PUNTARE SUI GIOVANI…
voto: *** (Italia-2006)
Fabio (Pasotti) lavora in un carcere come psicologo educatore che segue i prigionieri a fondo, valutando se siano ancora delle minaccie per la società e meritino o meno un permesso speciale o uno sconto sulla pena. Tutto è ordinario finchè in carcere arriva un nuovo detenuto (Colangeli) che come gli altri è seguito da Fabio che, leggendo le sue generalità e parlando con lui , si accorgerà di essere davanti a suo padre. Quel padre ergastolano che aveva abbandonato la famiglia, una moglie , due figli, senza mai una voce, una parola. La mancanza del padre è sempre stata un dramma per il protagonsta che quando si accorge della realtà prova un sentimento duplice che nel film è descritto in modo molto articolato con grandi scene di introspezione psicologica, che risultano perfettamente riuscite. Da un parte c’è la rabbia di un figlio abbandonato e la delusione di avere un padre del genere, dall’ altra c’è il sollievo e la felice speranza di colmare finalmente un’ assenza fondamentale della sua vita.
Siamo di fronte a un film italiano molto interessante di livello medio- alto, che è passato in pochissime sale, incassando 470,000 euro in Italia e che ha avuto pochissima risonanza e successo di pubblico, Per fortuna la critica si è accorta della pellicola, forse anche grazie al cast, abbastanza conosciuto.
Gli attori recitano davvero bene e Pasotti mi ha piacevolmente stupito. Grande anche l’ interpretazione di Giorgio Colangeli, da cui , però, non ci si poteva aspettare meno, essendo , a mio parere, uno dei migliori attori italiani, attualmente in circolazione. La regia è ottima e riesce a mischiare splendidamente tragicità sceneggiativa e semplicità scenografiche con delle sequenza davvero suggestive e splendide. Il regista esordiente dimostra tutta la sua capacità derivante soprattutto dalla sua esperienza nel documentario, offrendo una realtà nuda e mai banale che riesce a trasmettere perfettamente quell’ aria salata che infastidisce e ostacola gli occhi.
Finale inaspettatamente splendido con un’ accelerazione scenica e sceneggiativa vertiginosa che incrementa la tensione, che prima si riusciva solo a percepire parzialmente, accompagnata da un brano musicale unico di Antony and the Johnson “Hope there’s someone” che dà anche la musica al treiler che vi ripropongo.
Quesa pellicola dimostra che il Cinema Italiano non è morto, basta saperlo cercare…
DRAMMI INTERIORI
voto: ** e mezzo (USA/EUROPA-2005)
Dopo il massacro alle olimpiadi di Monaco nel 1972 , i servizi segreti israeliti assoldano una squadra speciale per eliminare coloro che l’ hanno architettato. A capo di questo gruppo di cinque uomini, ognuno specializzato attività terroristiche e di spionaggio, c’è Avner Kauffman (Bana), agente del Mossad. Gli agenti speciali non hanno né limiti di denaro, né di armi o attrezzature e , pur essendo a tratti inesperti, riescono ad uccidere sette degli undici obbiettivi , spostandosi continuamente in tutta Europa , alla ricerca degli obbiettivi. Avner riesce a tornare a casa , da sua moglie e dalla figlia, nata durante la sua lunga assenza da casa. Ma la sua vita non sarà più la stessa e il peso delle sue azioni non lo abbandona.
Ispirato al libro «Vengeance» di George Jonas, il film è una riflessione personale di Spielberg sull’ eterna disputa tra israeliani e palestinesi, raccontata attraverso uno degli episodi più oscuri e sanguinari della storia delle due popolazioni. Tuttavia il regista non riesce a prendere una posizione ma descrive le due realtà senza biasimarne nessuna ma mantenendo un profilo piuttosto basso e succube alla trama, come se nessuno avesse torto e la situazione non possa cambiare. Il film forse non ha questa finalità cioè descrivere e analizzare l’ infinito conflitto tra i due popoli ma, piuttosto, quello di elaborare un’ introspezione psicologica del protagonista che diviene un sicario per vendicare il suo popolo. Ma questa volontà viene perseguita in modo alternato e riesce mai, a parte forse nel finale, a raggiungere livelli alti. Questo perché la pellicola ha varie sbavature. Il film è lungo , forse eccessivamente e la sceneggiatura , pur essendo di forte impatto, non lascia il segno. Inoltre la trama in molti punti diviene confusionaria e ripetitiva con rari aspetti retorici. Gli attori sono buoni ma non eccezionale, compreso il protagonista Eric Bana che è riuscito rarissime volte a convincermi. La fotografia e la scenografia sono ugualmente buone ma la regia onestamente mi ha un po’ deluso e non riesce mai ad essere efficace. Certo, la durata (esagerata) non aiuta ma certo è che da Spielberg mi sarei aspettato maggiore intensità espressiva e di regia che non ho denotato.
SBALORDITO IL DIAVOLO RIMASE QUANDO COMPRESE QUANTO OSCENO FOSSE IL BENE
voto: ** e mezzo (USA-1994)
In una città oscura ed inquietante, un gruppo mafioso organizzato, in tutte le notti di Halloween, ormai divenuta la “Notte del diavolo”, appicca incendi , trasformando la città in un rogo gigantesco. Il gruppo di malviventi capeggiato da un certo T-bird uccide atrocemente una coppia di futuri sposi Eric Draven e Shally Webster, soltanto per divertimento, gettando nello sconforto una ragazzina molto amica delle vittime. Un anno esatto dopo un Corvo risveglia l’ anima dell’ ex chitarrista Eric , mostrandogli la via per la vendetta contro T-bird e i suoi uomoni.
Tratto dal fumetto di James O’Barr e scritto da David Schow e John Shirley, il film è diventato un autentico cult, grazie ad una avvincente storia che colleziona scene e istanti davvero affascinanti. La scenografia è perfetta e , per essere aderente al protagonista, è sempre notturna e spesso piovosa. Le musiche rock sono emblematiche per tutto il film. Gli attori non sono sempre perfetti ma riescono a rimanere legati al loro ruolo in modo costante. La fotografia tiene e anche la regia, che mostra solamente delle imperfezioni nella parte finale, in cui tutto il fascino funereo del film viene un po’ lasciato da parte e anche la tensione ne risente.
Il film è rimasto nella storia del Cinema perchè sicuramente ben fatto e ben diretto dall’ esordiente Proyas ma soprattutto per l’ alone di mistero e morte che oltre ad essee interno alla sceneggiatura , pervade tutta la realizzazione del film. Brandon Lee muore infatti sul set a causa dello sbagliato caricamento di una pistola e viene in più occasioni sostituito da effetti speciali. Ciò fa rabbrividire, pensando che la vittima interpretasse proprio un defunto ritornato in vita. Dedica nei titoli di coda per Brandon ed Eliza , la sua ragazza con la quale si sarebbe dovuto sposare a breve, proprio come Draven , prima di venire ucciso nel film.
Due pessimi seguiti non riescono a scalfire la leggenda di The Crow divenuto un ‘ icona moderna del Cinema, pur non essendo di livello altissimo.
Vi ripropongo la sequenza, a mio parere, migliore del film per pathos e tensione strutturale, seguita, subito dopo , dalla corrispondente in americano. Sarebbe sempre meglio guardare film in lingua originale, c’ è poco da fare…
AMORE E SOFFERENZA
voto: **** (Francia/Polonia/Inghilterra/Germania 2002)
Nella Varsavia di inizio anni ‘40 del ‘900 la benestante famiglia di ebrei Szpilman conosce la sofferenza e il dolore della persecuzione nazista. Uno dei figli è l’ affermato pianista Wladyslaw (Brody) . Molto sensibile e compassionevole, egli soffre molto per le disgrazie che vede ogni giorno e per le difficoltà continue della sua famiglia per vivere nel ghetto della città. Egli sarà costretto anche a vendere il suo piano per mangiare ma riuscirà a trovare un ‘ occupazione in un circolo di nobili ebrei. Nel ‘ 42 inizierà la massiccia deportazione e tutta la famiglia verrà accompagnata sul binario della fine ma Wladyslaw riuscirà a salvarsi e a non partire grazie ad un ufficiale della polizia. Comincerà così la sua fuga che culminerà col tentativo di vivere al di fuori dal ghetto, grazie alla compassione di alcuni suoi vecchi amici.
Pellicola che parla dell’ olocausto in prima persona ma , a differenza di altri film che parlano di questa atroce pagina della storia contemporanea, quest’ ultimo cerca di raccontarlo attraverso l’ universo personale di un soggetto, il protagonista. Il regista cerca infatti di rintracciare sensazioni e drammi psicologici del personaggio principale e fa ciò per gradi. Inizialmente in modo leggero, quando la situazione è difficile ma sottocontrollo e Wladyslaw vive ancora con la famiglia ma con i minuti qusta situazione muta poco a poco , divenendo sempre più difficile, fino ad arrivare al picco più basso in cui lui cammina irriconoscibile tra le macerie del ghetto che rappresenta, oltre alla distruzione della guerra, anche la devastazione personale e psicologica del grande pianista.
Ottima fotografia e musiche perfette accompagnano una regia che non scivola mai e riesce a fare ciò che raramente si vede , cioè migliorare costantemente, impennando continuamente e mantenendo sempre la medesima tensione espressiva e scenica. La scenografia è infatti perfetta e rispetta sempre la storia. Ottime interpretazioni degli attori, tra cui si evidenzia il protagonista Adrien Brody che impersonifica perfettamente le paure e la disperazione di un artista che in molte sequenza non ha altro appoggio che la musica , la sua musica che, come è chiaro che sia, spesso riprende Chopin.
Molte scene davvero indimenticabili, come quella in cui il pianista finge di suonare il piano muovendo solamente le dita al di sopra dei tasti, per non farsi scoprire o il colloquio con il generale SS che scopre il suo nascondiglio ma decide , miracolosamente, di lasciarlo vivere dopo averlo ascoltato suonare. L’ happy end amaro è perfetto e rispetta l’ alto livello di tutto il film.
Grande successo di critica con Palma d’ Oro a Cannes e tre Oscar, a Polanski, Brody e Harwood (lo sceneggiatore).
BOTTE DA ORBI
voto: ** e mezzo (USA-1999)
Jack (Norton) è un giovane e ordinario impiegato che vive una crisi esistenziale dura e soffocante. Dapprima l’ insonnia e poi un claustrofobico dolore psichico gli creano molti problemi nel lavoro e nella vita di tutti i giorni. L’ unica consolazione è rappresentata dai gruppi di assistenza per malati terminali che lui frequenta assiduamente, riuscendo a stare meglio poiché accettato da persone che davvero sono prossime alla fine. Una sorta di grande famiglia in cui lui sguazza come un pesce nel mare. La vita dello stravagante uomo cambia quando conosce Tyler Durden (Pitt), una sorta di guru, super palestrato che lo indirizza ad una nuova visione della vita molto più cinica e individualista, grazie a cui entrerà nel famigerato “Fight Club” una sorta di confraternita che come obbiettivo ha la violenza consensuale, esercitata in pestaggi clandestini e che, successivamente, sfocerà nell’ organizzazione di una milizia terroristica contro la società.
La storia, tratta dal romanzo di Chuck Palahniuk è geniale e particolarmente originale. E ciò potrebbe trarre lo spettatore in errore, considerando il film di alto livello, essendo la storia davvero appassionante. Tuttavia il film, a mio parere, appare alla fine confuso e non rispetta le tematiche prefissate inizialmente, non riuscendo a rispondere ad esse in modo chiaro e articolato. Eccezionale e visionario è l’ inizio, da cui emergono potenziale riflessioni anche di alto livello , ma deludente con il passare dei minuti, poiché incapace di focalizzarsi a pieno sui problemi evocati. Problemi che iniziano dalla crisi esistenziale del classico americano medio e si allargano alla società di massa.
Il cinismo e la violenza sono descritti dal regista in modo crudo e autentico; gli attori collezionano buone performance ma la sceneggiatura non è curata alla perfezione e delude nel finale. Un peccato se si pensa ai presupposti su cui poggiava tutto il film, cioè su concetti anche importanti come quello della scissione personale, crisi maschile e fuga dalla realtà senza dimenticare l’ accennata critica al consumismo e all’ aziendalismo moderno.
E purtroppo nel complesso la pellicola risulta quasi banale e tipicamente hollywodiana.Buone musiche di Dust Brothers e nessun riconoscimento a parte un Empire Awards nel 2000 all’ attrice non protagonista Carter e tutto ciò non stupisce…
Film che è diventato un cult soprattutto per i giovani che, in molti casi, lo considerano un capolavoro. Io, chiaramente, non sono d’ accordo.
CHE COS’ E’ LA REALTA’ ?
voto: *** (USA - 1998)
Truman Burbank (Jim Carrey) è un docile e modesto assicuratore che vive , ormai da trent’ anni, a Seahaven, una piccola cittadina di fronte al mare. La sua è una vita ordinaria , caratterizzata da un buon lavoro, una bella moglie, amici e una abitudinaria monotonia, quasi ridondante e ossessiva. Tutto prosegue tranquillamente finchè, con lo stupore generale, si scopre che questa vita, così apparentemente perfetta e senza difficoltà è virtuale, irreale, nient’ altro che un immenso reality show. Tutto, nell’ esistenza dell’ ingenuo assicuratore, è fittizio: conoscenze , esperienze, realtà ed è trasmesso ventiquattr’ ore su ventiquattro sugli schermi di tutto il mondo, nel quale, ormai, il nostro Truman è divenuto una star assoluta. Tutto questo a sua insaputa. La sua voglia di conosenza e di evasione, mischiata ad un amore mai sbocciato ma desiderato, lo porterà a scoprire realtà scomode e , poco a poco, la verità verrà a galla…
Splendida riflessione moderna sul concetto di realtà. Nel periodo storico dei reality e in cui tutto fa spettacolo e ogni cosa si inchina all’ audience, un film che riflette proprio su questo, sulla falsità di un mondo ormai inautentico e creato ad hoc. Il film strutturalemnte tiene benissimo, sebbene la sceneggiatura, in molti punti, sia difficile da rendere e da controllare. Ciò avviene grazie ad una magistrale regia che sa scandire tutto in modo ordinato e completo. Gli attori sono buoni e la personalità esuberante di Jim Carrey viene sapientemente soffocata, facendo emergere solo la parte migliore dell’ attore, che risulta, infatti, pefetto nel ruolo.
L’ idea di fondo è chiaramente eccezionale , pur non essendo originale e permette anche grandi riflessioni. Il dubbio di fondo, che il film solo parzialmente riesce a risolvere, è questo: qual è la realtà? Quella di Truman o la nostra? E ancora, noi ci sentiamo in una situazione poi così diversa da quella del semplice e impacciato assicuratore? E se fosse , in che modo possiamo essere felici? Evadendo o restando in questa effimera quanto dolce realtà fittizia, che ci segue e protegge in tutti i nostri passi?
Grande e meritatissimo successo planetario e scandalosa esclusione agli Oscar, che getta (se ce ne fosse ancora bisogno) un’ ombra inquietante sulla serata di premiazione Cinematografica più importane al mondo.
THE SOUND OF SILENCE
voto: *** e mezzo (USA -1967)
Benjamin, un ragazzo appartenente alla medio-alta borghesia, si è laureato con ottimi voti e torna a casa, dove lo aspettano tutti i parenti e amici di famiglia che lo accolgono , complimentandosi con il probabile futuro lavoratore ricco e di successo con una famiglia ordinaria e con pochissimi problemi. Le speranze di tutti verranno clamorosamente deluse. Il giovane è confuso e adesso, che deve decidere cosa fare della sua vita, è ancora più in difficoltà tanto da intraprendere una relazione adultera con l’ affascinante e bellissima, anche se molto più grande di lui, Mrs Robinson (Anne Bancroft) , moglie di un grande amico dei suoi genitori. La relazione segreta prosegue fino a che lui non conosce la figlia della donna, Elaine, di cui s’ innamorerà perdutamente. Ciò provocherà l’ ira della donna e il conseguente allontanamento dei due innamorati. Benjamin la cercherà dappertutto, trovandola infine e portandola via letteralmente dall’ altare su cui si sarebbe dovuta sposare con un’ altro ragazzo che i genitori avevano scelto per lei.
La grandezza di questo film si può comprendere solamente se lo si cerca di contestualizzare soprattutto a livello storico. Il film viene realizzato alla fine degli anni ‘60, agli inizi della rivoluzione culturale e la pellicola cerca di trasmettere proprio una visione , una posizione in merito a questo periodo. Il protagonista appartiene, come detto, alla borghesia, la stessa classe che verrà aspramente criticata. Al ragazzo , però, questa realtà sta stretta e molto ed è per questo che cerca di evaderne. Il film propone un quadro sarcastico e fortemente critico della società perbenista del periodo e il protagonista rappresenta la critica isolata a questo mondo che, alla fine, però, sconfigge grazie alla spontaneità di un amore travolgente che nessuno può evitare e che gli permetterà di scrollarsi di dosso le redini di quella società. E’ un film di un impatto storico -sociale clamoroso e le colonne sonore, davvero perfette ed indimenticabili, fanno respirare a pieno questa sensazione di rivolta, di avversione, di liberazione.
Il personaggio non è scelto a caso. E’ un attore bravo ma del resto non bellissimo, anzi anche un po’ impacciato ed insicuro. Ciò permette una grande immedesimazione e , nonostante questa sua peculiarità , lui riuscirà a fuggire da tutto quel mondo falso e ipocrita con una passione davvero sbalorditiva. Un capolavoro, quindi, a livello tematico e di significato.
A livello tecnico , però, il film ha molti errori. La sceneggiatura è tratta dal romanzo di Charles Webb e con i minuti diventa un po’ schematica. L’ inizio è folgorante e leggendario ma nella parte centrale e finale si sente anche una punta di retorica quasi demagogica. La tecnica del regista non mi ha sbalordito anzi l’ ho trovata un po’ scontata, in certi punti e poco efficace anche se il film ha vinto un solo Oscar e proprio per la regia.
Gli attori sono buoni. Hoffman, lanciato da questo film, appare forse ancora un po’ acerbo ma entra nel personaggio in modo ammirevole. Ed anche per gli altri interpreti, le performance si dimostrano più che accettabili. Le musiche sono perfette e uniche, davvero calzanti e poi da Simon & Garfunkel non ci si poteva aspettare che vertici espressivi. Dei due cantanti sono presenti l’ indimenticabile “The Sound Of Silence”, “Mrs Robinson”, “Scarborough Fair”
Tuttavia , come già detto, questo film ha il grandissimo ed enorme merito di aver colto lo spirito di ribellione unico degli anni ‘70, racchiudendo in un’ ora e mezzo tutte le paure, le esperienze, i desideri e le ambizioni di una generazione. Ecco perchè nutro grandissimo affetto per questa grande pellicola.
Vi ripropongo la parte migliore del film che , davvero, non si può dimenticare. Incredibile quanto essa sia eloquente, pur non proponendo alcun dialogo.

Ho guardato “Il settimo sigillo” e in poche occasioni mi sono trovato inebetito , come in questo caso, davanti alla grandezza assoluta, alla capacità unica del regista, alla genialità della sceneggiatura e della storia, all’ incredibile poesia di cui tutto il film si caratterizza. Ai dialoghi così originali e tutt’ altro che scontati che bucano lo schermo come una lama, colpendo senza fine lo spettatore che davanti a tutto ciò non può rimanere altro che frastornato.
E’ straordinario essere a contatto con certi vertici espressivi, peccato che le opportunità siano rare, ma, quando capita, questa esperienza ha una forza talmente schiacciante da non poter dimenticare. Bergman è davvero stato uno degli atristi maggiori di tutta la storia del Cinema ma , direi, anche dell’ Arte nella sua generalità e merita solo un gran ringraziamente per la sua opera immortale…
Sembra forse di cadere nella banalità e nella retorica di opinioni scontate ma non avrei fatto questo elogio se non avessi vissuto qualcosa di realmente unico…
IN QUESTA CASA SI MANGIA PANE E VELENO. ANZI… SOLO VELENO!
voto: ** e mezzo (Italia 1954)
Due famiglie squattrinate, quella dello scrivano Felice (Totò) e del fotografo Pasquale (Turco) vivono insieme un’ esisistenza difficile quanto faticosa, in cui non si riesce nemmeno a mangiare. Tutto sembra andare per il peggio quando miracolosamente si presenta la possibilità di saziarsi, fingendosi la famiglia del marchesino Eugenio (Pastorino), che vuole conquistare la mano della bellissima ballerina del teatro e figlia di don Gaetano, un signorotto locale. Comincerà così un siparietto irresistibile in cui i continui colpi di scena e equivosi danno ancora più sapore a tutta la pellicola.
Una commedia breve che parla in modo genuino e leggero della miseria più nera e della nobiltà più ostentata e che ha come obbiettivo la comicità stesso. I personaggi sono perfetti ed interpretati benissimo.La classe delle singole battute si percepisce perfettamente. Il film , però, non raggiunge mai dei momenti di comicità unica ed eccezionale ma si mantiene sempre ad un livello costante, senza sbalzi. La farsa, ben curata, insiste sull’ equivoco , mischiato perfettamente al tema secolare della fame. Storica, ormai, la scena in cui i protagonisti , davanti ad un piatto di pasta, ballano entusiati sulla tavola , infilandosi addirittura gli spaghetti nelle tasche, per non farseli rubare.
Sophia Loren, per cui nutro, onestamente, un’ avversione istintiva, in questo film è incredibilmente bella ed affascinante. Davvero stupenda!
Dai… Vi ripropongo la scena degli spaghetti. Davvero imperdibile.
I sogni e le ambizioni di Llewelyn Moss, un umile lavoratore di campagna, sembrano prendere forma quando l’ uomo trova, in una zona desertica, una valigetta piena di soldi. Ma il denaro è sporco e lui lo sa. La valigia è proprio in mezzo ad un vero e proprio campo di battaglia, che assomiglia molto ad uno scambio andato male. La tentazione è troppa e l’ uomo prende i soldi e scappa, causando una sanguinosa e inverosimile reazione a catena, portata avanti soprattutto da un inquietante e spietato assassino che si lascerà dietro una lunghissima scia di sangue per arrivare a quel denaro. Parallelamente il caso verrà preso in mano da un anziano sceriffo di contea che impersonifica la chiave di tutto il film e che cercherà in tutti i modi di scioglere l’ intricato nodo.