la grande abbuffata di Marco Ferreri

                                                           EROS , THANATOS e CONSUMISMO

                                                  voto: *** e mezzo       (Francia/Italia 1973)

Quattro notabili amici, quattro rispettabili professionisti in carriera: un raffinato cuoco (Tognazzi), un sanguigno pilota (Mastroianni), un colto giudice (Noiret) e un compito produttore televisivo (Piccoli) si riuniscono in un’ affascinante villa a Neuilly, vicino a Parigi, decisi a soddisfare i loro bisogni primari cioè quello di cibarsi e di avere rapporti sessuali in modo iperbolicamente continuo e disperato, senza sosta alcuna, decisi ad autodistruggersi, una sorta di harakiri comune che non lascia speranza. Le quattro vittime, lungo il loro viaggio verso la fine,  sono costantemente accompagnate da una giunonica e insaziabile professoressa (che acquisisce il ruolo di angelo della morte)-Andèa Ferrèol-che aiuta la loro lenta e nevrotica distruzione.

Diretto da M. Ferreri e scritto insieme a Rafael Azcona il film, che diede molto scandalo, per la sua progressione espressiva e sceneggiativa che non si ferma davanti a nulla, acquista le caratteristiche di un pamphlet satirico con toni cupi, situazioni penose e scenografie mai serene o spensierate ma sempre scure, peccaminose, caratterizzate da una tristezza noir. Il lirismo col quale viene narrata l’ autodistruzione dei protagonisti è lucido, freddo e non dà mai niente per scontato ma va fino in fondo, senza condizionamenti moralistici. Il film non fa altro che descrivere metaforicamente la società e la realtà storica del tempo, la fioritura del consumismo che mercifica e mistifica l’ uomo e di conseguenza i suoi bisogni primordiali come quello del sesso e del cibo e ciò non porta che all’ autodistruzione. I quattro protagonisti infatti sono il veicolo, il paradigma dell’ uomo sottomesso a questa terribile inclinazione sociale. L’ iperrealismo con il quale viene diretto il film è secco e immediato e porta anche a chiamare gli attori con il loro vero nome. Buonissime le interpretazioni dei quattro protagonisti con qualche dubbio verso Mastroianni che sembra l’ unico a non essere mai immerso fino in fondo nella sceneggiatura e nel suo personaggio. Possibile il parallelismo fra questo film e il “Salò…” pasoliniano anche se rispetto a quest’ ultimo, l’ opera di Ferreri è molto meno aspra e terribile e con un’ impostazione politica molto meno esplicita del capolavoro di Pasolini. Premio  Fipresci e fischi al festival di  Cannes nel 1973 e grande successo al botteghino.

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salò o le 120 giornate di sodoma di Pier Paolo Pasolini

                                                                       PIU’ DI UN PELO SULLO STOMACO 

                                                                                   voto :**** (Italia 1975)

Durante la repubblica di Salò, quattro notabili fascisti della zona-il duca (Bonacelli), il presidente (Valletti), l’eccellenza (Quintavalle) e il monsignore (Cataldi), sequestrano un gruppo di ragazzi di entrambi i sessi, segregandoli in una villa e dando libero sfogo ai loro più profondi istinti e perversioni  sessuali , sottomettendo i giovani, obbligati a rispettare le regole della casa, pena la tortura. Tutto accompagnato dai racconti erotici di tre narratrici, dedicati alle manie, alla merda e al sangue.   Un’affascinante, quanto stupefacente ,ricerca sull’uomo e con l’uomo delle più profonde manie di cui esso può essere servo. Non è da escludere la realtà storica. Questa lucida follia è immersa nel regime fascisata, che non è altro che un travestimento della contemporaneità che accomuna carnefici, vittime e spettatori. Si tratta di un vero e proprio viaggio all’inferno che rende sgomento lo spettatore.     Pensare che questo film sia italiano è già, di per sè, incredibile, rendesi conto,poi, che queste siano  state girate nel ’75 è ancora più stupefacente. Ultimo film di Pasolini, che muore prima della censuratissima proiezione, è senz’altro un capolavoro, probabilmente il migliore film del regista, che in due ore ci pone davanti tutto ciò che non ci saremmo mai immaginati. Pasolini scova i limiti della perversiona umana, li studia e li racconta in modo crudo e reale, com’è giusto che va da fatto. Ovviamente certe scene sono forti, forse troppo forti e spesso mi hanno fatto togliere lo sguarda dallo schermo (a me… che non sono, in genere, facilmente suggestionabile). Assolutamente 4 stelle su 4 o 5 su 5 (1o su 10 se fosse possibile) e una visione che cosiglio fortemente a tutti (magari lontano dai pasti).   Virtuosismo di Pasolini che in uno dei pochi momenti di distensione, il numero musicale di Saviage e Surgère riprende “Femme femmes” di Vecchiali, film amato molto dal regista.