“Tutti vorrebbero essere Cary Grant, persino Io” (Cary Grant)

Una stella unica. Un portamento sontuoso, unito ad una presenza scenica teatrale che irradia lo schermo. Un’ eleganza delicata, equilibrata, curata fino al più piccolo movimento corporeo che lo rende una figura salda e centrale della macchina produttiva e artistica hollywoodiana che vive dal dopoguerra a fine anni ‘60 forse il suo periodo più magico e glorioso. Un corpo atletico ed incredibilmente longevo sostiene un attore che ha nella fisicità un elemento imprescindibile che lo accompagna in tutta la sua carriera, senza che mai le pieghe del tempo lo scalfiscano, anzi sembra vero il contrario: la maturità dà al suo personaggio un fascino ancora maggiore, data dall’esperienza, dalla saggezza e dalla tagliente intelligenza. Ciò gli farà vivere una seconda giovinezza cinematografica che lo immortala definitivamente nell’ Olimpo di Hollywood, grazie soprattutto a una collaborazione unica con un maestro come Hitchcock. Con il regista inglese, raggiunge il punto più alto del suo personaggio, consacrandosi come attore unico e leggendario, rimanendo tuttavia intrappolato sotto una maschera che non si è mai potuta modificare o artisticamente alterare ma che, seppur con ruoli diversi, è sempre stata la maschera di Cary Grant. Questo paradigmatico archetipo di eccellenza maschile impeccabile, desiderato da donne e da uomini, é stata una maschera pesante che Archibald Alexander Leach, un saltimbanco di Bristol in cerca di successo in America, si è costruito perfettamente addosso, diventando un principe per Hollywood (come lo definì la Dietrich) e che si rafforzò dopo gli anni ‘50, quando il nome di Grant era un marchio di fabbrica, un’ istituzione, che nn nascondeva sorprese, perché quando c’era Grant, prima c’era Cary Grant e poi tutto il resto: il personaggio , l’ intreccio, la struttura ecc. ecc..

Il Cary Grant che si affaccia a Hollywood vent’anni prima è un attore tuttavia molto più poliedrico, che spazia da ruoli drammatici a comici, sperimenta generi e stili, raggiungendo anche due importanti candidature all’ Oscar nel ‘42 e nel ‘44 con “Il ribelle” e “Ho sognato un angelo” ma non solo: si cimenta nella commedia grazie a Howard Hawks con “Susanna” e nel giallo famigliare con “Il sospetto” prima opera firmata Grant-Hitchcock. Con gli anni ‘50 invece si ritrova sugli schermi un attore molto più consapevole di sé e del pubblico ma che si è già incanalato in un personaggio ingombrante che non lascia spazio ad altre inclinazioni artistiche o studi interpretativi. Realizza film enormi, di grande livello, come “Magnifico scherzo” -Hawks, “Caccia al ladro” -Hitchcock, “Intrigo Internazionale” -Hitchcock ma anche altri eufemisticamente inferiori ai precedenti come “Orgoglio e passione” -Kramen, ma non riesce più a scrollarsi di dosso l’enorme e sicuramente piacevole fardello di essere e interpretare stupendamente Cary Grant. Come se il suo personaggio l’ avesse inghiottito, non permettendogli più di recitare lontano da lui. Nessuna sua interpretazione verrà menzionata o candidata a premi dopo le due del ‘40, pur essendo amato sempre più dal pubblico e dagli addetti ai lavori, come alcuni registi (come Hitchcock) che lo diressero più volte. Il suo talento unico e cristallino non ha forse mai avuto la possibilità di esplodere, prigioniero di un personaggio magnetico e favoloso, amato e desiderato, che tutti avrebbero voluto essere, anche lui stesso.

Questa sua duplicità l’ ha accompagnato anche dopo la morte avvenuta nel 1986. La sua vita privata è sempre stata riservata, protetta gelosamente e questo ha dato adito a molti pettegolezzi. Si sposò per 5 volte e i suoi matrimoni non durarono mai a lungo. Ebbe una figlia, Jennifer, dal suo penultimo matrimonio a 62 anni. Una sua ex moglie Dyan Cannon di lui disse: “Avere a che fare con lui è come leccare il miele dalla lama di un rasoio”. La stessa attrice lo accusò di essere un’anima tormentata che soffriva spesso di crisi depressive e nel tentativo di ritrovarsi si rifugiava in sedute di LSD che lo aiutavano a fare i conti col suo passato e con un rapporto molto particolare con la madre, considerata morta ma poi scoperta rinchiusa in una clinica psichiatrica vent’anni dopo, quando lui era già una celebrità. Anche le voci su una sua presunta omosessualità si sono rincorse a lungo, soprattutto dopo la pubblicazione di un diario del suo amico costumista Horry Kelly. Una serie di pettegolezzi che vengono in modo vertiginoso affrontati nel documentario realizzato nel 2017: “Cary Grant, dietro lo specchio”.

Spunti da rotocalco che esulano dalla grandezza indiscutibile dell’attore che forse avrebbe potuto dare più all’ Arte ma, che come pochi, è riuscito ad impersonificare la grandezza leggendaria del Cinema di Hollywood, con una classe unica che l’ ha reso stella salda e magnifica del Cinema Occidentale.

Ottenne un’ Oscar alla carriera nel 1970. Lo premiò Frank Sinatra che, presentandolo, riesce a cogliere alcuni essenziali aspetti di questa leggenda del Cinema: “…Nessuno ha portato più piacere a più persone per così tanti anni come ha fatto Cary. Nessuno è riuscito a fare così bene molte cose: dalla commedia leggera al dramma profondo, facendolo sembrare facile. Nessuno è stato più ammirato ed amato dai suoi colleghi per capacità, finezza, delicatezza e per la sua capacità unica di essere Cary Grant…”

Infine, vi offro un interessante (si fa per dire) elenco di film con Cary Grant in ordine cronologico che potrebbero aiutare ad apprezzare e comprendere meglio questo magnifico attore:

Il diavolo è femmina” -Cukor , “Orribile verità” -McCarey , “Susanna!” -Hawks, “Incantesimo” -Cukor, “Non puoi impedirmi d’ amare” -Cromwell, “Ho sognato un angelo” -Stevens, “Il sospetto” -Hitchcock, “Arsenico e vecchi merletti” -Frank Capra, “Il ribelle” -Odets, “Notorius l’amante perduta” -Hitchcock, “Il magnifico scherzo” -Hawks, “Caccia al ladro” -Hitchcock, “Indiscreto” -Donen, “Intrigo internazionale” -Hitchcock, “Operazione sottoveste” -Edwards, “Sciarada” -Donen, “Cammina non correre” -Walters.

Tradizione, Storia e Memoria #9

Ultimi due brani della raccolta che chiudono quella consumata e importante audiocassetta. Due canzoni della tradizione: “La Bionda” e “El Bortulì”.

Chiudo questo progetto con una foto di un dipinto caricaturale di un artista iseano detto “Micio” Gatti che raffigura alcuni cantanti iseani in azione, che possono rappresentare paradigmaticamente quella tradizione, quella cultura popolare esaltata dal “Gruppo Spontaneo” di Iseo. Una Memoria intima, e più di altre ‘nostra’, che dobbiamo custodire e proteggere dal tempo.
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Tradizione, Storia e Memoria #8

Due brani raccolti in un’ unica traccia che rappresentano uno dei vertici musicali e ritmici della raccolta. La fisarmonica ritorna con enorme insistenza, quasi come una chitarra elettrica in un concerto rock e le canzoni entrano più a fondo nel linguaggio petroso e profondo del dialetto bresciano colloquiale. La lingua, a poco a poco, si libera anche del vincolo morale, diventa più scurrile e si permette alcune licenze non proprio auliche. Nel secondo brano infatti la scena si apre con un tale “Giuanì” che comincia, letteralmente, a pestare i piedi sul solaio perché vuole qualcosa che lascia poco spazio all’ immaginazione dell’ ascoltatore.

popolari

La prima invece è una sorta di serenata versa questa donna la cui identità rimane in parte celata, l’ unica cosa che si sa per certo è che si chiama Antonietta. La passione che l’ uomo ha verso di lei invece emerge con grande forza.

Tradizione, Storia e Memoria #6

Qui, la conclusione anche morale della prima sezione di brani. Il tema amoroso come principio base delle canzoni  ha tracciato varie fasi dell’ innamoramento:  da quella più passionale e ingenua, a quella più disperata, passando dalla spensieratezza allo stupore.

A seguire l’ intro del lato B che lascia le tematiche amorose per tuffarsi nel pieno della tradizione bresciana. L’ ora ormai è tarda, come dice il narratore, ed è giunto il momento di smetterla con il romanticismo. Qui uno dei classici della nostra tradizione: “Cua me bela cua” (Coda mia bella coda).

Tradizione, Storia e Memoria #5

Siamo arrivati all’ Amore giovanile, quello passionale, che intriga e conturba. Quello fisico e sessuale che ottenebra corpo e mente. “Saresti ancor più bella distesa sul sofà” è, in modo non troppo implicito, un inno a quel tipo di sentimento semplice e assoluto che raccoglie in un vortice i due innamorati.

Tuttavia i rapporti cambiano col tempo. La fiamma della passione si affievolisce. Quell’ amore infallibile e perfetto lascia il passo a qualcosa di diverso che può tramutarsi anche in un vero e proprio inferno. Una sofferenza che può divenire odio e sfogare orribili pensieri e idee. Questa è “Vuoi tu condurla a Predore annegar”.

Tradizione, Storia e Memoria #4

mago

L’ amore è anche sofferenza. E in questo brano si racconta proprio quella sofferenza che una paradigmatica biondina può scaturire nell’ animo di un innamorato. Uno dei più classici amori non corrisposti che forse iperbolicamente rovina la gioventù di un giovane, lasciandolo da solo con la sua malinconia. Un topic sconsolato e infelice in completa antitesi con il ritmo della canzone: articolato, divertente e molto ritmato, esaltato da alcuni simbolici personaggi come uno strano mago che appare improvvisamente e spaventa il povero ragazzo ma che parallelamente esorcizza tutta la nostalgia di una delusione d’ amore.