periodo, decide di schierarsi contro la decisione del partito e di votare a favore dell’ interruzione terapeutica e conseguentemente di lasciare il suo ruolo , rinunciando ad una carriera politica superficiale e mistificante. Nel frattempo la figlia, Maria (Alba Rohrwacher), che dopo la morte della madre (anch’ essa tenuta in vita grazie a delle macchine) si è allontanata sempre più dal padre,  decide di recarsi  a Udine, dove Eluana è ricoverata,  per pregare e sperare nella sua sopravvivenza . Nel frattempo  viene raccontata la vicenda di una madre, Divina Madre  (Isabella Hupert), che ha sacrificato la sua vita e la sua carriera recitativa per assistere sua figlia in coma profondo e parallelamente la vicenda di Pallido (Bellocchio), un medico che decide di aiutare una tossico dipendente (Maya Sansa)  che vuole togliersi la vita.

La propensione di Bellocchio verso un Cinema civilmente e socialmente militante e attivo anche in questa occasione non viene tradita e il regista veicola mediante gli occhi dei suoi personaggi un fatto di cronaca reale  e moralmente complesso che ha riguardato l’ Italia intera. Riesce a farlo con un “triple” plot che mostra più possibilità interpretative e possibili posizioni personali davanti ad una questione delicata come quella dell’ accanimento terapeutico e interruzione delle cure per  stati vegetativi irreversibili. Senza retorica e demagogia, il  racconto si presenta  schietto , coraggioso e coerente senza il  timore di esprimere le proprie idee, grazie a  un’ onestà espressiva e una riflessività di forte impatto . Tecnicamente la pellicola è ben curata e di attenta direzione: senza grandi virtuosismi ma pragmatica e ordinata (tipico stile di Bellocchio), con una messa in scena sempre molto puntuale e precisa che valorizza  i lievi movimenti di macchina. L’ impianto prossemico e l’ utilizzo dello spazio è attento  e ordinato e il montaggio è fluido e, malgrado i vari intrecci, mai confusionario o sbrodolato. La recitazione dei personaggi è pulita e emozionale soprattutto nella performance di Toni Servillo, che nei panni del politico amareggiato e frustrato da ciò che ha intorno  sembra nel suo habitat. Ottima anche l’ interpretazione della Huppert che vive perfettamente su di sé  l’ emotività devastata ma apparentemente rigida di una madre integra  ma infelice, toccando nel finale  un vertice espressivo e recitativo  con la magnifica citazione di Lady Machbeth nel  gesto di lavarsi continuamente le mani  dal sangue durante il sonno, manifestando inconsciamente  la volontà di togliersi di dosso una colpa interiore, presumibilmente la sua impotenza davanti alla figlia inerme. La sequenza della figlia del senatore è una buona cornice alle principali storie narrate (le due precedenti), mentre quella del medico appare più rigida e forzata delle altre tre, non riuscendo mai a convincere del tutto, anche se raggiunge anch’ essa dei buoni  livelli recitativi. La tendenza  polemica  e la critica politica tipica delle  pellicole Bellocchio  anche in questo caso non si fa attendere e la satira emerge in modo lieve ma costante  in più occasioni  nei confronti delle maldestre dichiarazioni pubbliche  di Berlusconi e nella  vanità di certi atteggiamenti politici e personali all’ interno del partito del protagonista Beffardi. Il finale può apparire spezzato e netto ma nell’ economia del film un finale incompleto ma riflessivo risulta  la direzione più consona per un ‘ opera  del genere , che riesce a non  essere mai prevaricante e didascalica, lasciando grande libertà interpretativa allo spettatore. Ottima produzione italiana e ottimo ritorno al grande Cinema di un grande autore italiano, dopo alcuni anni qualitativamente discutibili. In concorso alla 69^ Mostra  del Cinema di Venezia, non ha ricevuto premi ma, al contrario, è stato vittima di alcune accuse di provincialismo tipico italiano da parte di un esponente della giuria. Evidentemente a Venezia si sono dimenticati l’ importanza civile e sociale del Cinema e la sua rilevanza popolare ed antropologica. Certe pellicole al contrario vivificano l’ arte e la rendono meno autoreferenziale  ed isolata intellettualmente e culturalmente, intraprendendo un ruolo pragmatico e civile non sottovalutabile. Sbattuta la porta, Bellocchio ha dichiarato che non si ripresenterà mai più a Venezia  ed  è difficile non sostenere il suo comportamento.

Il cavaliere oscuro- Il ritorno di Christopher Nolan

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                                 IL RITORNO DI BATMAN NON CONVINCE

                                          voto: * e mezzo    (USA-212)

In una Gotham City silenziosa e ormai ripulita dalla criminalità, a otto anni dalla morte di Harvey Dent (il temibile “Due facce”),  Bruce Wayne (Christian Bale)  vive da miliardario eremita nel  suo palazzo, acciaccato e indebolito dalle lotte del passato. La polizia, rinfrancata, sta cercando di togliere di mezzo l’ eroe  dei cittadini, il commissario  Gordon (Oldman)   e la battaglia ai criminali sembra ormai un brutto ricordo. Ma sotto la metropoli,  il male si annida e si diffonde inesorabile nel sottosuolo, lungo i sotterranei  dimenticati di Gotham,  dietro alla maschera inquietante e alla tenace crudeltà di Bane (Hardy), un’ energumeno malvagio e furioso che vuole dare alla città e ai suoi abitanti la lezione che si merita, seguendo il principio della setta  militare delle Ombre, capitanata un tempo da Ras’ al Ghul. Nel frattempo, il progetto sull’ energia pulita della Wayne Enterprises  ha costruito un reattore di  particelle per sfruttare l’ energia di fusione che sta mandando in bancarotta l’ intera azienda dopo averlo reso segreto per il rischio nucleare che il nucleo se diversamente programmato porterebbe con sé.  Rischio troppo invitante per passare inosservato dal guerriero delle ombre che utilizza la bomba per minacciare l’ intera città e diventarne il dittatore assoluto, creando una microsocietà “proletario-criminale”  in cui gli antichi potenti vengono giudicati da un tribunale popolare e condannati. La situazione disperata spingerà  l’ uomo pipistrello a tornare a combattere e, malgrado un’ inattesa sconfitta iniziale, riuscirà a portare di nuovo vita e prosperità alla sua gente, grazie all’ aiuto di una fatale Catwoman (Anne Hathaway)   e del neo promosso detective della polizia John Blake (Gordon-Levitt) ,  che rinuncerà alla sua carriera e  di cui si scoprirà il vero nome soltanto nel finale:  Robin.

Ampio e articolato, l’ ultimo capitolo (almeno così pare) del “Batman” di Christopher Nolan si rivela anche prevedibile e a tratti scontato, con un ritmo continuamente scivolante e monotono, malgrado alcuni lampi d’ azione, conditi sempre dal solito action slang tipicamete hollywoodiano, spesso veramente odioso.  Il profilo dei personaggi si mostra  complesso ma sgradevole:  Weine è stanco sia nel personaggio che nell’ interpretazione anche se chiude in crescendo, Catwoman è scontata , sconsideratamente arrogante e sognatrice (e,  se pur   bella, il paragone con la Pfeiffer del ’92 è inammissibile)  e il cattivo Bane  non è mai del tutto credibile a causa forse di una logorrea inarrestabile e spesso fuori luogo,  espressa da  dialoghi banalmente  e  gratuitamente crudeli.  Personaggio lontano anni luce  dall’ inquietante e affascinante Joker di Ledger  del primo “Cavaliere Oscuro”, che impersonificava quelle caratteristiche  fantastiche  e fumettistiche del personaggio ,  filtrandole magistralmente nel reale, senza mai sembrare inverosimile come accade invece a quest’ ultimo nemico.  La parte centrale, quella della reclusione di Batman e della sua rinascita è forse  l’ unica che ricorda lo stile eccitante e dinamico di Nolan, ma  purtroppo si schianta contro un finale colmo di colpi di scena incoerenti  e forzatamente prevedibili che rimettono tutto  in discussione fino alla fine. Finale in cui  Batman pare che salvi un’ altra volta la sua gente , immolandosi e rinunciando  però alla propria vita e chiudendo la sua storia con il sacrificio massimo . Il primo Batman della storia che si conclude con la morte da vero eroe del protagonista pensa lo spettatore ignaro , sorpreso da un finale così prevaricante e coraggioso e che avrebbe comunque  impreziosito l’ intera pellicola. Ma la delusione è dietro l’ angolo e  , di lì a poco,  tutto viene irrealmente capovolto  e l’ ultimo inesorabile colpo di scena conclude (finalmente) il film, isolandolo   in  un surrogato  prodotto hollywoodiano   scadente che non esalta l’ importante saga di “Batman” e nemmeno lo stile del buon regista Nolan.  Attendersi un sequel è scontato e sebbene molte delle voci dei creatori dell’ ultimo capitolo, tra cui quella dello stesso regista, remino contro quest’ idea, il film ha lasciato una sceneggiatura troppo in sospeso per non aspettarsi altro. Enorme record d’ incassi al botteghino che ha totalizzato soltanto nel primo week-end in Italia quattro milioni di euro ma probabilmente siamo di fronte ad uno dei peggiori Batman di sempre.

 

L’ Estate di Giacomo di Alessandro Comodin

                             CRESCITA E AMORE IN UNA FIABA IMPRESSIONISTA

                                    voto: *** e mezzo  ( Italia-Belgio-Francia 2012)

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Nelle campagne friulane, sulle rive del Tagliamento , Giacomo (Zulian), un ragazzo sordo di diciott’ anni e la sua amica d’ infanzia Stefania (Comodin), si perdono in una selva estiva durante una gita al fiume per un pic-nic. Raggiungeranno un laghetto splendido, un luogo paradisiaco fuori dal tempo, dove trascorreranno intere giornate insieme, trasportati quasi in un mondo fiabesco e intimo. Un microcosmo ideale in cui liberano la propria  spontaneità, affetto e  libertà, sullo sfondo di una crescita inesorabile, e percepita da entrambi, verso la maturità e il distacco dalla spensieratezza adolescenziale. Una crescita e un cambiamento che si dimentica davanti a quel luogo ameno che pare un’ angolo di mondo eterno ed innaturale, in cui il tempo si arresta e  dove Giacomo scoprirà anche l’ amore di una ragazza, Barbara (Colombo), anch’ essa sorda, che si innamorerà di lui.

Influenzato   dalla stagione  “Nouvelle Vague” francese e dal “Cinema Diretto”  anni sessanta, l’ emergente regista Alessandro Comodin realizza con stile apparentemente semplice ma consapevole e volitivo, di forte afflato cinematografico, un’ opera di grande livello sceneggiativo e buona consapevolezza tecnica, che va ad indagare le profonde dinamiche emotive del passaggio generazionale verso la maturità  sulla pelle di un protagonista affetto da un prevaricante handicap. Giacomo è consapevole del suo problema ma il suo disagio emerge in modo coraggioso, quasi aggressivo. Ama cantare e suonare la batteria, giocare  e scherzare senza sosta, anche con un linguaggio spesso e volentieri scurrile, probabile retaggio della sua emancipazione sociale nella sua primissima adolescenza. Davanti a lui, da una parte  un’ amicizia (quella con Stefania) intensa e di lungo corso, a cui non serve quasi nemmeno più la  parola e dall’ altra un’ amore insicuro e acerbo, quello di Barbara, fatto di effusioni accennate e fremiti giovanili.  Dinnanzi  allo spettatore una favola di eternità, fatta d’ innocenza e spontaneità, che si muove leggera lungo i sentieri della narrazione con una cinepresa che non invade mai il cosmo dei protagonisti ma lo indaga da vicino, con piani strettissimi e spesso riempiti totalmente dai soggetti, servendosi  di inquadrature in movimento con macchina a mano che accolgono lo spettatore nella stessa dimensione del personaggio . Quest’ ultimo infatti viene letteralmente seguito dalla camera,  come avviene per i primi dieci minuti di film  ed è sempre ripreso da   piani lunghi  che ricordano molto i “long take” della Nouvelle Vague a macchina sospesa sempre nella stessa posizione, malgrado i movimenti anche fuori quadro degli attori. Una regia influenzata anche dall’ esperienza documentaristica, che emerge in più scene anche grazie alla passata esperienza di genere dell’ autore con la pellicola “La febbre della caccia” , entrato nella sezione cortometraggi della Quinzaine des Réalisateurs di Cannes.  Un’ ottimo prodotto italiano, di una freschezza unica che poggia  su un genere drammatico complesso e articolato, che tuttavia riesce ad essere concreto e credibile sia a livello formale che tecnico. La spontaneità e la “normalità” degli attori danno alla pellicola   ancora più naturalezza e purezza estetica , da cui divampa in più occasioni una forte  umanità, catturata da  una sensibilità artistica non usuale e anche grazie ad una conoscenza tecnica cinematografica matura.  L’ organizzazione sequenziale sempre in “sequenza in tempo reale” equilibrata e costante, infatti,  lo dimostra. In ultima istanza, ottimo il lavoro alle musiche e alla fotografie, gestito in parte dallo stesso Comodin che firma anche la sceneggiatura. Una piacevole sorpresa nel panorama degli autori emergenti italiani che ha subito ricevuto un ottimo successo di critica , raggiungendo buonissimi risultati  con il “Pardo d’ oro Cineasti del Presente” al  Locarno Film Festival 2011, una Menzione speciale ed un “Premio Cinema italiano” al Festival dei Popoli 2011, un “Gran Premio della Giuria” e “Premio Documentario” al Belfort International Film Festival 2011 e un’ “Ovidio d’ Argento” per il miglior film al Sulmona Cinema film Festival. Un ‘ opera europea ed italiana di grande livello cinematografico  che, grazie ai riconoscimenti internazionali, ha ricevuto una buona e meritatissima attenzione distributiva  tutt’ altro che scontata, considerando il budget di produzione.