“Lincoln” di Steven Spielberg

STEREOTIPO PEDESTRE, L’ ULTIMA FATICA DI SPIELBERG

voto:* e mezzo     (USA-2012)

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Alla fine della guerra di secessione americana, dopo quattro anni di sanguinose battaglie e migliaia di giovani vittime, nulla si desidera più della pace tra gli Stati ribelli Confederati del sud e le forze dell’ Unione, capeggiate dal presidente Abramo Lincoln (Daniel Day-Lewis). Malgrado il desiderio di concludere il conflitto fratricida, il Presidente non ha intenzione di arrivare alla pace senza intervenire sulla costituzione e modificare il 13^ emendamento, che permette la liberazione dei Neri e la conseguente fine della schiavitù americana. Progetto ambizioso che nasconde intrighi burocratici e controversie sociali ma che alla fine, grazie alla diplomazia dello stesso Lincoln  e alla politica repubblicana (che ricorrerà anche alla corruzione in alcuni casi)  verrà approvato dalla Camera, rivoluzionando per sempre la storia degli Stati Uniti d’ America.

Ultimi quattro mesi di Lincoln, prima della tragica morte dell’ aprile 1865, narrati da un opaco Spielberg,  che segue in parte il testo di D. K. Goodwin “Team Of Rivals”. Film storico che cerca di riprendere fedelmente, sia dal punto di vista scenografico che narrativo uno dei momenti più delicata della storia americana. Uno stile asciutto e scevro da virtuosismi e magniloquenza  accompagna in modo essenziale tutte le sequenze del film, rischiando tuttavia di impoverire una pellicola discretamente lunga, almeno di 150′. La mancanza di dinamismo rappresenta un limite costante dell’ intera sceneggiatura  e l’ ambizione di rendere l’ intera opera riflessiva e misurata quanto il carattere e il fascino politico del presidente Lincoln, rimane un desiderio smorzato. Il soggetto, la figura portante dell’ intera opera,  risulta infatti  coerente  e perentoria ma sbiadita; artefatta nei dialoghi e mai del tutto efficace, malgrado sia impersonata da uno dei migliori attori hollywoodiani degli ultimi dieci anni. L’ impianto delle scenografie e gli spazi riprodotti, come in generale tutto l’ impianto profilmico, sono accuratamente organizzati e dettagliati, una vera e propria proiezione del passato, ma l’ intera organizzazione narrativa non risulta mai all’ altezza del precedente aspetto e non riesce mai  ad esaltarsi né per tensione,  né per vigore espressivo. Un monostilismo e un monolinguismo stilistico  che rispetta i canoni del genere ma che non dona nulla in più ad una produzione cinematografica monocorde  e tediosa. Il tentativo del regista durante tutto il film è quello di narrare l’ intima coscienza politica e diplomatica di uno dei padri fondatori americani, restituendone un’ immagine ricurva e saggia, che si esprime solo tramite aneddoti e storie paradigmatiche. Uno statista che vive

profonde  inquietudini personali ma che è disposto a tutto per le sue convinzioni e i suoi ideali, al di là delle convenzioni e delle convenienze. Ma questo ambizioso progetto rimane un colpo inesploso, non riuscendo mai ad andare al di là dello schermo e a raggiungere lo spettatore.

Le speranze all’ uscita di questo film erano che l’ intera pellicola focalizzasse la propria attenzione su Lincoln, sul presidente che ha cancellato la schiavitù, certo, ma non solo ed esclusivamente su quest’ ultimo aspetto. L’ auspicio era quello di un  film di genere storico documentaristico che offrisse l’ immagine generale, politica e intima di uno dei presidenti più rivoluzionari d’ America e che non ci si concentrasse solamente sull’ avvenimento politico che banalmente è  anche l’unico che si ricorda della sua presidenza  e che è entrato nello stereotipo comune di Abramo Lincoln. La cinematografia americana rivela anche in questa occasione la sua convenzionale e prosaica tendenza. Pedestre vocazione legata ad una cinematografia attempata di “grandi” del passato che probabilmente non hanno più molto da dire oggi.
Il film è candidato a 12 Premi Oscar e ha già vinto un Golden Globe per l’ interpretazione di Day-Lewis.

the duel di Steven Spielberg

                                            TEATRALITA’  MITOLOGICA TRA LAMIERE E CLACSON

                                                                                      voto: ***      (USA-1971)

Durante un viaggio per questioni di lavoro in auto, il pacato ed elegante commesso David Mann (Dennis Weaver) , con la sua Plymouth Valiant del 1970 rossa (un auto quasi aristocratica, una sorta di puro sangue della strada),  incontra davanti a sé  un’ autocisterna, una Peterbilt 281 del 1955 (a differenza della precedente un mezzo popolare, sporco, come un vecchio stallone sgangherato). David, cominciando a superarlo, scatenerà l’ ira del conducente “ignoto” dell’ autocisterna  che tenterà per tutto il film di sconfiggere e uccidere il suo sfidante, il suo duellante, scandendo il proprio urlo di battaglia con l’ assordante suono del clacson.

Malgrado una sceneggiatura (apparentemente) forse troppo lineare e semplice, siamo di fronte ad  un vero e proprio gioiello degli anni ’70 e per tecnica cinematografica e per teatralità scenica. La tensione è curata in modo preciso e raffinato, i colpi di scena sono costanti e inaspettati (almeno nella prima parte), riuscendo a dar vita ad un duello cavalleresco, ad una sfida mitologica d’ altri tempi nella realtà moderna, in cui al posto di armi e cavalli, ci sono automobili, quasi a mostrare la degenerazione della modernità  sull’ uomo che non fa altro che puntare all’ autodistruzione mascherata da sviluppo tecnico. Il film, girato in sole due settimane, fu concepito per il piccolo schermo ma ben presto, per l’ enorme successo riscosso, venne adattato al Cinema, aumentandone il minutaggio a 74’ e 90”. La fotografia e la scenografia sono essenziali e nette, una spada che arriva dritta al petto dello spettatore che è stupefatto quanto il povere conducente David per la situazione, non riuscendo a razionalizzare ciò che sta succedendo. La tragicità catartica è curata attentamente e l’ inquietudine è quasi palpabile. Il secondo  lungometraggio  di Spielberg, allora venticinquenne, che si è presentato così  al panorama cinematografico americano e all’ apprezzamento costante di critica e pubblico, che gli hanno aperto le porte a grandi produzioni immediatamente successive, come “Lo squalo” nel 1975. L’ happy end, tipicamente americano e che, di fatto, ci si aspetta, spezza in un attimo il terribile incubo e il camion cade in un dirupo prendendo fuoco  ma, mentre l’ autocisterna sta cadendo, la portiera rimane misteriosamente aperta, quasi come se l’ autista si fosse salvato. Ovviamente l’ identità del folle guidatore non viene mai mostrata ma durante la sequenza in cui l’ autocisterna punta dritto su David Mann (fermatosi in una cabina telefonica per chiamare la polizia), sul parabrezza del camion si può intravedere il volto dell’ autista impazzito.

Ormai un cult del Cinema americano, una leggenda di Hollywood, che mostra anche l’ avanguardia cinematografica americana , a livello soprattutto tecnico, rispetto all’ Europa, in quegli anni ‘70 in cui il Cinema americano raggiunse la sua consacrazione assoluta, grazie anche all’ arte di un regista come Steven Spielberg.

I 25 migliori che?

                                                                                      OH MY GOD!

La situazione del Cinema Occidentale è già difficile di suo, se poi ci si mettono anche queste agenzie americane come EW, siamo costretti ad auspicarci un inevitabile collasso  futuro, a meno che non ci sia già  stato.

Riguardo alla lista, sulle posizioni non sono assolutamente d’ accordo e la metà dei nomi personamente li toglierei all’ istante. Quando ho letto i nomi di Paul Greengrass (in 23^ posizione), Sam Raimi (in 15^), Judd Apatow (in 14^) ho spento il computer, giurando di non accenderlo mai più ma ho resistito 3 minuti e mezzo. Ho quindi proseguito con la lista e quando mi sono visto Peter Jackson in 2^ posizione preceduto da Spielberg in 1^ con un artista come Eastwood in 19^ ho apprezzato il coraggio da un lato, ma dall’ altro mi sono vergognato per i giornalisti che hanno stilato questa lista.

Va bene che il Cinema dipende ormai da logiche di mercato e pubblicità ma a questi livelli, ha del redicolo. Che l’ Italia non sia presente in questa lista non è una novità ma, onestamente, non ci scandaliziamo sù. Ma che non ci siano nomi come Woody Allen, Francis Ford Coppola, Oliver Stone, Kim Ki Duk ha davvero dell’ incredibile…

munich di Steven Spielberg

                                                                                               DRAMMI INTERIORI

                                                               voto: ** e mezzo                  (USA/EUROPA-2005)    

Dopo il massacro alle olimpiadi di Monaco nel 1972 , i servizi segreti israeliti assoldano una squadra speciale per eliminare coloro che l’ hanno architettato. A capo di questo gruppo di cinque uomini, ognuno specializzato attività terroristiche e di spionaggio, c’è Avner Kauffman (Bana), agente del Mossad. Gli agenti speciali non hanno né limiti di denaro, né di armi o attrezzature e , pur essendo a tratti inesperti, riescono ad uccidere sette degli undici obbiettivi , spostandosi continuamente in tutta Europa , alla ricerca degli obbiettivi. Avner riesce a tornare a casa , da sua moglie e dalla figlia, nata durante la sua lunga assenza da casa. Ma la sua vita non sarà più la stessa e il peso delle sue azioni non lo abbandona.

Ispirato al libro «Vengeance» di George Jonas, il film è una riflessione personale di Spielberg sull’ eterna disputa tra israeliani e palestinesi, raccontata attraverso uno degli episodi più oscuri e sanguinari della storia delle due popolazioni.  Tuttavia il regista non riesce a prendere una posizione ma descrive le due realtà senza biasimarne nessuna ma mantenendo un profilo piuttosto basso e succube alla trama, come se nessuno avesse torto e la situazione non possa cambiare. Il film forse non ha questa finalità cioè descrivere e analizzare l’ infinito conflitto tra i due popoli ma, piuttosto, quello di elaborare un’ introspezione psicologica del protagonista che diviene un sicario per vendicare il suo popolo. Ma questa volontà viene perseguita in modo alternato e riesce mai, a parte forse nel finale, a raggiungere livelli alti. Questo perché la pellicola ha varie sbavature. Il film è lungo , forse eccessivamente e la sceneggiatura , pur essendo di forte impatto, non lascia il segno. Inoltre la trama in molti punti diviene confusionaria e ripetitiva con rari aspetti retorici. Gli attori sono buoni ma non eccezionale, compreso il protagonista Eric Bana che è riuscito rarissime volte a convincermi. La fotografia e la scenografia sono ugualmente buone ma la regia onestamente mi ha un po’ deluso e non riesce mai ad essere efficace. Certo, la durata (esagerata) non aiuta ma certo è che da Spielberg mi sarei aspettato maggiore intensità espressiva e di regia che non ho denotato.